L’ultimo peschereccio camoglino, il Tecla II

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L’ULTIMO PESCHERECCIO CAMOGLINO, IL “TECLA II”

Testo di Annamaria “Lilla” Mariotti
Pubblicato su Nautica 522 di ottobre 2005

Camogli, tutti lo sanno, è una città con una storia antica alle spalle, una storia proiettata sul mare, le avventure dei suoi uomini che hanno solcato il liquido elemento si raccontano ancora oggi e sono il vanto dei loro discendenti. Ma mare significa anche pesca e anche di questo hanno vissuto per secoli gli uomini e le donne di Camogli.

Oggi, purtroppo, questo mestiere antico sta scomparendo lentamente, i giovani si allontanano sempre di più da un lavoro tanto faticoso e poco remunerativo, sono finiti i tempi in cui si diceva che “i pescatori camogliesi rifornivano le tavole dei Re”. La pesca vuole dire anche commercio e il pesce oggi è molto ricercato come alimento genuino e salutare, ma sembra che si voglia lasciare il primato della pesca ad altre zone, come l’Adriatico, dove questa tradizione è ancora fortissima. Un posto a caso, Goro, alle foci del Po, in provincia di Ferrara, dove la flotta di pescherecci supera le 1.000 unità e dove il 90% della popolazione gravita intorno alla pesca e al suo commercio.

A Camogli la Cooperativa Pescatori ha da tempo adottato come barche da pesca i più piccoli e maneggevoli gozzi governati dai suoi 30 soci. Questo tipo di barca può uscire più volte al giorno, può effettuare tutti i tipi di pesca, compresa quella notturna con la lampara, ed è sicuramente più facile da gestire di una grossa barca, ma a Camogli un peschereccio è rimasto, l’ultimo, il “Tecla II”. Fino a non molti anni fa erano in due, il “Tecla II”, appunto, e il “Barracuda”, barca storica e molto vecchia. Era su questo peschereccio che salivano le autorità civile e religiose, insieme alla banda, il giorno della festa della Stella Maris, la prima domenica d’Agosto, per la processione di barche pavesate che conduce a Punta Chiappa tutti coloro che vogliono assistere alla messa sullo scoglio, sul piccolo altare con l’immagine della Madonna in mezzo ai flutti, per onorare chi in mare lavora e chi in mare ha perso la vita. Ormai il “Barracuda” non è che un ricordo, da tempo è stato demolito, così il “Tecla II” rimane l’ultima vestigia di un’epoca gloriosa per la pesca, da un pò di tempo, purtroppo, fermo in porto, non si sa se in disarmo o se anche lui destinato alla demolizione.

Per avere delle risposte a questo interrogativo ho incontrato il signor Mario Emanuele Cerulli, armatore, comandante e capo pesca di questo peschereccio, che me ne ha raccontato la storia.

Prima di tutto ha voluto assicurarmi che la barca non è destinata alla demolizione, è ferma per un problema ormai già affrontato: non si trova un equipaggio che possa coadiuvarlo nella operazioni di pesca. Ci vuole un equipaggio adatto, composto da persone che sappiano pescare o che vogliano imparare presto, insegnare questo mestiere è un grosso impegno, anche perché la pesca è una cosa seria e non si può perdere del tempo prezioso quando si è a bordo. Si tratta quindi di una sosta temporanea, in attesa che questo problema venga risolto.

Il “Tecla II” è nato a Donoratico tra il 1945 e 1946, nell’immediato dopoguerra, dove era stato costruito per il trasporto del bestiame dalla Maremma verso la Sardegna, ma prima che la barca fosse terminata viene a cadere lo scopo di questo commercio e allora viene trasformata in peschereccio. Il “Tecla II” è lungo 19,50 metri, largo 5 e ha un motore da 390 CV. Effettua la pesca a strascico al largo su un fondale che va dai 60 fino ai 600 metri e la rete viene sollevata a mezzo di verricelli e argani. Nel 1953 il “Tecla II” arriva a Camogli dopo aver lavorato per un certo periodo in Toscana e dopo un fallimento, e viene acquistata all’asta da un importante commerciante di pesci locale che la adibisce subito alla pesca a strascico. Mario Cerulli a metà degli anni ’50 è già a bordo di questa barca dove fa il suo lavoro, che è quello di pescare. La Ditta Martini di Camogli, armatrice della barca, la sposta in Sardegna per pescare in quel mare, ma qui, in seguito a un terribile incidente, muore il capo pesca a bordo e la barca rientra, e per un certo periodo fa base a Santa Margherita, ma un altro fallimento la ferma. Nel 1970 Mario Cerulli entra in società con la Ditta Martini, poi, nel 1975, insieme al fratello Mario Michele, rileva la barca e continua la pesca in proprio, finché, nel 1985, entra a far parte della Cooperativa Pescatori di Camogli, di cui è stato socio fondatore.

Il “Tecla II” è una barca “personalizzata”, simpatica e riconoscibilissima. È dipinta di rosso e blu per far capire a tutti quali sono le preferenze calcistiche del suo proprietario (rosso e blu sono i colori del Genoa) e fino a poco tempo fa sulla cabina di comando faceva bella mostra di sé un imponente grifone, sempre rosso e blu. Purtroppo il sale e le intemperie lo hanno fatto sparire, ma solo dalla fiancata della barca, non dal cuore del suo comandante.

Come tante altre storie, anche questa ha forse avrà un lieto fine. Pare che l’equipaggio sia stato trovato e, in questo caso, presto il “Tecla II” potrà riprendere il mare, così potremo vederlo ancora ogni giorno, all’orizzonte, dieci miglia dalla costa, mentre va avanti e indietro, spaziando da Chiavari a Genova, nelle sue dodici ore di lavoro, alternate da momenti dedicati al riposo, trascinandosi dietro la sua pesante rete a strascico. Il suo ritorno in porto nel tardo pomeriggio sarà di nuovo una festa, sarà bello veder sbarcare le cassette piene di pesce prelibato che, dopo una sosta in pescheria, qualcuno si porterà a casa.

Forse un’antica tradizione sarà di nuovo salva, ma per quanto?

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