Siamo o non siamo i Venturieri?

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

SIAMO O NON SIAMO “I VENTURIERI”?

Testo di Franca Urbani
Pubblicato su Nautica 542 di Giugno 2007

Dopo il raduno di Chioggia, cominciano le veleggiate sociali dell’estate. Il “Grand Bleu” di Marco Pozzi da Corfù a Killini. Il senso di un viaggio in barca a vela.

DA CHIOGGIA A CORFU’
Due barche dell’associazione “I Venturieri” si sono incontrate il 29 luglio 2005 a Corfù, (l’isola dove Ulisse incontrò Nausicaa) per una veleggiata di pochi giorni fino a Killini. Prima e dopo ci sono stati e ci saranno altri imbarchi e altri equipaggi: da Chioggia a Corfù, come prima tappa, e da Killini giù giù lungo il Peloponneso fino all’isola di Citera. Quindi il ritorno a Chioggia dove “I Venturieri” hanno la loro sede sociale. (vedi il sito www.venturieri.it). Scendendo dal traghetto un caldo africano mi accoglie opprimendomi il petto, nell’inutile attesa di un taxi sotto una cocente pensilina di plexiglas. Infine un taxista arriva e partendo mi comunica la temperatura esterna: 39 gradi.

Mi dirigo al porto di Gouvia dove al “molo grande” trovo il “Grand Blue” di Marco Pozzi, uno splendido Sciarrelli di 16 metri. Saluto affettuosamente il comandante Pozzi che mi presenta due nuovi soci e compagni di viaggio, Maurizio ingegnere e Vanni medico. Abbraccio gli amici Gianni e Rosalia. Mi libero delle scarpe e accovacciata nella scarsa ombra in coperta comincio a guardarmi attorno. In testa al “molo grande” spiccano delle gran belle barche, e gli amici mi danno notizie. C’è un magnifico Perini che appartiene a un “re” non meglio identificato, il quale la sera precedente ha dato a bordo una festa in grande stile. C’è la barca che è stata di Hitler, “Skagerrat” un bellissimo yacht bianco, che adesso appartiene a due miti armatori. Vedo un enorme M/Y completo di elicottero, altri tre Perini e, ovunque giri lo sguardo a 360 gradi tanti, tanti alberi di barche a vela fitti come gli alberi di una foresta. Gli amici mi spiegano che con i suoi 3.000 posti barca Gouvia è la terza marina della Grecia per importanza. Naturalmente ci sono anche molte barche a motore.

Mi sposto su un molo poco distante a salutare Carlo, che con moglie, figlio tredicenne e un amico di quest’ultimo sta su “Odissea” una barca autocostruita di 10 metri che ci seguirà nel viaggio. Carlo è ingegnere, con una particolarità unica, perché un pò per passione, un può perché è un veterano dei viaggi in Grecia, dove nell’isola di Corfù tiene la barca tutto l’anno e la usa spesso, conosce tutto ma proprio tutto “non sulla storia di Venezia come città d’arte” ma su quella del suo impero commerciale e marittimo che si estendeva dall’Adriatico fino al Medio Oriente. Parole di Carlo. Nessuna guida può sostituirlo nella sua funzione informativa sulla storia, la geografia, la mitologia, i personaggi, i porti, gli approdi, l’arte, l’architettura, la gastronomia di questa parte di mondo, soprattutto per quanto riguarda la costa e le isole che si possono raggiungere in barca. Voglio precisare che Carlo non è pedante, piuttosto lui “ti dipinge una scena” nella quale, a seconda del luogo in cui ti trovi, ti puoi inserire con la fantasia muovendoti con naturalezza come se tu fossi lì da mille anni o più.

