L’avvocato

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

L’AVVOCATO

Testo di Giangaspare Uslenghi
Pubblicato su Nautica 543 di Luglio 2007

“Aspetta” mi dice con l’aria di chi annuncia una bella sorpresa, l’amico pubblicitario e velista Giancarlo “ho qualcosa da regalarti che, sono sicuro, ti interesserà e ti potrà far piacere, un libricino di cui ho curato grafica, impaginazione ed edizione, di un avvocato di Genova che una quindicina di anni fa ha curato la pratica del mio divorzio; ha scritto delle poesie deliziose, di argomento nautico e marinaresco, non nel senso stretto, ma ispirate dalla sua passione per la vela, il mare, e un giorno ha fatto un viaggio da solo sulla sua barca, e poi ne ha scritto su queste poesie. Ma non sto a raccontarti tutto, altrimenti ti privo della scoperta, me ne ha regalate un paio di copie, questa te la do volentieri”.

Sempre, sono molte le sfaccettature di una stessa grande passione.

È così che, per puro caso, anch’io ho scoperto l’Avvocato-Navigatore-Scrittore Mauro Grego, e quanto valida sia la sua opera, anche se non molto voluminosa, e quanto mi ha fatto piacere, di conseguenza, il regalo dell’amico Brogi.

Passa un pò di tempo, e finalmente riesco a contattarlo e a farmi fissare un appuntamento nel suo studio, che mi dà subito dopo che gli ho detto quante passioni abbiamo in comune – scrivere, viaggiare, andare in vela. Mentre lo sto aspettando in una sala- riunioni odorosa di cuoio e della carta antica di seriosi tomi legali che, tutto intorno alle quattro pareti, ordinatamente disposti su una libreria senza soluzione di continuità e alta sino al soffitto, a sua volta mischia il proprio caratteristico sentore di importante e d’antico con il cuoio e la carta, dando origine a un poutpourrì inconfondibile, prendo a considerare tutto il resto dello studio che ho visto; ha molto poco per non dire nulla della modernità (tutta per fortuna raccolta in un indispensabile angolo telematico) mentre ampi spazi di holliwoodiani telefoni bianchi, dove vertenze complicate e intrighi alla Grisham aspettano una soluzione non tanto tecnica quanto perspicace, cioè attraverso la profonda conoscenza dei meandri della psiche e dell’intrico dell’animo umano, duttile operazione nelle otto mani di continuità generazionale di forensi – che, a loro volta, tentano come di minimizzare quello che, questo studio piazzato nella strada più elegante e sofisticata del centro di Genova, invece è: un vero museo di arte marinaresca, pazientemente messo insieme in molti anni di passione con pezzi provenienti da tutto il mondo – dipinti, splendidi modelli di navi, codici e strumenti di navigazione, dell’epoca della marineria a vela, stampe e libri di bordo, dal Seicento sino a quando la macchina a vapore ha “vaporizzato” quel mondo che molti di noi hanno potuto rintracciare con un certo rimpianto in Conrad, Melville, London, sino al nostrano e ingiustamente dimenticato Vittorio G. Rossi; salvo che un museo di tali temi e origini è tuttaltro che statico e inerte, ma vivo più che mai, sapientemente riassumendo l’eterno via-vai del mare, dei traffici marittimi, delle imprese certo non facili e rischiose, delle avventure per antonomasia, insomma. Queste sono le vivide impressioni che questo ambiente mi dà, e le considerazioni che mi vengono in mente mentre attendo di essere ricevuto, e mi aspetto di trovarmi un Rayomd Burr, alias Perry Mason, mentre dinnanzi mi appare un omone più alto di due metri per un’ottantina di chili ma asciutto, dalla pelle bruciata dal sole e un sorriso duro sotto una mascella quadrata, i capelli bianchi cortissimi, che si scusa per avermi fatto aspettare, ma non di essere in abbigliamento sportivo, dato il caldo eccezionale di questi giorni e la particolarità privata e informale della mia visita. D’altronde, io sono in jeans e maglietta, qui per chiacchierare di barche a vela, strani viaggi e letteratura, ho occhi chiari del mare e una folta barba bianca da old smuggler; ed è per questo che il feeling si stabilisce immediatamente, subito si passa al tu, e dopo cinque minuti lui mi regala una copia del suo ultimo libro con dedica: “a Giangaspare, con istintiva amicizia, MauroG.”. Non potrebbe essere più logico, per tutti e due, e io provo altrettanta subitanea simpatia, e il mare di interesse e curiosità che già avevo latenti per questo settantaquattrenne, dal quale sono venuto per chiedergli della sua vita, non tardano a essere soddisfatte; ogni formalismo finisce automaticamente al bando, e subito entriamo in sintonia nel vivo, sembro più che altro il suo specchio, nel quale ha un’occasione per raccontarsi, io sono uno specchio che ha sete di ascoltare, fatto delle stesse passioni.

