Isola dell’Asinara, racconti e vicende di ieri: protagonista il mare!

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Isola dell’Asinara,
racconti e vicende di ieri:
PROTAGONISTA IL MARE!

Testo di Marina Rita Massidda
Pubblicato su Nautica 486 di Ottobre 2002

Con questo racconto desidero parlare ancora dell’Isola dell’Asinara, già in passato (“Nautica” di luglio 2001) ho descritto gli episodi più importanti legati alla mia infanzia, “un’infanzia singolare… a tu per tu con il mare”, proprio come dice il titolo dell’articolo già pubblicato. La mia famiglia è presente sull’Isola dell’Asinara dagli ultimi anni del 1800 e i racconti, le esperienze, le vicende sono veramente tantissime.

Questa volta è mia intenzione “dare voce” ai miei nonni paterni e alle loro storie, che io ascoltavo con interesse perché riguardavano il passato dell’isola e perché, soprattutto, avevano come protagonista il Mare.

I miei nonni risiedevano a Cala D’Oliva, un piccolo paesello con un porticciolo diciamo importante, perché vi attraccava il traghetto che proveniva da Porto Torres. Il nome, secondo alcuni studiosi, è dovuto al fatto che in epoca lontana vi erano tantissime piante di olivastro. Mia nonna, durante le belle giornate primaverili, mi portava sempre alla “Spiaggia delle Perline”, una piccolissima spiaggetta pochi metri più avanti della foresteria nuova di Cala D’Oliva. Poca sabbia candida, pochi ciottoli, ma tanto carina, diciamo pure “accogliente”. Mi ricordo la prima volta che mi portò (avevo sette anni), mi fece notare tra la sabbia tante piccole, minuscole perline di vetro di tanti colori vivaci, con un forellino, le osservai incuriosita, mi chiedevo quale altro destino avessero avuto queste minuscole palline di vetro se non fossero finite lì. Sarebbero servite per decorare e impreziosire ricami e abiti, pizzi e merletti? Chiesi subito a mia nonna Ida come mai si trovassero lì. Mi disse che non si conosceva bene la provenienza di queste “decorazioni”, e che probabilmente intorno agli anni Venti le portò il mare dopo il naufragio di un bastimento che ne trasportava grandi quantità in casse o sacchi, ma probabilmente delle casse di legno, perché galleggiano bene. Un’altra possibilità sarebbe stata quella di merce dispersa in mare sempre da qualche veliero in occasione di forti mareggiate. Comunque, le perline e il pizzico di mistero mi facevano sognare… vivevo dentro a una favola dal “sapore antico”, non potrò mai dimenticare l’emozione nel vedere queste minuscole perle di vetro che non avrebbero mai brillato su abiti di eleganti signore, bensì per sempre sul bagnasciuga e tra i ciottoli di un’incantevole spiaggetta! Anche mio nonno Mino, quando mi portava a passeggio per l’isola o in barca, mi raccontava tantissime vicende strettamente legate al mare. Pareva che ogni cala, ogni scoglio, ogni tratto di costa avesse una storia.

Mi incantavo ad ascoltare quando, ad esempio, mi raccontava dei naufragi in epoca lontana, come quello di un bastimento grandissimo a vela a tre alberi che si chiamava (così ricordo) “Francesco C.”. A mio nonno piaceva molto raccontarmi queste cose e io ero contentissima di ascoltarle, perché davo spazio alla mia immaginazione, cercavo di “vedere” come in un filmato tutto ciò che era successo. “Vedi Marina – mi diceva – il Francesco C. era un grandissimo bastimento che trasportava carbone proveniente dalla Corsica e diretto a Porto Torres. Durante la navigazione trovò una tempesta da nord-est (levante) e, credendo di andare a riparare nella rada di Cala Reale, sbagliò rotta e finì nella Cala antistante a Cala D’Oliva, gettò le ancore in mare, però il forte vento staccò l’argano e andò a incagliarsi nelle rocce sotto la torre di Cala D’Oliva. Questo incidente avvenne di notte, intorno alle tre, e ci furono persone che dissero di aver sentito in casa il rumore violento dell’urto, il carbone si sparse per tutto il tratto costiero vicino e si salvarono tutti.”.

Un altro racconto che mi incuriosiva era quello delle mine in tempo di guerra. “Mia cara Marina, tu non puoi immaginare la paura che vi era a Cala D’Oliva durante la guerra, quando c’era levante – così proseguiva senza interrompersi, quando gli chiedevo di raccontarmi le sue vicende – infatti, a causa dei campi minati, con la forza delle onde del levante, parecchie mine si sganciavano e andavano a esplodere sulla costa del paesello di Cala D’Oliva provocando, per lo spostamento d’aria, delle lesioni alle case e la morte di numerosi pesci.”.