Tutto ciò dà un sapore particolare al viaggio in barca e ai luoghi che incontri; non ti senti più uno sprovveduto diportista ma una persona che ha il gusto di apprendere, sia che si tratti di fare manovre in barca a vela, imparando cose sempre nuove, sia che si tratti di osservare i luoghi e i personaggi che li popolano, scoprendone la storia e le caratteristiche. Subito si capisce che in questo viaggio seguiremo le orme dei Veneziani, le loro rotte, i commerci, le guerre, i porti, le fortezze: ed è sorprendente per me, che credevo di conoscere Venezia, scoprire dal vivo le tracce della sua presenza su un territorio vastissimo, che ha occupato per punti (sostanzialmente porti e fortezze) e per linee di forza (commerci, traffici, scambi, guerre) fino a raggiungere l’Estremo Oriente. Di questo passato Carlo parla appunto con la naturalezza di chi c’è stato. Così mentre dividiamo un’insalata greca mi spiega che in fondo a una banchina ci sono i resti dell’antico arsenale veneziano. È solo l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo.

Ci sistemiamo nelle cabine cercando di far stare tutto accuratamente piegato negli stipetti. Il comandante ci illustra la rotta che seguiremo sulla carta nautica fissata al tavolo del pozzetto con un lungo elastico e ci spiega che ciascuno sarà chiamato ad aiutare nelle manovre, alternandosi nei vari ruoli. Durante le traversate da un’isola all’altra avremo l’opportunità di parlare degli aspetti tecnici e strutturali della barca e naturalmente dei vari aspetti della navigazione: manovre, vele, venti, andature, vita di mare in genere. Ci sarà inoltre concesso di consultare i sacri e preziosi testi che il comandante conserva gelosamente in un gavone (1). Marco Pozzi sarà disponibile per rispondere alle domande fatte sul campo o meglio sul mare e generosamente ci metterà a disposizione anche i block notes, le matite e una serie di bellissime carte nautiche in inglese particolarmente dettagliate e utili per il carteggio. Ci spiega chiaramente come sarà la vita a bordo, molto semplice e cameratesca, ma regolata da alcune regole fisse, con cibi parchi preparati per lo più da noi stessi, spese oculate con la cassa comune tenuta dal bravissimo Gianni, il quale è anche uno specialista nello stoccaggio delle vivande che stiva ordinatamente dal basso verso l’alto nei due “frigo” della barca, uno adibito alle bevande, l’altro ai cibi. La sua abilità consiste nel mantenere una giusta aerazione all’interno dei frigoriferi e nell’organizzare i vari strati in modo che i cibi di immediato consumo stiano in alto.

Faremo anche delle corvée a coppie, cosicché essendo 6 i componenti dell’equipaggio e 6 i giorni di navigazione effettiva, faremo 2 turni per ciascuna coppia. Presto anche le coppie sono formate, tirando a sorte col sistema dei cerini con la capocchia e “scapocchiati”, idea che Marco ha preso da un film. La corvée durerà dalla colazione del mattino alla cena serale, sarà comprensiva delle spese, del lavaggio piatti e della distribuzione di acqua e bevande in navigazione, lavorando e cucinando sottocoperta ai fornelli anche in traversata e nonostante il caldo. Marco ci spiega l’uso e il razionamento dell’acqua: dovremo lavarci usando di preferenza la doccia in coperta e il sapone marino, in cucina invece, durante il lavaggio dei piatti e delle vivande, dovremo usare tassativamente il pedalino del lavello.

