Due barche e il gabbiano

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DUE BARCHE E IL GABBIANO

Testo di Gianfranco Fialdini
Pubblicato su Nautica 503 di marzo 2004

Ogni barca che malgrado il trascorrere del tempo rimane attuale e viene definita “regina del mare” ha la sua storia; un’immagine dovuta alla matita che l’ha disegnata, ai proprietari che l’hanno timonata, al “palmares” dei risultati sportivi, oppure, più semplicemente, si tratta di barche che in qualche modo hanno identificato un momento storico nel mondo della vela in Italia o in altri paesi. È il caso della nave scuola “Corsaro II”, che chi scrive ha avuto l’onore di comandare sia pure occasionalmente. Questa nave scuola fu consegnata alla Marina Militare nel gennaio 1961: ebbe quale primo comandante l’allora capitano di fregata Agostino Straulino, già campione olimpico. Con un equipaggio di undici ufficiali (fra cui otto guardiamarina appena usciti dall’Accademia Navale di Livorno), un sottufficiale nocchiere, un radiotelegrafista e un marinaio, partecipò alla “Transpacific Race” una delle più lunghe regate del mondo (allora), sul tratto Los Angeles- Honolulu di 2.225 miglia. Si classificò quarta a meno di quattro minuti dalla terza, in un lotto di tredici concorrenti che esprimevano il meglio del mondo della vela di quegli anni. Fu il primo yacht italiano a prendere parte a una transpacifica, e Straulino dimostrò che la vela d’altura italiana era ormai matura per cimentarsi senza complessi contro qualsiasi avversario e in tutti i mari, anche i più lontani.

Due curiosità: dell’equipaggio facevano parte il guardiamarina Gianfranco Battelli, che con il grado di ammiraglio di squadra avrebbe tenuto il timone del Servizio Informazioni della Difesa alla fine degli anni Novanta e, in qualità di ospite (ma faceva parte dei turni di guardia) il dottor Beppe Croce, mitico e non dimenticato presidente dello Yachting Club italiano, che ha fatto parte dei consessi internazionali della vela. Con la sua presenza il dottor Croce completò l’organico delle tre guardie di quattro uomini di servizio e altrettante di comandata (cioè vestiti e sempre pronti a rispondere in caso di chiamata). Nel 1964, al comando del Capitano di Vascello Ugo Foschini, il “Corsaro II” vinse la regata Lisbona-Bermuda di 3.464 miglia, distaccando di un giorno il secondo classificato.

E ora vediamo di conoscere meglio un’altra barca bellissima, che ci riporta alla mente qualcosa del “Corsaro II”, il “Latifa”. L’accostamento non è casuale, anche se le rispettive costruzioni sono distanti un quarto di secolo: bisogna riconoscere che le linee filanti del suo scafo, la sua armoniosa bellezza, il senso di “leggerezza” che si prova nel vederlo invelato, sono le stesse del “Latifa”, da cui chiaramente deriva, anche se fra le due barche esistono varie difformità. Ma è fuor di dubbio che gli architetti Sparkman & Stephens si siano ispirati “anche” a questa barca quando hanno disegnato il “Corsaro II”. Vedere il “Latifa” invelato, come ci è capitato qualche tempo fa, porta il pensiero a un gabbiano che sfiora la cresta di un’onda. È perciò doveroso riconoscere al costruttore inglese William Fife, proprietario di un cantiere insieme al figlio, una grande abilità nel costruire belle barche, spaziose, luminose e comode all’interno, molto veloci come nel caso di questo “ocean racer”. Il “Latifa” fu costruito nel 1936 e partecipò a innumerevoli regate, soprattutto nel Fasnet, vincendo tantissimo. Nel suo palmares spiccano un primo posto nella regata Plymouth-La Boule nel 1938 e un primo posto nel Fasnet del 1947. Nel 1996 ha effettuato un giro del mondo via Panama e Suez per poi effettuare un restauro nel cantiere Beconcini. “Corsaro II” e “Latifa” sembrano gabbiani, ma in realtà sono state progettate per essere delle macchine che ci permettono di solcare velocemente il mare e dove l’elemento propulsore ha un suono che riesce a essere piacevole anche quando, nella sua potenza che può diventare distruttiva, ci fa paura: il suono del vento. Questa forza della natura, che va dalla brezza all’uragano e per la cui misurazione esiste come noto una scala ideata dall’ammiraglio Beaufort (da zero a dodici le cifre indicative), se saputa sfruttare con adeguato piano velico e idonee linee di carena riesce a far attraversare gli oceani a queste “regine”, che dietro la loro leggerezza nascondono, appunto, la “macchina” capace di trasformare la spinta del vento nel moto con cui solcano sicure le onde a oltre dieci nodi. E avere la fortuna di trovarsi a bordo di una di esse offre sensazioni irripetibili, talvolta prossime alla felicità assoluta. Come ci è capitato durante una navigazione dalla Spezia a La Maddalena, qualche tempo fa.

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