Durante la guerra furono trovati, lungo la costa, dei cadaveri portati dal mare, uno lo trovò mio nonno e uno mio padre. Due o tre (ora non ricordo bene) sono sepolti ancora nel piccolo cimitero di Cala D’Oliva, dove si trova anche il mio bisnonno e sua suocera (la mia trisnonna), che era originaria di Brisighella, località vicino a Faenza.

Mio nonno raccontava tutto con grande trasporto, con grande sentimento verso l’isola, desiderava che la conoscessi bene non solo dal punto di vista geografico, non solo per la sua bellezza, ma soprattutto per le vicende inerenti alla storia legata al mare.

Anche l’affondamento della nave “Sogliola” mi è rimasto tra il bagaglio di racconti lasciati da mio nonno. Questa nave fu colpita nell’ultima guerra da un sommergibile inglese, a Stretti, una località sempre dell’isola. Nonno mi raccontò che ci furono due morti, uno dei quali è ancora sepolto nel cimitero di Cala D’Oliva. La Cala di Sgombro di fuori si chiama anche Cala Francese e fu chiamata così, mi diceva il nonno, perché in epoca antica vi era stato l’affondamento di un bastimento a vela francese.

Quando mi portava in barca non faceva altro che indicare dei punti della costa, pareva che ogni metro avesse una storia, ma ne raccontava tantissime sia vissute da lui sia tramandate da suo padre o da altre persone, insomma, un vero “cicerone” del mare dell’Asinara. Molte storie le ricordo vagamente, altre, invece, mi sono rimaste bene impresse nella mente e sento il piacere di divulgarle a chi è interessato ad ascoltarle.

Quando raccontava del bue marino la mia curiosità di bambina era grandissima! Per bue marino nonno intendeva la foca monaca.

All’Asinara, a circa due chilometri da Cala D’Oliva, esiste la Punta Sabina, dove vi è anche una spiaggia molto bella (Cala Sabina), che era praticamente frequentata in passato dalle famiglie del paesello. Mio nonno vi andava con la sua barca chiamata “San Pasquale”, verso la fine di settembre – primi di ottobre, a pescare, perché arrivavano grandi branchi di aguglie e a seguito vedeva due foche monache che si riposavano adagiandosi su di un isolotto basso sul lato nord della punta.

Nel periodo estivo queste foche stazionavano negli scogli sotto Caccia Mala, praticamente una località a ovest del faro di Punta Scorno. L’ultimo avvistamento delle foche che ebbe mio nonno fu nell’agosto del 1960. Peccato, io nacqui cinque anni dopo!… Parlando di Caccia Mala mi è venuto in mente uno spaccato di vita della mia infanzia al faro di Punta Scorno. Esco un pò fuori tema perché è un mio ricordo, non un ricordo del nonno, però ci tengo a parlarne lo stesso. Tra lo scoglio “Poppa della Nave”, che si nota benissimo perché è proprio di fronte al faro, e Caccia Mala esiste un posto chiamato Portu Mannu, è una cala rocciosa con grossi scogli, molti dalla forma “tondeggiante” perché “levigati” dalle fortissime onde del maestrale. In queste cale, durante le mareggiate, si depositava tantissimo legname di ogni genere e tipo. Noi al faro avevamo il caminetto e perciò da Portu Mannu facevamo la provvista della legna. Ne approfittavamo quando il mare era calmissimo, proprio piatto, praticamente olio, e di sera, d’estate, al fresco prima del tramonto. Caricavamo la barca di nome “Levante” costruita con le sue mani, proprio da mio nonno Mino per mio padre, disponevamo con cura la legna per evitare sbilanciamenti. Quando la barca era ben carica, e praticamente galleggiava nei limiti del possibile, ritornavamo pian piano alla banchina di ponente (sotto il faro), lì scaricavamo tutto il legname, poi lo portavamo poco alla volta su al faro deponendolo in ordinate cataste. Era faticosissimo tutto ciò, ma nonostante la stanchezza per noi era un divertimento.