“Mio nonno era ebreo” comincia, ma io non capisco cosa c’entri “e nonostante si sia convertito e si sia sposato con una gentile, tutta la mia famiglia è stata perseguitata dalle leggi razziali di Mussolini, per cui il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, così importante nella formazione di un uomo, io l’ho vissuto segnato da questi tristi e affannosi eventi, per lo più a villa Bencistà, sulle alture di Alassio, poi ribattezzata Villa Erica da quando mio padre la acquistò per novantamilalire, e dove vi ho passato, con tutta la famiglia, lunghe estati. Il mio rapporto di amore con il mare, dunque, inizia da là, da Capo Mele, lungo la striscia di sabbia di Laigueglia e, sotto, l’Alassio abbandonata dagli inglesi, ma si concretizza, per così dire, solo molti decenni dopo, quando passando con il mio… un ketch di quindici metri, tra la spiaggia e l’isola Gallinara, alzando gli occhi sulla collina per cercare quella casa, ho ritrovato i ricordi di quegli anni, e di conseguenza molte spiegazioni della mia vita che non avevo ancora saputo trovare”.

Io lo ascolto con piacere – ha una voce viva, cadenzata e molto sicura, gli occhi pacati dal lungo vissuto – ma ancora non ci arrivo, ho letto solo le sue poesie e non ancora quelle altre due parti che completano il tutto, come poi poche ore dopo invece posso fare attraverso i Racconti; queste poesie chiudono un ciclo, e non possono perciò essere separate dal resto dei suoi scritti.

Poi, gli chiedo: “Ma com’è questa faccenda che tu, a un certo punto, e neppure tanto giovanissimo, hai mollato tutto, studio e famiglia, per andartene in giro da solo in barca a vela?”. Non è solo curiosità, la mia, è che mi aspetto un’altra quadratura del cerchio, ogni cosa ha una sua origine determinata da qualcosa del passato, e che a sua volta ne determina un’altra, e così via fin che si vive; così come certe motivazioni possono dare una mano a chiunque pensi che, anche lui, che prima o poi salterà sulla propria barca e punterà la prua verso l’infinito, Il Grande Viaggio Senza Rotta – chi non lo ha mai pensato, chi non lo ha mai progettato, segretamente covato, se ama davvero il mare? Io ci ho provato già parecchie volte, e vedete bene, sono ancora qui, in via Roma a Genova…

“Semplice” mi risponde subito “a sessant’anni non ne potevo proprio più del lavoro, dei clienti, dei soldi e dello stress cittadino, lo studio era ben avviato e già alla quarta generazione, i miei figli cresciuti e professionisti. Quando mia moglie mi ha chiesto: “Ma hai un’altra?” affatto, le ho risposto, amo sempre e solo te e i miei figli, ma ho bisogno di staccare, di andarmi a ritrovare, di star solo. Partivo, ma non sapevo quando e se sarei tornato.

“Sono stato in giro da solo un anno per il Mediterraneo, la Turchia e gran parte delle isole greche, non sono andato molto lontano, ma mi era sufficiente, non andavo a stabilire alcun record, alcuna impresa straordinaria e favolosa, non mi importava neppure di studiare la meteorologia, alzavo sempre un’immensità di tela, tutta quella che la barca poteva portare, aspettando ciò che sarebbe arrivato, ma non mi sono mai trovato in difficoltà. E sai perché sono tornato? Prima di tutto perché l’esperienza era fatta e terminata, poi perché ho scoperto che l’isola – così agonista e raggiungibile solo per cielo e per mare – alla fine andava bene sino a che l’incontravo sfumata all’orizzonte, la meta, che si diluiva non appena attraccato, e quando arrivavo e l’avevo raggiunta, cosa vi trovavo? le stesse cose da cui mi ero allontanato, diciamo pure la stessa “civiltà” con le sue medesime problematiche e regole, i compromessi e la lotta per la sopravvivenza, diverse, forse un pò meno stressanti, ma in fondo che sono la stessa cosa; e allora? E un pò di nostalgia per la famiglia, lo ammetto. Ecco perché in copertina del mio libro c’è la riproduzione di un dipinto dell’Ottocento dell’isola Gallinara, ma non nitida, sfumata e sfocata come la si vede da un pò di miglia più a sud, il contorno non è realtà ma idea, trasposizione di fantasia, di cui l’isola, nella sua solitudine, è buona rappresentatrice, più mezzo che fine, ottimo sino a quando la sfiori, ma se la tocchi, allora è tutto daccapo”.

