Antiche tradizioni marinare: i tabù della gente di mare

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Antiche tradizioni marinare:
I TABU’ DELLA GENTE DI MARE

Testo di Giovanni Caputo

Vi sono delle tradizioni di spirito marinaresco che arrivano fino ai nostri giorni e che si perdono nella “notte dei tempi”. Esse nascono così lontano nel tempo fino a far dimenticare i motivi per cui una tradizione nasce e si perpetua, così come i gesti carichi di ritualità si ripetono, uguali nei secoli, per arrivare fino a noi con un ricordo molto sfocato degli originari significati. È il caso, ad esempio, della fiamma (1), quella bandiera lunghissima e sottile che ancora oggi molte Marine hanno l’uso di mettere a riva. La tradizione vuole che nel 1652 l’ammiraglio olandese Tromp, dopo aver sconfitto Blake in battaglia, nel risalire il canale della Manica, issasse sull’albero maestro, al posto delle abituali insegne, una scopa, per simboleggiare la supremazia della propria flotta su quei mari e che quindi era padrone di “spazzare” il mare. Di contro, gli Inglesi, appena riuscirono a sconfiggerli, inalberarono una lunga frusta per schernire i vinti, frusta che si è trasformata assumendo appunto l’aspetto della fiamma, peraltro molto suggestiva.

La scopa, poi, trasformatasi col tempo in “redazza” (2), divenne un elemento simbolico usato per ingaggiare sfide tra gli equipaggi di quei velieri che, con puro spirito sportivo, si cimentavano in accanite regate con le lance di bordo. La procedura era la seguente: veniva inviata una lancia con una scopa capovolta inferita a poppa, che compiva un giro attorno alla nave da sfidare, poi tutti ai remi!

Una tradizione, questa, tra le tante esistenti, difficili da ripristinare, ma non certamente impossibile da reintrodurre!

Accade molto spesso, quindi, di trovarsi di fronte a usi e abitudini marinaresche che non trovano un riscontro preciso sulle origini, forse perché si tratta di un settore, quello dell’analisi del rapporto tra l’uomo-marinaio e la sua barca, sul quale esistono, sì, studi e ricerche, ma non di tipo universitario, in quanto si tratta di interpretazioni e di impressioni personali, frutto di attente analisi comportamentali da parte di ricercatori, studiosi e appassionati delle antiche tradizioni marinare. Da notare, poi, che molti riti ancestrali, propri di diverse culture marinare primitive che seguono un rigido rituale di profonda sacralità, si possono rilevare, seppur in forma “evoluta” e pertanto più stemperata, anche presso le civiltà più progredite.

L’Arte marinara, come tutte le tradizioni e gli usi legati al mare, si tramanda quasi sempre oralmente, come un sussurrante passaparola.

Nei piccoli cantieri artigianali possiamo ancora incontrare il maestro d’ascia che imposta la chiglia dell’imbarcazione a “occhio”, senza disegni, seguendo un piano di costruzione assolutamente mnemonico, che si tramanda da generazioni; essi sono gelosi depositari di quei segreti e ritualità che talvolta sfociano nella scaramanzia. I maestri d’ascia sono abilissimi nell’uso degli attrezzi ma poco avvezzi alla progettazione, cosicché non troveremo quasi nulla di scritto da costoro sulle tradizioni e sulle tecniche di costruzione adottate.

In Sicilia, ad esempio, in alcuni cantieri, c’è ancora l’usanza di inserire una medaglietta dorata nella struttura della barca, collocandola in un vano su misura ricavato nell’incastro tra chiglia e dritto di prora, usanza che ha origini antichissime, confermata da ritrovamenti archeologici di navi romane che avevano una moneta votiva d’oro collocata nello stesso punto (in alcuni casi sono stati scoperti relitti con una o più monete votive inserite nella scassa dell’albero); analogie, queste, incredibilmente collimanti, nonostante si tratti anche di culture distanti migliaia di miglia tra loro; e qui val bene la pena di ricordare che sul mare non vi sono confini e, come abbiamo visto, nemmeno confini temporali.

