Cena con… il neverino

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CENA CON… IL NEVERINO

Testo di Paola Garzon. Scritto a quattro mani con Walther che in prima persona descrive l’accaduto

Eravamo partiti dal Marina di Simuni, sull’isola di Pag, verso le dieci del mattino di una strana giornata ai primi di agosto 1995. Provenendo dal nostro abituale ormeggio in Veneto, ci stavamo dirigendo, senza fretta, verso il Sud della Croazia dove, nel Marina ACI di Korcula, avevamo appuntamento con Carlo e Domenica, partiti in data diversa.

Accennavo alla giornata, più somigliante come clima a ottobre inoltrato piuttosto che alla piena estate. Il cielo era coperto da una nuvolaglia bassa, a strati, e cadeva una leggera pioggia che contribuiva ad alzare ulteriormente il tasso di umidità già di per sé elevato, stante anche la quasi totale assenza di vento. Il mare era calmo e quindi, non per effettiva necessità, ma soprattutto per vincere il senso di noia che di solito si accompagna a simili momenti, principalmente in vacanza, decidemmo di dirigersi verso l’arcipelago delle Incoronate, con la speranza che procedendo verso Sud il tempo tendesse a migliorare. Dopo circa un’ora dalla partenza, infatti, il cielo cominciò a schiarirsi e il sole, anche se parzialmente velato, fece la sua apparizione. Questo contribuì a ridare un pò di dinamismo all’equipaggio che fino a quel momento aveva preferito starsene riparato sottocoperta a sonnecchiare, lasciando al sottoscritto l’onere, molto relativo, della condotta della nostra imbarcazione Acquaviva 295. In pochi minuti l’ambiente circostante era cambiato; il colore del mare era passato dal grigio piombo a un azzurro brillante che nelle sue varie tonalità, a seconda dei fondali, sembrava quasi fondersi con il verde, non più così opaco, della vegetazione che copriva le isole alla nostra dritta. All’orizzonte intanto si intravedeva già tra la foschia il giallo ocra delle Incoronate, completamente brulle. Subito cominciammo a fare programmi per la giornata: la ricerca della baia dove ancorarci per il bagno e per il pranzo, quindi la successiva decisione circa la località in cui ormeggiare per trascorrere la notte. La scelta era ristretta a due possibilità, il Marina ACI di Zut o l’insenatura a Sud dell’isolotto Katina, di fronte a Kornat, che chiusa da tutti i lati, avrebbe garantito un riparo sicuro e tranquillo. La Scelta alla fine cadde su quest’ultima, attratti anche dall’idea dell’ottimo pesce che avremmo potuto gustare nella piccola “Gostiona” presente sull’isola, con la barca ormeggiata al molo che il proprietario del ristorante aveva costruito per i propri clienti. Nel frattempo il cielo si era ulteriormente rasserenato e quindi, individuata una splendida e solitaria baia sull’isola di Zverinac, ci accostammo per il quotidiano “rito” del bagno seguito come sempre dal “sobrio” pranzetto cucinato dal bravissimo Maurizio. Verso le sedici, stranamente sollecitati da Paola, di solito poco propensa a lasciare anzitempo una bella insenatura, ci dirigemmo verso la nostra meta, distante una ventina di miglia. Un’occhiata all’igrometro mi confermò che l’umidità atmosferica era nel frattempo aumentata, cosa che del resto l’afa e la pelle appiccicosa mi avevano già fatto intuire. I contorni delle cose apparivano sfocati come attraverso un vetro opalino, avvolti da quella luminosità traslucida e fastidiosa che contribuiva a rendere il tutto quasi irreale. L’atmosfera stessa sembrava carica di una strana tensione, in attesa di qualcosa di minaccioso e incombente, mentre il caldo afoso, mitigato solo in parte dall’aria mossa per la velocità della barca, faceva aumentare quel senso di oppressione che sembrava rallentare ogni nostra attività.

Verso le 17,30, dopo avere attraversato lo stretto e suggestivo passaggio tra l’isola di Kornat e Katina, raggiungemmo la nostra meta, dove una quindicina di barche ci avevano già preceduto. Ricordo che avvertii un insolito senso di sollievo una volta ultimate le operazioni di attracco e dopo avere assicurato la robusta cima del corpo morto alla bitta di prua. Per mitigare il caldo e scaricare la tensione fummo tutti ben lieti di tuffarci nelle fresche e trasparenti acque della baia per un bagno ristoratore in grado di ridarci tono e vivacità dopo una giornata così stranamente anomala.