Attenzione particolare ci viene raccomandata anche e soprattutto nell’uso dei bagni, dove si prevede l’utilizzo di sacchetti per la carta usata, da cambiare molto spesso, mettendoli nel sacco grande della spazzatura conservato in coperta, che poi verrà gettato non appena si scenderà a terra. Incredibile è la quantità di spazzatura che si produce anche in barca. Riflessione ecologica. Rituali le almeno venti manovre sulla pompa del wc dopo l’uso, per permetterne il corretto funzionamento idraulico. Rosalia e Gianni, generosamente, si offrono di fare la spesa su una lista preventivamente concordata, utilizzando un vecchio motorino che hanno affittato. L’impresa, che sarebbe relativamente semplice, è in realtà complicata dal caldo e dal numero di viaggi necessari per trasportare tutta la mercanzia sulle due ruote. Nel frattempo il comandante, per combattere il caldo bestiale, ci porta a fare il bagno in gommone nella baia all’entrata del porto. Possiamo così vedere le arcate possenti dell’arsenale veneziano, ora parzialmente interrate, di cui ci aveva parlato Carlo, il quale tra una bracciata e l’altra ci racconta che la baia è attraversata da parte a parte da una secca, che costituisce una formidabile trappola per le barche. Già anticamente le navi turche che cercavano di entrare nel porto per metterlo a ferro e fuoco si insabbiavano, diventando un facile bersaglio per i Veneziani che avevano le loro postazioni sulla collina prospiciente la baia e dall’alto le attaccavano senza pietà, usando speciali proiettili intrisi di olio d’oliva e infuocati. Era la risposta veneziana al “fuoco greco”.

Quasi devo sbattere le palpebre per cancellare dagli occhi la vivida immagine di questi agguati: mentre i Turchi si tuffano in mare per guadagnare la riva e una difficile via di fuga, i Veneziani li inseguono correndo giù dalla collina per un ultimo “affondo” all’arma bianca sferrato con feroce determinazione per sterminare gli odiati e temuti nemici che da sempre minacciano il dominio di Venezia sui mari. Un idrovolante ammara sull’acqua e ci riporta alla realtà. Il gommone passa poi davanti a una splendida villa immersa nel verde digradante verso la piatta scogliera, davanti alla quale sono ormeggiati due superyacht battenti bandiera greca. Diversi uomini stanno scaricando a terra, con grande cura, una teoria di scatoloni e casse e, a meno che non si tratti di un tesoro trafugato, sicuramente una bella festa si sta preparando per la serata in villa.

Incomincio garrula a parlare di “Superyacht” agli amici Venturieri, ma mi mettono a tacere con uno sguardo di disapprovazione. Ubbidisco e mi limito a pensare che molti sono attualmente i magnati Greci che hanno a Corfù la loro villa con yacht annesso e ormai anche qui, nella nautica, il lusso si mescola con la tradizione, il moderno con l’antico, il legno con il polimero. È il progresso! D’altra parte già in passato almeno due famosissimi personaggi hanno reso famosa l’isola, scegliendola come luogo di villeggiatura alla moda e soggiornando in splendide dimore: Sissi, la principessa triste, quasi una prigioniera dell’Hofburg viennese e cultrice ante litteram del fitness estremo, e il principe del Galles, Filippo. Scendiamo anche alla chiesetta ortodossa per gustare l’ombra magica proiettata dalle bianche mura intonacate, poi ritorniamo in barca per una doccia veloce e, chiamati due taxi, partiamo per Corfù by night; insieme al nostro amato Carlo.

La città che fu dei Veneziani appare bellissima nella luce tersa della sera, e non ci riesce difficile immaginare il fascino che Nausicaa e la rigogliosa natura dell’isola hanno potuto esercitare su Ulisse, abituato alla pietrosa Itaca e alla paziente ma forse un pò noiosa Penelope. L’imponente Fortezza veneziana mi colpisce per la sua mole e Carlo ci ricorda che anticamente ospitava la sede del “Provveditore Generale da Mar della Dominante” (carica che equivale a quella dell’attuale Capo di Stato Maggiore) e inoltre che la sua struttura è formata da tre profondi fossati che dividono tre ordini di alti bastioni. Guardando poi dall’alto del ponte che collega la Fortezza con “l’Esplanada”, vediamo la vecchia dogana e l’edificio del locale yacht club che si stagliano contro l’azzurro intenso del mare.