A qualsiasi latitudine, qualunque sia il credo religioso, la barca è intesa più come compagna che come un semplice strumento dell’uomo-marinaio; da sempre la considera provvista d’anima e di propria personalità, quasi come se possedesse una propria vita, che interagisce con quella dell’uomo-marinaio. Gli occhi dipinti sulle prore degli scafi dei pescatori sono un retaggio di antichissime consuetudini; in prossimità della prora si dipinge ancora oggi l’ “Oculus”, l’occhio sacro che dovrà indicare la rotta priva di insidie. Lo troviamo sulla prua delle barche più vecchie dei pescatori italiani e, comunque, su quelle di mezzo mondo, a volte anche scolpito, come si usa ancora per i “luzzu” maltesi.

Questa consuetudine possiede radici molto antiche, risalenti alle prime navi egizie, per poi sfociare nel bacino del Mediterraneo, arrivando alle culture greche e romane. Ogni cultura possiede la propria spiegazione a questa usanza, che converge su una comune ragione: la barca è un abitante del mondo acqueo, quindi un essere vivente e gli occhi le servono per scegliere la giusta rotta.

Questo concetto, che dura nei secoli, è arrivato quasi immutato fino ai nostri giorni, persistendo e resistendo alle mode e all’evolversi dei tempi.

Proprio con le stesse principali manifestazioni che contraddistinguono l’inizio di una vita, cioè il concepimento e il parto, l’uomo- marinaio considera l’operazione di sagomatura della chiglia come il momento preciso del concepimento della barca, mentre il varo, cerimonia solenne e ricca di simbolismo, rappresenta il momento del parto, cioè la nascita vera e propria dell’imbarcazione, che è automaticamente battezzata nelle acque con la discesa a mare.

Spesso la barca è battezzata con l’aspersione d’acqua di mare, con tanto di madrina e talvolta padrino, anche se oggi l’atto del varo, pur mantenendo quasi inalterate nel tempo le procedure, ha perso quella solenne valenza propiziatoria che una volta possedeva. Oggi sono molte le imbarcazioni, specialmente le medio-piccole di serie, che vengono vendute “a secco” e messe a mare direttamente dai proprietari, i quali non sempre sentono questa “necessità”, propria “dell’uomo di mare”.

Restando sul discorso del battesimo del mare, è interessante risalire all’origine di questa usanza che, a dire il vero, era molto truculenta; non vi siete mai domandati perché il marinaio- pescatore sceglie sempre il colore rosso scuro per l’antivegetativa del suo scafo? Analizzando con attenzione, troviamo che la stessa scelta, inconsciamente, viene fatta da tutti coloro che hanno un rapporto “intimo” con il mare, che vivono a stretto contatto con esso e, per tale motivo, sono molto attaccati alle tradizioni a esso legate.

Il colore rosso, con cui spesso si usa dipingere l’opera viva delle imbarcazioni, è una reminiscenza di quando di aspergeva la chiglia con il sangue di un animale, sacrificato per ingraziarsi le divinità; si passò poi ad aspergere la nave con vino rosso, che ricordava il colore del sangue sacrificale. L’uso odierno di infrangere sulla prora una bottiglia di spumante è riconducibile al solo fatto che è una visione più spettacolare al momento dell’impatto, poiché la schiuma è ben visibile anche da lontano.