“E poi” incalzai, cosa c’era oltre?

“Fino ai settanta ho continuato ad andare in vela, poi mi sono reso conto che non ce la facevo più, gli anni c’erano, così l’ho venduta e ho comperato un piccolo podere in Toscana, dove ora coltivo un orticello, pare che la pensione di un marinaio sia quella di coltivare un orto; esercito ancora, solo che faccio una settimana corta alla rovescia. È solo dopo che sono tornato, forse per fissare i ricordi, che di getto e in pochi giorni ho scritto quelle poesie, uscite per primo in un volumetto intitolato La Casa di Ulisse, a cui in seguito ho aggiunto un breve racconto, quello che riguarda il periodo dell’infanzia, e poiché mi piace scrivere e ho sempre meno voglia di scrivere solo di questioni legali, c’è una vecchia storia vera che da sempre mi affascinava, Il Vento, così che l’ho riscritta a mio modo, come un testo teatrale da rappresentare. Il tutto è ora diventato un volume unico, questo che ti ho donato, il cui titolo però non mi piace un gran che, e quando avrai letto le tre parti, allora capirai perché ho scritto”.

Infatti, il trait d’union è La Casa di Ulisse, che dunque ha un valore intrinseco ed estrinseco al tempo stesso; l’ho trovata talmente bella e profonda che qui la riporto:

Righe bianche alle gambe
mi fanno i rovi
mentre cerco sul monte la casa di Ulisse.
Non ho chiesto a nessuno
dove sia probabile
e dove altri da sempre la vanno a cercare.
Io cerco la casa di Ulisse
ovunque possa non essere stata
e l’ho trovata alle quattro e un quarto
quando l’orologio mi si è fermato.
C’erano pietre squadrate
e la lucertola mi ha fissato
mentre le cicale hanno fatto silenzio.
Ho guardato intorno
e tutta la corte mi ha visto che entravo.
Ho trovato la casa di Ulisse
e non dirò mai dove.

Qualche giorno dopo questo breve incontro – breve ma più che sufficiente per ciò che ero andato a cercare, e per la vera gioia nell’aver trovato, finalmente e retorica a parte, “un vero uomo” – specie rara all’inizio del terzo millennio, del tutto dimenticata e quasi inesistente nei secoli precedenti – finalmente letto tutto i Racconti, ho potuto avere idee chiare per poterne scrivere a mia volta: una postfazione per lo stesso libro, da offrire all’amico Mauro in una prossima edizione, e un articolo per la rivista Nautica, più adatta per quello che qui e ora ho scritto su di lui. Non riporto qui e ora la mia critica, perché ciascuno dovrebbe arrivarci da solo per proprio conto leggendo il testo – l’Arte non la si può raccontare, forse indicare e descrivere sfumatamente, altrimenti si toglie tutta l’utilità e il gusto della scoperta e delle emozioni che essa sa dare, occorre beneficiarla direttamente e in prima persona, non attraverso una mediazione – ma sono così sicuro della validità dell’opera e dell’autore, che ho proposto alla rivista che mi ospita di curare una nuova edizione da offrire ai propri lettori. Quello che mi premeva darvi, è l’informazione, non privarvi delle emozioni che si provano leggendo di un vecchio avvocato, vecchio anagraficamente ma non certo nello spirito e nelle idee, poeta e contadino, che nulla vuole insegnare, ma semplicemente condividere la stessa passione: quel mare che si lascia dietro lungo la scia della sua barca a vela, sfiorando l’isola della sua infanzia, e questa scia rappresenta il suo vissuto, e non vi dice se sta arrivando o partendo, che non ha alcuna importanza, solo che sta vivendo, che questa ansia del “mollare tutto” è fatica e al tempo stesso la gioia del vivere, è la speranza di chiunque, salito sulla propria barca, molli finalmente gli ormeggi. Già, lui non vi dirà mai dove ha trovato la casa di Ulisse, ma l’ha trovata perché è andato apposta a cercarla, e descrive la propria rotta; e fa bene, è un saggio Mauro, ognuno di noi se la deve andare a trovare per proprio conto, e con tutta la fatica che fa non può certo essere così folle da andarlo poi a spifferare in giro, e poi sarebbe inutile.

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