Ricordo questa piccola barca con lo sfondo di un grande tramonto, spettacolare, con striature di tanti colori caldi e accesi, ammirare tutto questo ci ripagava di ogni fatica! Piano piano imparai anche un pò a conoscere i vari tipi di legno, ricordo che mi comprai un libro proprio per capire la differenza tra un legno e l’altro. Forse sarà stata una mia impressione ma il legno che è stato tanto tempo nell’acqua di mare, e ciò si poteva notare anche dalle varie “incrostazioni”, quando bruciava emanava un profumo particolare, proprio di salsedine! Il camino, il fuoco acceso, il profumo del legno misto a quello di mare allietavano le brutte serate d’inverno, che al faro si facevano proprio sentire quando, ad esempio, le mareggiate erano violente, il vento fischiava fortissimo e ci si augurava che non ci fossero brutti imprevisti, come un improvviso malore, come ci avrebbero dato soccorso? I soccorsi sarebbero senz’altro ostacolati dalle intemperie! Il momento più brutto della vita al faro era quando vi erano i lampi, i fulmini e le saette! Il rumore dei tuoni rimbombava tantissimo, i fulmini che cadevano all’orizzonte parevano dei fili di ferro, la luce delle navi appariva e scompariva tra le onde. Nell’osservare ciò si rimaneva col fiato sospeso. Lo stato d’animo di quei naviganti era senz’altro assalito dalla paura, anche se fossero stati i più esperti “lupi di mare”. Durante un violento temporale mio padre dovette intervenire sulla cupola per un controllo alla luce del faro, per poco non fu colpito dal fulmine, a un tratto vide tutto azzurro intenso e sentì un forte odore, tipo quello dello zolfo. Lui, per sdrammatizzare, dice scherzosamente “odore di fulmine!”

Io e mia madre ci accorgemmo che il fulmine era caduto proprio sul faro mentre mio padre era in cima alla cupola e lo spavento fu terribile. Andare tra gli scogli a cercare legna, comunque, ci intimoriva un pò, pensavamo che tra una roccia e l’altra potesse esserci qualcosa di pericoloso, come un ordigno, una bomba inesplosa portata dal mare, spesso di questo ne parlavamo, avevamo come un presentimento finché un giorno ciò accadde non a Portu Mannu, ma tra gli scogli della banchina di Ponente.

Mio padre, dopo le forti mareggiate, si faceva un giro di “ispezione” tra gli scogli, il mare portava tante cose, come palloni, salvagenti, gonfiabili, secchielli, a volte dei messaggi in bottiglia, “spediti” per scopi di nuove amicizie o studi riguardanti le correnti marine, ai quali si rispondeva con grande piacere. Un giorno, invece, trovò un ordigno inesploso, ci spaventammo tantissimo, subito si recò a Cala D’Oliva per telefonare e informare di tutto ciò le autorità competenti e richiedere l’intervento degli artificieri per disinnescare la bomba. Questi ultimi arrivarono sul posto e fecero esplodere l’ordigno, si trattava di una bombetta antisonar. Mi ricordo che la forza d’urto fece spostare i soprammobili e i quadri si misero storti. Da quel momento gironzolare tra gli scogli ci faceva un pò paura, ma piano piano riuscimmo a superare certi timori, naturalmente prestavamo più attenzione per ogni cosa che poteva nascondersi tra le rocce.

Un’altra esperienza vissuta insieme a mio padre fu quella del “salvataggio” di una tartaruga “Caretta Caretta”. Un pomeriggio andavamo verso la spiaggia di Calarena quando a un tratto, negli scogli sotto la Torre del Barbarossa, vedemmo una tartaruga incastrata tra le rocce, aveva un granchio sotto la coda e questo inibisce la tartaruga, la rende immobile, senza forze. Io e mio padre la prendemmo liberandola dal granchio, questa si riprese immediatamente e si rimise a nuotare “libera” nel mare, era “rinata”. Prima di lasciarla andare gli accarezzammo la testa e vi giuro che il suo sguardo sembrava quello di un essere umano, secondo me aveva capito che l’avevamo salvata, è stata un’emozione grande come il mare, aver avuto un’opportunità così “importante” come quella di salvare una bellissima tartaruga marina.

Anche mio nonno Mino rischiò la vita per delle intemperie, non fulmini, bensì per la cosiddetta “tromba marina” o chiamata anche tromba d’aria. Lui amava pescare e spesso si allontanava molto dalla costa, per ben due volte sfiorò la sciagura, si sentiva come se fosse seguito da questa tromba marina, che si poteva osservare anche da terra, infatti mia nonna passò dei momenti terribili nel vedere nonno quasi “catturato” e “aspirato” da questo evento. Mentre scrivo cerco di “frugare” nella mia mente, cerco di mettere a fuoco altri ricordi del passato, per il momento non “trovo” nulla, ma sono certa che prima o poi mi riaffioreranno alla mente, con stupore e contentezza, altre vicende.

Con questo racconto spero di aver dato una piccola idea di ciò che è stata l’Asinara in passato, in un’epoca dove il mare è stato predominante per certi eventi.

Per sottolineare certe vicende legate al mare ho voluto soprattutto “dare voce” a chi oggi non c’è più, ma che “ieri” ha amato l’Asinara per tutta la vita con tutto il cuore.

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