Nel vicino ombroso giardino del caffè dell’università, sorseggiando granite di limone e fragola, cerchiamo di opporre la minima resistenza al vento caldo che non sembra accorgersi del calare della sera ma soffia anzi come l’aria di un grosso phòn perennemente acceso al massimo. Anche il tredicenne Luca si lamenta ad alta voce esclamando “Ma che caldo fa!?” Percorriamo tutta “l’Esplanada” fino a imboccare “il liston”, con i bei caffè sotto i portici e i dehor di fronte, al di là della zona di passeggio. Tra stradine strette e graziose piazze arriviamo alla taverna dove cucinano ancora cibi legati alla tradizione veneziana, come il “fritto” una specie di grossa scaloppina insaporita di erbe e servita con le tipiche patatine greche, assolutamente no-global. Vino resinato a volontà. Il tavolo è proprio nel mezzo della stradina e ai lati si accalcano persone e motorini che tentano comunque di passare aggirando con filosofia l’ostacolo. L’atmosfera è già mediorientale, magica e veneziana insieme.

Un mix micidiale. Dopo l’ouzo il caldo è insopportabile, le idee confuse e torniamo in barca pensando già alla partenza dell’indomani. Nella piccola cabina chiusa, per forza dell’abitudine, passo una notte infernale sudando come in una sauna. Decido che da domani la porta rimarrà aperta e così faranno tutti gli altri. Al mattino mi ritrovo un poco stordita al tavolo del quadrato per la colazione: caffè, latte, pane, marmellata, frutta e yogurt. Il comandante è pronto per la partenza e sbrigate le pratiche doganali salpiamo per Paxos.

DA CORFU’ A PAXOS
Marco Pozzi si trasforma, all’improvviso, dall’amabile conversatore a cui “tutto va bene” in un vero comandante, fermo, tranquillo, a volte duro, che conduce il suo equipaggio e si prende cura della sua barca. Gianni e Rosalia sono “I Venturieri” di vecchia data e hanno veleggiato con Gian Marco Borea, carismatico fondatore de “I Venturieri” nonché armatore del mitico “Vistona”. Borea è famoso oltre che per le capacità marinaresche, per la cultura raffinata e, va detto, anche per l’asprezza del carattere. Io che sulle barche sono stata solo per fotografare, lascio da parte la mia Canon perché mi sembra più entusiasmante aiutare alle manovre. Maurizio e Vanni, bravissimi, fanno la loro parte. Veleggiando ci lasciamo presto alle spalle la Fortezza veneziana, il Forte di S. Andrea, e la residenza di Sissi, mentre Rosalia e Maurizio lavorano sottocoperta e la barca fila veloce a vele spiegate. Mangiamo insalata greca, tortine di verdure e formaggio, frutta e caffè. Tutti si riposano sottovento chiacchierando piano mentre sottocoperta si lavano i piatti. Poi, riuniti intorno al tavolo del pozzetto, studiamo la rotta e parliamo delle forze che interessano gli alberi e le sartie.

Discutiamo animatamente e Marco tira fuori un libro molto tecnico e voluminoso intitolato “Glenans”, e uno che raccoglie tutti i portolani della Grecia, curato da un inglese e, nonostante risalga al secolo scorso, ancora molto apprezzato dagli intenditori. Un colpo di mare sbanda improvvisamente la barca, andiamo in acqua con la falchetta e abbiamo appena il tempo di afferrare le cose che volano in coperta, mentre sotto, tutti i volumi della libreria e molti oggetti cadono violentemente sul tavolato. La tanichetta di benzina per il motorino di Carlo è purtroppo perduta tra i flutti. Il vento rinforza e la veleggiata si fa entusiasmante, con continue manovre per aggiustare le andature e la rotta. Arriviamo felici a Paxos, dove nel porto di Lakka ormeggiamo in rada e ceniamo a bordo con pomodoro e mozzarella, prosciutto e melone, vino e un misto di ouzo e ginepro portato da Carlo, che letteralmente “mi stende”. Mi addormento a poppa con i piedi a penzoloni nel vuoto e perdo i Birkenstock nuovi, rossi fiammanti, che cadono in acqua senza che me ne accorga. Nel fresco della notte Gianni mi strappa alla coperta e mi getta in cabina dicendo “non possiamo lasciarti qui e magari perderti!”