Anche le polene, ormai divenute rare a vedersi, come del resto sono purtroppo rari quei bei legni che le tengono in bella mostra sotto il tagliamare, sono il retaggio di antichissimi riti propiziatori; le prime vere e proprie polene sono apparse, secondo gli studiosi, verso il XV secolo, dirette discendenti delle sculture lignee che erano poste alle prore dei “Drakkar” vichinghi, anche se, andando più indietro nel tempo, troviamo il vello del capro espiatorio issato sulla prora delle navi greche, dopo che il sangue (a volte anche umano!) veniva asperso sulla prora, per placare l’umore del dio in collera (da qui le “rosse guance delle navi” d’omerica memoria). Dopo il sacrificio votivo, infatti, era consuetudine affiggere le vittime sulla prora o a riva sull’albero maestro, ritualità che sopravvive ancora oggi, in quanto è possibile vedere sulle barche dei pescatori dei nostri mari le corna delle capre o il vello di pecore; oggi sono esternazioni scaramantiche, un tempo erano ritualità di determinate culture arcaiche. Oggi l’uso di collocare la polena, se pur in forma molto ridimensionata, è conservato da alcune Marine militari, come la nostra, ad esempio, che orna la prua delle proprie unità con una stella a cinque punte, simbolo dell’Italia.

Altra tradizione che affonda le proprie radici nella notte dei tempi, è racchiusa nelle motivazioni che spingono a vietare le scarpe a bordo delle barche. Si badi bene, solo le scarpe “della festa”, perché gli stivali e le calzature da lavoro sono ammessi! La motivazione è da ricercare negli anfratti reconditi della superstizione dell’uomo di mare, in perenne contatto e conflitto con l’elemento mare, l’amico-nemico dell’uomo-marinaio.

Molti yacht espongono il segnale di divieto di transito con una scarpa disegnata al centro, per indicare, ai più distratti, l’esistenza di una regola del galateo marinaresco che invita a salire a bordo scalzi. I più adducono tale usanza al fatto che le scarpe rovinano il ponte o che la polvere trasportata possa compromettere l’igiene di bordo. ma non è proprio così. I ponti delle barche, generalmente, sono costituiti da tavole di teak, l’essenza lignea fra le più dure e resistenti che esistano, che certamente non teme un banale calpestio di suole o tacchi; e poi, del resto, agli stessi ospiti che calpestano il parquet di casa, perché non chiediamo di togliere le scarpe? Basterebbe chiedersi se i musulmani, quando entrano nelle moschee, si tolgono le scarpe per motivi d’ordine religioso o per timore di rovinare la pavimentazione…

I tabù sono manifestazioni e comandamenti religiosi, che hanno sempre motivazioni sacrali, cariche di simbolismi. La parola Tabù è d’origine polinesiana e indica proibizione o interdizione, sia per azioni o frasi che potrebbero essere foriere di sventure.

“Allora – mi direte – perché ci si toglie le scarpe quando si sale a bordo?” Ebbene, come dicevo poc’anzi, non tutti i tipi di scarpe sono vietati a bordo, solo le “scarpe della festa”, cioè quelle nuove, sono tabù, mentre quelle da lavoro sono accettate senza alcun problema.

La motivazione fondamentale è da ricercare nell’immaginario mitico che l’uomo possiede della morte, considerata una sorta di traghettamento verso l’aldilà (e qui entra in gioco una barca, quella di Caronte!), che possiede delle analogie con la realtà, riscontrabili nel fatto che il defunto viene vestito a festa, comprese appunto le scarpe, pronto a intraprendere l’ultimo viaggio, il traghettamento, appunto, verso l’aldilà. Basta poco, quindi, per collegare le scarpe della festa alla ritualità funebre, in un contesto come il mare, dove scaramanzia, incertezza e pericolo incombente (immaginiamo le navigazioni di qualche secolo or sono!) sono realtà sempre presenti e che i marinai di tutti i tempi possiedono, comunque e inconsapevolmente, come una matrice comune.

Per i meno attenti, queste sono tutte tradizioni che si perpetuano, come abbiamo visto, più per abitudine che per conoscenza, colpa anche di quel pizzico di superficialità che contraddistingue il frenetico vivere di oggi. Comunque, penso proprio che dopo questa lettura, saranno in molti che analizzeranno con attenzione il “grado di usura” delle scarpe dei propri ospiti a bordo.

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