Verso le 19 risalimmo in barca per prepararci, pregustando già la cena che avevamo prenotato fin dal pomeriggio, scegliendo con cura i vari tipi di pesce che sarebbero poi stati cotti sulle capaci griglie all’aperto. Improvvisamente il cielo si rabbuiò, quasi che il sole anziché tramontare fosse stato di colpo inghiottito dalla notte. Istintivamente tutti alzammo gli occhi verso l’alto per cercare la giustificazione a un simile fenomeno, del tutto inaspettato. Enormi nuvoloni neri, sfrangiati di bianco verso il basso, si erano addensati sulle nostre teste, coprendo in un attimo il cielo fino a poco prima sereno. Provenendo da Nord la perturbazione ci aveva sorpreso, essendo la visibilità preclusa in quella direzione, dalla sommità della collinetta che si ergeva alle nostre spalle, immediatamente a ridosso del molo. Un’occhiata al barometro, sceso di alcuni Mbar in pochi minuti, mi confermò quello che ci saremmo dovuti aspettare di lì a poco. Conoscendo la violenza di questi temporali improvvisi, di cui avevo già precedente esperienza, mi preoccupai immediatamente di valutare eventuali rischi che avremmo potuto correre. La scelta del pomeriggio si era però rivelata tutto sommato giusta; ci trovavamo infatti all’interno di una baia quasi completamente chiusa e gli unici passaggi verso il mare aperto erano abbastanza stretti da impedire alle onde di entrare con violenza. Le alture che ci circondavano sembravano in grado di frenare a sufficienza le raffiche di vento che certamente ci avrebbero investito. Quasi a confermare le mie preoccupazioni nello stesso momento il proprietario del ristorante uscì di corsa dalla cucina urlando a tutti di rinforzare gli ormeggi e rifugiarsi all’interno del locale. Un vento freddo e violento, il famigerato Neverino come viene chiamato sulle coste della Croazia, aveva nel frattempo cominciato a soffiare da Nord, solo in parte smorzato dalla collinetta alle nostre spalle. Immediatamente mi recai a prua per accorciare la cima del corpo morto e allontanare la poppa dalla banchina, al fine di evitare eventuali urti contro il molo. Avevo già fatto scendere a terra tutti gli altri, riservandomi di fare altrettanto dopo un ultimo controllo all’imbarcazione. Non avevo però fatto i conti con la perturbazione che ci stava investendo e che all’improvviso si scatenò in tutta la sua violenza. Stavo ancora ultimando di chiudere la capote quando fummo investiti da un violentissimo colpo di vento, con raffiche certamente superiori a 50 nodi di velocità, che colse di sorpresa tutti coloro che si erano attardati sul molo. Enormi nuvole di polvere mista a piccoli sassi si sollevarono in un attivo investendo pericolosamente persone e cose. Tra urla, imprecazioni e pianti dei bambini tutti cercavano riparo nel ristorante mentre io, sballottato insieme alla barca, ritenni non più prudente, in quelle condizioni, cercare di scendere a terra, con il molo a circa un metro e mezzo di distanza e senza passerella.

