Alain Guiot

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

ALAIN GUIOT

Testo di Giorgio Biuso

L’alito infuocato del drago mi aveva colpito in pieno. Lo sentivo ardere sulla pelle del viso mentre nel cervello mi turbinavano quelle parole: “Non avevo scelta, fuggivo o mi uccidevo”. L’hostess dell’Air France, sorpresa della mia esitazione, sorrideva. Ero fermo sulla soglia del portello. La scala d’acciaio davanti, la terra venezuelana a tre metri sotto i miei piedi. “Asta luego senor”. Mi scossi e cominciai a scendere. A metà gradini alzai lo sguardo, oltre gli edifici bassi dell’aeroporto, verso le colline. Ad ogni arrivo a Maiquetia, da quelle veniva l’aria torrida e soffocante e dietro di esse avevo immaginato il drago, accucciato e soffiante. Al di là, nella foschia sull’altopiano, Caracas mi aspettava avvolta dalla sua nube gialla. Le fabbriche intorno dispensano ricchezza ai potenti e solo anidride solforosa alla gente. “Quando ebbi la canna della pistola vicina alla tempia, la gettai lontano e decisi di andar via da casa”. La mia mente non riusciva a sfuggire al martellamento di quelle parole fino a quando l’autista, giratosi verso di me, mi disse qualcosa. L’aria fresca che proveniva dalle bocchette dello schienale del sedile anteriore mi stava aiutando ad uscire dal torpore in cui ero caduto mentre cercavo di recuperare il mio bagaglio. “Caracas Hilton” risposi non appena ebbi afferrato il significato della sua domanda.

Avevo molto lavoro da svolgere e non potevo permettermi di cedere alla malinconia. Per fermare la sottile angoscia che mi comprimeva il petto, cercai di ritornare col pensiero alla piccola isola, dove, poche ore prima avevo conosciuto ed invidiato un uomo che mi aveva incantato e mi chiesi ancora una volta perché non fossi rimasto in quel paradiso con lui.

Ero partito la sera tardi da Parigi e ricordavo il disappunto che avevo provato all’annuncio del comandante quando, la mattina dopo, l’aereo aveva cominciato la discesa: “Signori e signore stiamo per atterrare all’aeroporto di Port de France, Martinica. L’aereo resta fermo per due ore”. Ero stanco e non sapevo della sosta ma non ebbi il tempo per risentirmi. L’isola si presentava con grazia. Le colline verdi di folta vegetazione tropicale, ciuffata a tratti da gruppi di palme svettanti, i ridossi verde azzurro disegnati dalle sinuose spiagge e punteggiati dai velieri alla fonda, le case bianche coperte dalle buganvillee, mi apparvero in sequenza veloce attraverso il piccolo cerchio. Incollai il naso sul vetro spesso che per tutto il viaggio mi aveva propinato solamente nuvole bianche e mare increspato e lo appannai proprio quando non avrei voluto. Uscito dall’aeroporto, avvolto dalla brezza tesa di nord-est che, spazzando l’isola, trasformava le palme in danzatrici folli, ero saltato sul taxi che mi aveva depositato, dopo qualche chilometro, sul bordo di una banchina. Questa tagliava in diagonale una lastra di acqua azzurra rilucente ed i piccoli bagliori che danzavano sulla sua superficie erano violenti come il sole che li creava. Guardavo da alcuni secondi, affascinato, quel caleidoscopio di luce oscillante, quando un bel veliero, silenziosamente, venne ad occupare il tratto di mare che mi stava davanti. Uno spazio libero tra due barche, appena sufficiente ad ormeggiare il quindici metri a secco di vele che si stava avvicinando. Il vento e l’abbrivio lo spingevano verso la banchina. Un ragazzo di colore alto e magro a prua con una cima in mano, tre ragazze al centro vicino all’albero e lui al timone. Il corpo massiccio, il volto abbronzato, la visiera calata sulla fronte, le guance barbute, lui sembrava, piantato sulle gambe divaricate, la continuazione della timoneria e con essa troneggiava nel pozzetto ingombro di bagagli. Sembrava uscito da un racconto di Joseph Conrad. Non riuscivo a ricordare quale, ora lo so era “Freisa delle isole”. Indimenticabile. L’incanto si interruppe quando il ragazzo, saltando in banchina, si accasciò dolorante. Mi avvicinai e lui mi tese la cima. Con l’altra mano si comprimeva una caviglia. Al grido del capitano risposi agitando il capo della gomena che avevo agguantato. La gassa d’amante è la mia specialità, riesco a farla anche ad occhi chiusi. Il capitano, senza abbandonare il timone, mi controllava sporgendosi dalla battagliola. La gassa, l’avevo eseguita perfettamente, tenne il colpo, ma l’abbrivio era forte ed il nodo, sulla bitta in coperta, lento. La cima cominciò a scorrere su di essa ed il veliero, non trattenuto, dopo aver strisciato con il mascone di dritta lungo la banchina, facendo rotolare in alto i parabordi, puntò dritto verso la poppa di una goletta ormeggiata a non più di tre metri avanti. Le ragazze ridevano ancora per il tonfo del giovane nero, quando una di loro, incitata dal capitano, saltò verso prua per rimediare. La coperta era zeppa di bagagli e, su questi, inciampando, cadde malamente. La situazione stava precipitando, avevo intuito che il motore della barca non era in funzione e toccava a me agire.

