She

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

SHE

Testo di Giorgio Biuso
Pubblicato su Nautica 539 di Marzo 2007

Era dolce, bella, slanciata.

Quando la vidi per la prima volta da anni non si curava più, tutto era in lei abbandonato, polveroso, dimenticato. La guardai a lungo. Era sdraiata vicino al mare in attesa. Le sue forme perfette, disegnate in modo impeccabile, si rivelavano sotto gli stracci con la forza della bellezza universale. Mia moglie, che l’aveva notata per prima, si accorse subito del mio turbamento.

Da quel giorno di gennaio la mia vita è cambiata. Non riuscirò mai a fare il bilancio delle gioie e delle amarezze che mi vennero da lei. Era troppo per me.

Perché io ero un uomo normale, una persona tranquilla, grazie a lei, e non c’è rimedio, sono diventato un folle. Il mio tempo, denaro, amore: tutto è stato inghiottito dal suo bisogno di essere più bella, più amata. Alla profonda commozione, che mi assaliva, quando la guardavo, si aggiungeva l’orgoglio di sentirla solo mia. Per lungo tempo non potei provare altri sentimenti.

Il primo viaggio insieme fu movimentato. Ero molto preoccupato del nostro rapporto, la carezzavo continuamente, temevo di perderla per le fatiche a cui la sottoponevo. Il viaggio finì e cominciammo a conoscerci. Lei seppe della mia sensibilità, delle mie paure, della mia prudenza, della mia sollecitudine, del mio sacrificio, del mio pessimismo. Io conobbi il suo dolce incedere, la sua forza, la sua capacità di reagire, la sua follia nei giorni di bufera, la sua fragilità, la sua materna tenerezza, il suo caldo abbraccio. Stavamo spesso sdraiati l’uno sull’altro a guardare il cielo, tranquilli sotto il sole, scrutando preoccupati le nuvole all’orizzonte. Spesso mi addormentavo e, sfiorandola nel sonno con mano cauta, sentivo sotto la pelle vellutata il suo corpo solido e delicato. Quando, durante i viaggi, ci fermavamo, il suo ingenuo esibirsi nell’aria tersa mi preoccupava non poco e gli sguardi ammirati di chi passava mi riempivano di gioia e di timore. Credo nelle emanazioni e negli influssi, specialmente in quelli malefici che sa emettere l’essere umano e temevo che quel lampo di desiderio che scorgevo negli occhi degli altri potesse in qualche modo turbare la nostra unione. Guardando le altre non ho mai esitato, anche le più belle avevano sempre qualcosa, un movimento, uno slancio, un’imperfezione, una curva mal segnata che spegneva subito il mio nascente interesse e l’immagine di lei tornava cancellante, imperiosa, affascinante. Ero completamente preso, soggiogato.

Non fui mai geloso della sua bellezza, mi piaceva dividere la sua presenza con gli amici e lei era sempre generosa di tenerezze con tutti. Quando la lodavano come la più bella di quelle finora incontrate, accettavo il complimento e la guardavo sempre più innamorato. Per anni ci scambiammo tenerezza. La sua presenza mi esaltava e non avvertivo le fatiche che le cure di lei mi procuravano.

Un giorno mi accorsi che le sue richieste, all’inizio del nostro amore così rare e timide, diventavano sempre più perentorie ed assillanti. Il ricatto era l’abbandono, l’oblio, la polvere, la distruzione. Reagii al ricatto e lottai con tutte le forze fino a che sentii che mi abbandonavano. Sarebbe stato bello morire insieme, consumarci nel nostro ideale di efficienza, ma il pensiero della mia fine e della sua sopravvivenza nelle mani di un altro padrone, mi cambiò profondamente.