DA PAXOS A LEFKADA
Al mattino partiamo presto, e sono di corvée Gianni e Vanni che cucinano in navigazione. Veleggiamo con un bel vento portante e a mezzogiorno ci fermiamo per un bagno in una bellissima spiaggia con sabbia bianca e mare verde turchese, a nord-est di Antipaxos. Facciamo uno splendido bagno praticamente da soli. C’è solo un italiano di Arezzo su un M/Y, che con una minuscola barca di legno ci raggiunge e viene a salutarci. Dice che la nostra barca è bellissima e che lui, purtroppo, ha dovuto vendere la sua barca a vela e comprare una barca a motore per amore della moglie; aggiunge che molti suoi amici si sono separati per non aver accettato di abbandonare la vela, ma in seguito si sono pentiti. Il quieto vivere e una famiglia sono stati più importanti per il nostro amico, ma si intuisce che, in cuor suo, la nostalgia è tanta. All’improvviso la quiete è rotta da un incredibile numero di barconi che arrivano pieni di turisti urlanti che si tuffano nelle acque della baia. La scena assume presto un significato biblico, con centinaia di persone che si accalcano alle scalette per risalire sui barconi e una quantità di teste galleggianti nell’acqua in attesa. Pranziamo, un pò storditi dal rumore, mentre il comandante dice salomonicamente, mettendo fine ai nostri commenti e lamenti, “Tutti hanno il diritto di fare il bagno”, e rivolto a me aggiunge “Hai forse qualche quarto di sangue blu?”. Oggi il pranzo prevede crostini di sgombro, insalata fresca, prosciutto e melone, frutta e caffè. Salpiamo quasi fuggendo e cominciamo un lunga, bella, dolce veleggiata verso Lefkada in una solitudine quasi perfetta.

Io e Marco ricominciamo le discussioni sulle forze che sollecitano alberi, sartie, vele e sulla funzione di drizze e cime. Parliamo dell’usura dei diversi materiali, facciamo esercizi sui nodi, leggiamo il portolano in inglese e il libri di tecnica della navigazione. La discussione si fa animata e cerco inutilmente di averla vinta su di lui, almeno per quanto riguarda la teoria. Passiamo davanti alla palude dove sfocia l’Acheronte e infine, con un può di fortuna, riusciamo a imboccare il canale artificiale che taglia Lefkada all’altezza della Fortezza veneziana. Qui il ponte mobile dove passa il traffico su ruote viene aperto ogni ora per far passare le barche. Queste ultime procedono nel canale tra le lunghe strisce di sabbia bianchissima che ne segnano il tortuoso incedere e, viste da lontano, sembrano avanzare sulla terraferma. È un curioso effetto ottico! Passiamo il ponte insieme a una barca di Genova e procediamo lungo il canale navigabile che taglia una vasta laguna. Alla fine, quasi dove il canale sbocca di nuovo in mare, vediamo sulla collina di fronte a noi l’ennesima fortezza veneziana, e presto riguadagniamo il mare aperto. Al porto di Ligia nell’isola di Lefkada ci fermiamo in rada per la notte. Gianni e Maurizio, trafficando sottocoperta, hanno preparato dei crostini di pesce, pastasciutta, frittata di cipolle. Ceniamo: grandioso! Poi le solite chiacchiere e il solito mix di ouzo e ginepro. Notte.