È vecchia regola marinara chiedere il permesso di salire a bordo anche in emergenze come quella. Guardai verso il capitano che, con un gesto di impazienza, acconsentì. Saltai in coperta e riuscii a poggiare un piede sulla cima che scorreva, l’afferrai poi con tutte due le mani e, tirando, riuscii a fermarla. Mentre serravo il nodo sulla bitta guardai verso la goletta e vidi che la prua del veliero si era fermata a soli dieci centimetri dalla sua bella poppa. Il capitano urlò di nuovo verso di me, non capivo però ormai ero in ballo. Saltai a terra e corsi verso di lui per cogliere al volo la cima che mi aveva lanciato insieme ad una occhiata colma di gratitudine.

I suoi occhi azzurri mi avevano dato un segnale, in quel momento, lo sentivo, era cominciata una nuova amicizia. Io ero orgoglioso di quanto avevo fatto, mi trovavo in un paradiso più volte sognato ed avevo dimostrato ad uno degli eroi della mia giovinezza di essere un buon marinaio.

Quel paradiso lo avevo immaginato tante volte. Quel mare, quelle colline, quella baia mi apparivano quando leggevo Conrad e Melville e quando davanti a me avevo solo le rive maltrattate del mio paese, c’era Stevenson a consolarmi. Ora, trasformato in realtà il mio sogno, volevo goderlo senza pensare al poco tempo che mi restava. Controllato per l’ultima volta l’ormeggio della barca, il barbuto era saltato sulla banchina e mi aveva fatto un cenno. Dovevo aspettarlo e andare a bere con lui. In pochi minuti aveva salutato i suoi ospiti, una famiglia americana ed una canadese. A questa apparteneva la scattante brunetta, quella che nell’agitazione dell’attracco era caduta sui bagagli. Abbracci, baci, qualcuno furtivo anche sulle labbra ed un taxi già li portava verso l’aeroporto.

Con occhio esperto avevo appena percorso l’attrezzatura del veliero ed avevo ammirato la sua semplice razionalità, quando il capitano mi prese sottobraccio e mi condusse verso un bar poco lontano. La terrazza, difesa dal sole cocente da una tenda a strisce ci offriva ampie poltrone di vimini ed un’ombra più fresca. La vista della marina era totale. Sedendomi lessi le parole incise su una piccola targa avvitata al bordo del tavolo. Emozione, era lì che Hemingway prendeva la sua dose pomeridiana di alcool. Osservai che doveva essere abbondante se ancora se ne ricordavano. Ridendo, lui esordì con la sua voce profonda: “Qui nei Caraibi ogni bar ne ha una e pensare che Hemingway non ha mai messo piede in quest’isola”. Deluso, feci fatica ad accettare quella sua dichiarazione ma la poltrona era così confortevole ed il rhum del “Planteur” così ben dosato che mi stirai ed allungai le gambe sotto il falso. Un lungo minuto di silenzio e poi: “Da dove venite, signore?” debuttò con un sorriso. Il buon accento francese contrastava con il viso da buttero della Camargue. Era nato sicuramente nel nord della Francia ed aveva anche frequentato una buona scuola. Una di quelle dove s’impara quella cadenza melodiosa e saltellante così difficile da imitare. Il lampo azzurro nei suoi occhi apparve di nuovo alla parola “Roma” che pronunciai abbassando la voce.

Avevo da tempo preso questa abitudine per smorzare l’effetto dirompente che l’immagine della mia città suscita negli stranieri. Quasi tutti aggiungono “Ah Roma” come se si trattasse di un luogo incantato. Forse lo era una volta. Ci vivo da molti anni e conoscendola bene mi sorprendo di quell’incanto e per questo quando la nomino abbasso la voce.