Nel frattempo, un’imbarcazione a vela che aveva iniziato le operazioni di ormeggio poco prima dello scatenarsi del temporale e non aveva ancora completamente ammainata la randa venne a trovarsi all’improvviso in grosse difficoltà. La violenza del vento l’aveva quasi coricata su di un fianco spingendola pericolosamente verso le altre barche ormeggiate. Quando l’urto sembrava oramai inevitabile, lo skipper, aiutato evidentemente da un equipaggio esperto, riuscì ad ammainare la vela e, spingendo nel contempo il motore al massimo, a districarsi miracolosamente da una situazione quasi disperata. Li vidi allontanarsi dalla riva e sparire dopo poche decine di metri. La visibilità si era infatti ridotta praticamente a zero in quanto il vento, pur non riuscendo ad alzare il mare all’interno della baia larga appena qualche centinaio di metri, sollevava altresì grandi quantità d’acqua nebulizzata che impedivano di fatto la vista a brevissima distanza. Riuscii infatti appena a intravedere una grossa imbarcazione, ormeggiata sul lato sopravvento del molo che, a causa probabilmente della scarsa tensione della cima fissata al corpo morto, aveva, sotto la violenta spinta del vento, ruotato la prua verso sinistra appoggiandosi contro l’imbarcazione a fianco e schiacciando, fino a rovinarlo completamente, il tender che quest’ultima teneva alla propria dritta. Nel contempo la poppa aveva preso a battere violentemente contro la banchina col rischio di danneggiare eliche e timone. A questo punto il comandante, vista la precaria situazione, tentò il tutto per tutto, mettendo in moto e facendo allo stesso tempo tagliare le cime d’ormeggio. Scegliendo il tempo giusto riuscì ad allontanarsi dal molo sparendo in un turbine di vento, fumo e acqua nebulizzata. Nel frattempo, oltre al vento che continuava a soffiare violentissimo squassando le barche e facendo gemere le cime d’ormeggio, pericolosamente tese, si scatenò una furiosa grandinata con chicchi grossi come nocciole che colpendo con violenza le fiancate della barca rimbalzavano all’interno, passando attraverso la stretta fessura alla base laterale della capote. Per un attimo (adesso la cosa mi fa sorridere ma al momento no…) tra il frastuono provocato dalla grandine e i chicchi che mi rimbalzavano attorno provai la netta sensazione di essere all’interno di quelle macchine per la cottura dei pop-corn e vi assicuro che il paragone calzava a pennello! Mi venne quindi l’idea (che strane cose si fanno in certi momenti!) di prepararmi un drink mescolando in un bicchiere un pò di questi chicchi con una generosa dose di rhum. Il gusto forte del liquore, ammorbidito dal ghiaccio, mi dette una piacevole sensazione di calore allo stomaco, contribuendo a stemperare la tensione che si stava accumulando in me. Dopo alcuni lunghissimi minuti la grandine lasciò il posto a una pioggia torrenziale che in breve cominciò a infiltrarsi attraverso le cerniere lampo della capote costringendomi a un assiduo lavoro di tamponamento per impedire di bagnare eccessivamente gli arredi del pozzetto. La pioggia permise comunque un miglioramento della visibilità tanto da consentirmi di vedere quanto stava accadendo a una grossa imbarcazione che prima della bufera si trovava ancorata al centro della baia. Al momento era invece arenata sugli scogli, appoggiata sul fianco sinistro, con i proprietari che da terra, grazie anche all’aiuto di alcuni volenterosi, cercavano vanamente, aiutandosi con lunghi bastoni, di ammortizzare gli urti della carena contro le acuminate rocce della riva. L’ancora aveva iniziato ad arare fino a che l’imbarcazione, non più trattenuta, era stata spinta dal vento sugli scogli. Finalmente, dopo oltre mezz’ora, il vento e la pioggia cominciarono ad attenuarsi, fino a cessare completamente nel giro di un’altra decina di minuti. Riaprii la capote e mi affacciai all’esterno. Rivoli d’acqua scendevano ancora incanalandosi tra le pietre della collina, mentre uno spiraglio di sereno si faceva strada tra le nubi che pi an piano si diradavano. Uscii fuori per controllare eventuali danni all’imbarcazione. Fortunatamente tutto appariva a posto tranne l’antenna della radio che il vento aveva coricato di lato, perpendicolarmente all’asse longitudinale della barca. Era stata sufficiente la resistenza opposta dal sottile stelo per forzare il blocco di fissaggio alla base dell’antenna fino a ruotarla di 90° verso l’esterno e farle assumere quella strana posizione. Il pontile si stava intanto riempiendo di persone che scendendo dalle barche o provenendo dal ristorante si scambiavano commenti e precisazioni sull’accaduto, meravigliandosi comunque per la violenza e la rapidità con cui si era manifestato un simile evento atmosferico.

Accompagnato dagli altri membri dell’equipaggio, che mi avevano nel frattempo raggiunto, mi avviai verso il ristorante dove già si trovavano una trentina di persone. Fummo però accolti dallo sconsolato gestore che ci informò di non essere in grado di servire la cena, essendo la cucina e le griglie completamente allagate e quindi fuori uso. Dopo un attimo di smarrimento si manifestò però la solidarietà e lo spirito di iniziativa dei vari equipaggi, anche se di diverse nazionalità. In pochi minuti si formarono lunghe tavolate comuni unendo i singoli tavoli precedentemente apparecchiati e ognuno, attingendo alla propria cambusa, portò quello di cui disponeva, mettendolo a disposizione di tutti. In men che non si dica i tavoli erano colmi delle più svariate pietanze: diversi tipi di affettati, scatolette di carne o di tonno, insalate di riso o pasta, formaggi. Il tutto annaffiato dal vino generosamente offerto dal proprietario. Era bello vedere tanta gente, di paesi diversi, che seduta a un unico grande tavolo si scambiava il cibo con naturalezza e spontaneità, magari senza capire ciò che il proprio vicino stava dicendo ma cercando di intendersi col linguaggio universale del sorriso. Mi ricordo che in quel momento pensai a come, mentre lì persone di varie razze e nazionalità mangiavano amichevolmente allo stesso tavolo, a poco più di cento chilometri, in Bosnia, si stava combattendo una delle guerre più assurde e crudeli tra popoli appartenenti alla stessa nazione!

Fuori intanto era scesa la sera. Nel cielo oramai terso e limpido splendevano migliaia di stelle che si specchiavano nel mare di nuovo calmo, su cui si dondolavano tranquillamente le barche ormeggiate al pontile. Il Neverino del pomeriggio era già, fortunatamente, solo un ricordo.

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