DA LEFKADA A MEGALISI
Il giorno dopo il comandante sarebbe di corvée con me, ma mi snobba, non vuole giocare ai “cuochi perfetti” e non collabora in nulla, così io, offesa, scendo a terra molto presto con Carlo che è alla disperata ricerca di una batteria nuova. Vengono anche Gianni, Rosalia e Maurizio e ci muoviamo alla volta della cittadina di Lefkada, che intendiamo raggiungere in autobus. Appena scesi a terra però ci imbattiamo in due uomini che spingono un carretto pieno zeppo di pesci e calamari. Il capitano mi aveva appena detto che non esistevano calamari da quelle parti: mi rendo conto che forse voleva dire che non voleva calamari a bordo! Fa già un caldo boia e l’autobus, climatizzato e dotato di TV, è pieno di greci vocianti e donne vestite di nero. Lefkada, ci appare una “casbah” deliziosa. Beviamo un’ottima spremuta di arancio da giardino e, mentre Carlo con la batteria nuova torna trionfante alla barca, ci attardiamo per le viuzze del paese aspettando l’apertura dei negozi. Vediamo casette e chiesette e infine tanti negozietti che pigramente aprono le porte ed espongono le loro mercanzie. Compro nuovi sandali infradito di plastica per rimpiazzare i Birkenstock. Inoltre prendiamo tre enormi fette di ricciola, sperando che il capitano non ci odi.

Tornati in barca preparo il pesce con un sughetto a base di pomodoro e un contorno di riso proveniente dalle piantagioni del comandante. La ricetta incontra il gusto di tutti e per un pò tutti tacciono. Lavo i piatti cercando di cancellare l’odore del pesce con acqua e aceto, ma si vede benissimo che Marco soffre, pensando che la sua barca si sia “impuzzata” irrimediabilmente. D’altra parte il comandante è il comandante e da ora in poi capisco che dovrò ubbidirgli. Pertanto, seguendo i suoi ordini riprendiamo la navigazione e dopo aver toccato l’isola di Skorpios, che fu di Aristotile Onassis, ci fermiamo a sorpresa nell’insenatura di Abelike, una delle più belle che abbia mai visto, nell’isola di Megalisi. Facciamo il bagno nuotando tra gli scogli e sotto gli alberi bassi che gettano ombra sull’acqua, poi risaliamo in barca per il pranzo servito da Gianni e Maurizio e la conversazione scivola sulla storia di Athina, figlia di Cristina Onassis e attuale proprietaria di Skorpios. In Grecia raccontano che il nonno Aristotile, molto amato in questo paese come una gloria nazionale, abbia creato la fondazione che porta il suo nome e di cui era presidente, chiamando a farne parte alcuni tra i professionisti più in gamba e più fidati dell’intera Grecia. Aristotile Onassis temeva che, una volta ereditate le sue enormi fortune, la nipote avrebbe attirato su di sé l’invidia e l’ingordigia di molti. Pare che i suoi timori si siano rivelati del tutto fondati in quanto, alla morte di Onassis, il padre di Athina avrebbe tentato in ogni modo di mettere le mani sul patrimonio della figlia, ma tutti i suoi tentativi sono stati a tutt’oggi inutili. Chiuso questo favoleggiare sulla famiglia Onassis, dopo una navigazione tranquilla con vento leggero, arriviamo, verso sera, nella baia di Sivota nell’isola di Megalisi.