Cominciai a staccarmi da lei due anni fa, le visite sempre più rare, i doni lesinati, il pensiero sempre più accolto di vederla nelle braccia di un altro. Senza le mie cure il suo aspetto di essere maturo e splendente, di regina di bellezza cominciò a sfiorire così lentamente che io, nelle rare visite, quasi non mi accorgevo della sua decadenza. Mi sorprendevo ad ammirarla ancora senza rilevare i segni dell’incuria e del tempo che cominciavano a deturpare il suo splendido corpo. Gli amici mi chiedevano di lei e le mie risposte erano sempre più evasive.

Passai ad altri amori e confesso che la dimenticai anche per lunghi mesi. Quando la ritrovavo era sempre là dove l’avevo lasciata, mi accoglieva con indifferenza e, nonostante le mie tenerezze, aveva l’aria svagata di chi ha perso la memoria e non ha più interesse a riacquistarla.

Mi venne in mente allora la sua triste storia. L’avevo ricostruita attraverso i racconti della gente incontrata negli anni passati. La nascita in Francia, sul mare, da un vecchio padre morto subito dopo. Accolta giovanissima da un ricco e spregiudicato signore, aveva corso il rischio di morire bruciata per la disattenzione di un servo. Abbandonata poi nelle braccia di un uomo del seguito desideroso di risarcimento e livido di invidia, lo fece fuggire spaventato dalla sua forza e vivacità di cavalla di razza. Io la trovai subito dopo e l’amai teneramente.

Il disastro accadde il giorno di Natale dell’anno scorso. Nere nubi di tempesta correvano nel cielo. A metà notte fui svegliato dal forte vento che scuoteva gli alberi del giardino. Pensai a lei e mi si strinse il cuore. In una notte di furia così sola, così indifesa. Vinse sul primo impulso la mia grande stanchezza. Il giorno dopo una telefonata, era nei guai.

Forze soprannaturali la stavano trascinando verso la distruzione. Esitai ancora e, quando giunsi accanto a lei, era orrendamente ferita. Tenendola tra le braccia urlai e piansi disperatamente, la gente intorno cercava di consolarmi, di aiutarmi, io ero come impazzito. Soffriva orribilmente, era scossa da terribili sussulti che la trascinavano intorno in una danza senza speranza. Mi sentivo colpevole di tanto sfacelo e non riuscivo ad aiutarla, vederla soffrire mi toglieva le forze.

Ad un tratto la decisione folle balenò nella mia mente e mi aggrappai ad essa per sopravvivere. L’avrei uccisa. Con le mie mani. Le dovevo questo mio orrendo dolore.

Avevo già aperto le sue vene, quando mi accorsi della lotta, della disperazione con cui si batteva e non ebbi il cuore di continuare. Corsi in cerca di aiuto chiedendole perdono e quando riuscimmo con gli amici a superare la crisi, il suo corpo mutilato mi apparve come un fantasma. Le ferite nere colpivano la mia anima destando mari di angoscia. Ero stato io l’unico colpevole, avevo deciso senza saperlo che nessuno poteva possederla dopo di me, l’avevo quasi uccisa per questo.

Non sono più lo stesso da quel giorno, i miei tentativi di tornare indietro, la ricerca vana di un porto dove farla curare, di un medico o di un nuovo padrone, non ha effetto, è passato un mese e quanto passerà ancora. Il tempo ha reso le sue ferite atroci. Sarà questo l’orrore che io volevo per cancellare la sua bellezza, sarà la mia risposta a quel turbamento di tanti anni fa. Mi chiedo se ora prima di morire troverà chi con la forza dell’amore la farà di nuovo rivivere.

Ma ora non m’importa, nel mio cupo egoismo ricordo il suo splendore quando era mia e so che così non sarà più di nessuno.

Nota: Gli inglesi quando parlano della loro barca dicono “she” lei. L’autore quando sua moglie ha letto per la prima volta il manoscritto ha rischiato il divorzio. Il nome della barca è “Cherie” e nei mesi invernali, restaurata, galleggia pigramente nelle acque di Porto Azzurro. Potete trovare disegni e fotografia nel libro “A Band of Brothers – Barche d’epoca” curato da Flavio Serafini, edito da Gribaudo.

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