Lui, intanto, si era scatenato su Borromini. Non solo era colto ma anche raffinato. Cercai di dirottarlo su Firenze. Quando gli parlai della Biblioteca Laurenziana, lui incalzò con il Mosè di San Pietro in Vincoli. Parlava di Roma con un tale amore, che a mio avviso merita, da farmela desiderare di nuovo anche se allora, in disperata ricerca di lavoro, ero fuggito da lei ed emigrato all’estero. Ma il momento era magico e, non volendo rovinarlo, chiesi di lui. Il lampo azzurro si era spento e le palpebre si erano abbassate. Bevve un lungo sorso e posando il bicchiere sul tavolo trasse un lungo respiro. “Mi diverto” cominciò, gli occhi socchiusi e lo sguardo verso la marina. “Risalgo le isole d’inverno e le scendo quando arriva l’estate. Poi sistemo la barca a Tobago e viaggio per il mondo fino a novembre”. Si accomodò nella poltrona di vimini che scricchiolando non riusciva a contenerlo tutto e proseguì: “In sei mesi guadagno tanto denaro che non riesco a spenderlo tutto”. Sentivo che esagerava intenzionalmente, come se volesse convincere se stesso, oltre me. Voleva dimostrare di essere molto soddisfatto della sua vita. Cominciavo a sospettare del mio eroe anche se con rabbia sentivo di invidiarlo e divenimmo tristi insieme. Sentivo la malinconia calare tra noi e cercai aiuto nella bellezza che mi circondava. Cosa ci stava succedendo. Il vento ci portava il profumo dei fiori e sembrava che ognuno di noi si aspettasse qualcosa di buono dall’altro ma restava poco tempo per parlare. Ancora qualche minuto in silenzio, mentre in me cresceva l’inquietudine, poi proseguì: “Sono nato in Francia a Lille”. Ero stato in quella città, la ricordavo viva, abitata da gente laboriosa, ospitale. “Fabbricavo avvolgibili. Ho lavorato per vent’anni sedici ore al giorno e non mi accorgevo che il mondo attorno a me cambiava… guardavo il nastro saltar fuori dagli estrusori, caldo, continuo sempre dello stesso colore. Ero stupidamente sereno, mi sentivo utile. Quello che vedevo in fabbrica mi dava sicurezza”. Sembrava che volesse, ricordando, avere conferma dei sentimenti che aveva provato allora, si era fermato di nuovo ma aveva ripreso subito a parlare abbassando la voce: “Un giorno mi accorsi che mia moglie aveva un’altro uomo… lo stesso giorno seppi che le mie figlie si drogavano”. Si era arrestato per non mostrarmi la sua emozione. Le ultime parole erano uscite con difficoltà come se le sue corde vocali si fossero impastate improvvisamente con una colla vischiosa. Allungò la mano, prese il bicchiere e mandò giù quello che rimaneva. Afferrò poi con due dita la fetta di ananas in bilico sull’orlo di vetro e masticandola riprese: “Non capivo, non credevo di essere nella realtà. Mi accadeva di cercare per ore intere di uscire da quel sogno angoscioso. Quello che accadeva non aveva né senso né giustificazione. Cercavo di ragionare, di motivare ma si era aperto un vuoto davanti a me e stavo per precipitarvi dentro”. Aveva ripreso il suo tono noncurante, impassibile di prima mentre per me l’iniziale disagio si stava trasformando in angoscia. Il mio eroe stava prendendo forma umana e il mio sogno andava in pezzi. Aveva incrociato le braccia sul petto. Questo era divenuto immobile, mentre lo avevo visto, poco prima sotto la camicia, alzarsi ed abbassarsi sempre più rapidamente. Teneva gli occhi fissi sulla baia, quando si volse d’improvviso verso di me e sorridendo disse: “Non avevo scampo, fuggivo o mi uccidevo”. Tornò a fissare la superficie increspata dell’acqua e continuando a sorridere aggiunse: “Avevo la canna della pistola vicino alla tempia, quando decisi di fuggire”. Continuava a sorridere, voleva sdrammatizzare, voleva farmi credere che quella era stata per lui solo una stupida e banale avventura. Era rientrato nel personaggio.

Mentre, imbarazzato, mi stupivo di quello sfogo e del suo incredibile, inaspettato dominarsi, notai, nell’ombra, alle sue spalle un movimento. Misi a fuoco i colori di uno sgargiante pareo. Copriva il corpo bruno e flessuoso di una giovane donna. Nell’ombra non distinguevo bene il suo volto. Quando fu dietro di lui mi accorsi della sua bellezza. La pelle vellutata del viso era coperta a metà dalla mano il cui indice, dritto lungo il minuscolo naso, mi imponeva il silenzio. La bocca socchiusa in un sorriso di complicità. Il bianco dei denti spiccava nella penombra con la stessa intensità del fiore di ibisco che teneva infilato tra i capelli. Prima che il mio eroe si accorgesse di lei, le sue dita gli avevano coperto gli occhi con un gesto delicato. La reazione fu brusca, afferrandole i polsi, lui si voltò di scatto e nell’aria restò sospeso il suono duro della sua esclamazione: “B(te!”

Non poteva certo essere il nome di quella stupenda creola. Lei non smise di sorridere, alzò le spalle e si allontanò dondolando i fianchi mentre lui borbottava qualcosa. “Perché era così bella” azzardai, lui sorrise di nuovo e alzandosi mi disse che aveva una reputazione da salvare.

Ci salutammo poco dopo, il tempo era passato in fretta e l’aereo non mi avrebbe aspettato. Nel taxi pensavo al paradiso che lasciavo e sapevo anche il prezzo da pagare per averlo.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.