In porto tutti scendono a terra per cenare al ristorante. Il comandante ha evitato per ben due volte di fila la corvée! Io mi fermo in barca per farmi una doccia accurata nel bagno armatoriale, mangio uno yogurt e una pesca, mi sdraio in coperta a guardare le stelle. Pace. A notte fonda sento gli altri che arrivano vocianti e dal trambusto che proviene da un punto che diventa improvvisamente fisso, capisco che si è fermato il motore del gommone. Nanna. Al mattino sveglia presto, di nuovo Rosalia e Maurizio di corvée. Il comandante è insolitamente gentile e mi offre di fare una passeggiata sotto il sole cocente e perfino di sedersi al bar per bere un caffè, che poi ci “buca lo stomaco” per tutta la mattina lungo e forte com’è. Pranzo in rada con pomodori e mozzarella, melone e prosciutto, frutta e caffè. Quindi riprendiamo la navigazione verso Itaca. La veleggiata si rivela piacevole e siamo pieni di aspettative: tutti si sentono un pò come Ulisse, che a causa dell’innata curiosità si allontanò dalla sua isola natia abbandonando Penelope e ci mise molto, molto tempo per ritornare a casa. Alla fine, tuttavia, fece ritorno! Facciamo larghe boline con un venticello fresco che rinforza, in un mare brumoso con onda lunga. Veleggiando scadiamo un pò e quando a sera crediamo di essere arrivati nel canale di Cefalonia ci accorgiamo di essere ancora abbastanza lontani e spostati sulla costa est di Itaca.

Riprendiamo il largo e un’ora circa più tardi, mentre sono al timone, arriviamo al porto di Stavros. Qui improvvisamente il vento cade, proprio davanti all’alta parete rocciosa con strane, profonde spaccature, dove sono cresciuti al riparo del vento dei grandi alberi, pini marittimi per la precisione. Nel silenzio irreale sentiamo solo il cigolare e lo stridere delle cime e dei bozzelli. È un concerto e pare di essere in una scena di “calma piatta” tante volte rappresentata in film di barche a vela come in quello dal titolo omonimo interpretato da Nicole Kidman o negli “Ammutinati del Bounty” o nel più recente “Master’s and Commanders”. Penso che molto vento è meglio di nessun vento. La calma piatta è sempre collegata nei film a momenti minacciosi per la vita di bordo, che provengono, come succede in caso di omicidio o ammutinamento, non dall’esterno ma dall’interno della barca. Se Ulisse ci ha messo tanti anni per tornare a Itaca anche noi ci sentiamo scusati se abbiamo sbagliato rotta: è il fato! Nel porto arriviamo a motore e buttiamo l’ancora alla fonda. Siamo in un delizioso porto naturale, circondati da una ricca vegetazione di ulivi e cipressi, con una piccola spiaggia costeggiata da canne. Poche le barche, tra cui un bellissimo Swan con skipper che porta una famiglia inglese piena di bambini e un superyacht misterioso appartato quasi sugli scogli. È il posto più enigmatico che abbia visto negli ultimi tempi.

C’è una grande atmosfera. Lungo bagno e cena in coperta con pasta, pomodori ripieni serviti da Maurizio e Rosalia. La serata scorre allegra, la più allegra. Stranamente parliamo di tante cose importanti, come l’eternità e l’amicizia, bevendo vino. Poi, forse per l’intervento del dio Pan, a poco a poco siamo contagiati dalla crescente e inaspettata allegria di Gianni che ride e parla, parla e ride (il vino è poco stasera, quindi non può essere ubriaco) e dichiarando “sono troppo felice” si tuffa nell’acqua scura sguazzando nudo come un ragazzino. Il capitano scuotendo la testa e mormora “Questi discorsi l’hanno fatto pensare, pensare lo ha fatto impazzire, speriamo che torni normale!”. Il mattino dopo Gianni è di nuovo il solito Gianni ma dall’aria leggermente contrita; mi chiedo se il capitano non l’abbia per caso sgridato. Scendiamo a terra e saliamo a piedi al paesino di Stavros per una bevanda al bar e per fare la spesa. Deliziosa come sempre la spremuta d’arance. Compriamo frutta e verdura e certe piccole mandorle saporite che nel resto della Grecia ormai non raccolgono nemmeno più. Io afferro un bikini nella tabaccheria del paese che fa anche da boutique e il comandante gentilmente mi presta i soldi per comprarlo. Sono felice. Scendiamo alla barca carichi di sacchetti e salpiamo veleggiando con un venticello morente alla volta di Cefalonia.

