Un sogno nel cassetto

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UN SOGNO NEL CASSETTO

Testo di Pasquale Perfetto

Anch’io, come tanti, avevo il mio sogno nel cassetto, oggi posso dire di averlo coronato, almeno in parte. Sono responsabile commerciale della Concessionaria auto Hyundai di Napoli, quindi dipendente di una azienda privata. Nei primi mesi dello scorso anno, grazie all’aiuto di mia moglie Saria e grazie anche alla disponibilità del mio titolare Enrico Marsiglia, sono riuscito a coronare il mio sogno: una traversata atlantica in solitario in barca a vela.

Sono proprietario di un Ferretti Altura 333, uno sloop del 1980 con cui sono partito per i Caraibi a fine ottobre del 2001. Non voglio raccontarvi tutta la traversata ma vorrei farvi rivivere con me un momento di quest’avventura. Premetto, che prima di partire, tutti gli amici mi hanno aiutato tantissimo, economicamente e moralmente, per far sì che questo mio sogno si realizzasse.

Colgo l’occasione per ringraziarli tutti, e di una cosa sono certo, tutti quelli che mi hanno aiutato in qualche modo mi hanno affidato un loro sogno, ed io mi sono fatto carico di questo sogno.

Adesso andiamo a un momento di questa grande avventura.

Ero in navigazione alle Canarie, la mattina del 21 novembre 2001, per radio (SSB) avevo sentito, come tutti i giorni, il mio amico Emilio Marcozzi, che mi avvertiva sulla possibilità di un vento di circa 30 nodi da NE, un vento la cui direzione per me era congeniale.

Nel canale tra Gran Canaria e Tenerife quel vento era diventato di 40 nodi (50 nodi a detta di alcuni francesi conosciuti dopo) con direzione NW quindi di traverso. Con un mare altrettanto forte. Riduco il fiocco a poco meno di un fazzoletto e continuo cercando di superare al più presto quel canale infernale.

Qualche ora dopo, mentre ero sotto coperta, all’improvviso, sento un grande botto, mi fiondo fuori del pozzetto e vedo che il rollafiocco si era divelto dalla coperta portandosi appresso quel poco di vela, ormai strappata, insieme alle scotte le quali si erano attorcigliate intorno all’albero. Mi infilo la cintura di sicurezza e vado a prua col coltello a tagliare quel groviglio di cime, con il terrore che potessero far cadere anche l’albero, tagliando l’ultima cima, invece di dirigere il coltello verso l’alto, come avevo fatto con le prime, l’ho diretto verso il basso, scoprendo che oltre a tagliare la cima mi ero procurato un taglio sulla coscia sinistra di circa 12 centimetri e anche abbastanza profondo.

E’ difficile esprimere in quel momento cosa mi è passato per la testa: paura, terrore, delusione, rabbia. In ogni modo la “frittata” era fatta. Presi un pezzo di cima e lo legai sulla parte superiore della ferita per fermare la fuoriuscita del sangue, dopo aver in qualche modo tamponato la stessa, ritornai a prua per recuperare il rollafiocco legandolo sulla coperta, tutto questo con la barca che rollava enormemente.

Dopo aver “innaffiato” la coperta col mio sangue ritornai in pozzetto e feci il punto della situazione: ero a 25 miglia dalla costa in un mare con onde di 3/4 metri e vento forte, con una ferita aperta, l’unica cosa da fare era dirigermi al più presto, a motore, nel porto più vicino. Passai così sei ore ridotto in quelle condizioni con la paura di svenire. Arrivato fuori al porto di Los Cristianos di Tenerife chiamai la Capitaneria via radio descrivendogli le mie condizioni, devo dire che sono stati molto celeri nel farmi trovare l’ambulanza al mio arrivo.

Entrato nel porto ho visto sul pontile una gran folla giunta lì dopo aver sentito, sul canale 16, la mia conversazione con la Capitaneria. Immaginate adesso: un tizio che arriva su una barca non molto grande, con indosso una cerata gialla in gran parte macchiata di sangue, con una cima legata intorno alla coscia, che fa anche manovra, attraccando a fianco alla barca del Salvamiento Maritimo e che scendendo sul pontile dice al primo che incontra se… può avere una Cerveza! Quella prima notte non ho chiuso occhio, c’era un solo pensiero che mi girava per la testa: che forse per l’incidente accorsomi avrei dovuto rinunciare a fare la traversata.

Certo ero abbastanza abbattuto, oltretutto dalle svariate telefonate ricevute dagli amici, tutti mi consigliavano di abbandonare l’impresa. Inoltre mi sentivo in debito con coloro che, come ho detto all’inizio, mi avevano affidato i loro sogni. Il giorno dopo mia moglie era a Tenerife, mi ha guardato negli occhi e, sapendo cosa mi passava per la testa, mi ha detto “Vai, continua, realizza il tuo sogno perché sono sicura che ci riuscirai”. La barca ora è a Martinica, nelle Antille Francesi, la traversata è andata bene. Ma questa è un’altra storia.

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