Per pranzo ci fermiamo al largo, in un caldo “appiccicoso” siamo di nuovo di corvée io e il capitano. Ce la caviamo con insalata greca, prosciutto e melone, frutta e caffè. Arriviamo nel porto di S. Eufemia a Cefalonia, e gettiamo l’ancora per sistemarci in banchina. È questo il giorno più caldo in assoluto, boccheggiamo all’ombra dei 40 gradi, in coperta facciamo anche dei discorsi inutilmente nervosi su motorini e macchine da affittare per girare l’isola, ma Gianni, che è sceso a terra, torna a razzo dicendo deciso “con questo caldo non si può andare da nessuna parte!”. A sera, dopo un tuffo ristoratore nelle acque dell’isola, Carlo ci porta a cena in una trattoria fuori del paese, che si dice sia la migliore di Cefalonia. Intanto il vento caldo rinforza sempre più. Sistemati sotto il pergolato a strapiombo sul mare, godiamo del vino in caraffa, degli antipasti squisiti, del coniglio e dell’agnello con patate, dei pomodori ripieni di riso, della moussakà, della salsa cefalonese (purè con aglio) con baccalà fritto. Finisco con yogurt e miele. Divino! Non si riesce ad arrivare alla frutta che il comandante balza in piedi dicendo che deve correre alla barca per rinforzare l’ormeggio, e sparisce trascinandosi dietro i ragazzi. Il vento rinforza ancora.

La notte finisce con Marco che dorme in coperta e sembra un beduino nel deserto raggomitolato com’è nel sacco a pelo e con un asciugamano avvolto in testa. A un certo punto, verso mattina, chiama l’equipaggio a raccolta perché l’ancora ara sul fondo a causa delle alghe e la barca minaccia di sbattere da qualche parte. Tutta la manovra di ormeggio viene rifatta. Alla fine chiedo al comandante se vuole che stia io in coperta, ma risponde con un rifiuto. “Forse non si fida” penso. Ma lo capisco. È lui il responsabile della barca. Scendo a dormire. Al mattino sempre lo stesso vento frastornante. Marco ha deciso di partire perché domani a Killini Maurizio e Vanni devono prendere il traghetto per Ancona, Rosalia e Gianni quello per Venezia, e lui stesso deve accogliere otto persone tra parenti e amici per proseguire poi per il Peloponneso. Io sono triste, odio gli addii, non aspetto nessuno e devo continuare il mio viaggio in Grecia verso Lepanto, Galaxidi, Delphi. Così dopo aver detto a ogni sosta “io mi fermo qui” decido veramente di sbarcare a Cefalonia e proseguire da sola. Marco e Maurizio mi accompagnano a terra in gommone e mi sbarcano con i bagagli.

Li saluto con un bacio e Maurizio mi mette in mano l’indirizzo suo e di Vanni. È stato bello stare con loro, “poco ma bello” come ha detto il saggio taxista greco che ci ha infine accompagnati in mattinata a vedere la fortezza veneziana della bella e minuscola Assos e la grotta di Melanisi. Rosalia ne è stata veramente felice. Li osservo mentre si preparano a partire, con quel vento caldo che soffia all’impazzata e nessuna, nessuna barca, oltre a “Grand Bleu”, che esca dal porto.

E loro urlano insieme ” Siamo o non siamo I Venturieri?”. E il grido si perde nel vento. Spariscono oltre il molo. Penso che Gian Marco Borea da lassù abbia promosso a pieni voti Marco Pozzi comandante e il suo equipaggio ricco di tanto entusiasmo.

Per ulteriori informazioni su Grand Bleu e i viaggi del comandante: franca.urbani@tin.it – marco.pozzi@zipo.it dell’Associazione “I Venturieri” www.venturieri.it.

Nota 1) I libri del Comandante: Portolano Greek waters pilot, di Rod Heikell, 1987 – Nuovo corso di navigazione dei Glenans, 1975 – Carte nautiche pubblicate dall’Ammiragliato Inglese, 1959.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.