Il ritorno

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

IL RITORNO

Testo di Pasquale Perfetto
Pubblicato su Nautica 548 di Dicembre 2007

Chi nun tene curaggio nun se còcca che femmene belle: ed io mi “còccai”.
(Chi non ha coraggio non va a letto con le belle donne).

Dal momento in cui è maturata in me l’idea di fare una traversata atlantica in solitario, con la mia barca a vela, un “guscio” di 9,70 metri, mi sono sempre posto il problema del ritorno; sicuramente molto più difficile e pericoloso dell’andata, che non è certamente una passeggiata, ma a quelle latitudini può essere meno impegnativa. Si va verso zone calde, con l’Aliseo che ti accompagna gonfiando le vele e facendoti surfare su onde grandi, ma non pericolose quanto quelle dell’Atlantico del nord.

Al tempo che l’ho organizzata, ho sempre detto a tutti che avrei fatto l’andata da solo e il ritorno con equipaggio. In realtà poi, quando sono tornato dai Caraibi, non mi sono mai attivato a cercare altri membri d’equipaggio: sotto sotto è sempre covata in me l’idea di rischiare e fare il ritorno da solo.

L’andata è consigliabile farla nel periodo tra ottobre e gennaio, novembre è l’ideale. Passando le colonne d’Ercole (Gibilterra) si entra nell’oceano Atlantico. Dopo una settimana di navigazione in cui cominci a fare “il piede marino”, si arriva alle isole Canarie. Fatta una sosta per riorganizzare la barca, si punta sulle isole di Capo Verde, arrivandoci dopo un’altra settimana di navigazione. Molti scelgono di puntare sui Caraibi direttamente dalle Canarie. Strette le ultime viti, controllato che tutto sia a posto (quasi mai), ci si appresta al grande salto di 2.200 miglia verso i Caraibi. Giorni stimati 22 circa.

Una volta arrivato, Martinica nel mio caso, ti ripaghi delle privazioni subite godendoti quelle splendide isole una per una: la posologia consigliata è minimo un mese, contrariamente non fa effetto! Anche se, avendo tempo a disposizione, l’ideale sarebbe veleggiare tra le isole finché non giunge il periodo per effettuare la traversata di ritorno: tra aprile e giugno, maggio è l’ideale. Diversamente, come me, invece, ritorni in Patria (malvolentieri), ricevi la prima parte degli allori (volentieri), continui a lavorare (malvolentieri), bramando il momento di ripartire (volentieri): “Meglio l’oceano pur di star lontano da voi”.

Ed eccoti lì, di nuovo sulla barca, a fare e disfare, ad organizzare tutto l’organizzabile, a cercare, senza trovarlo, il punto debole che potrebbe trasformare l’avventura in tragedia e passando le ultime ore, prima della partenza, a chiederti se è una follia il ritorno da solo, ma è troppo forte la voglia d’avventura: “L’ignoto mi eccita”.

Sono pronto… la paura mi viene a trovare, le dico che non è invitata ma lei se ne infischia, diventa quasi un ospite fisso; la ignoro e mi dedico a studiare la rotta per il ritorno. Compro sette stecche di sigarette, e alle 11.00 del 27 maggio parto da St. Marten, con la convinzione di aver lasciato la paura sul pontile, faccio rotta verso l’arcipelago delle Azzorre; miglia 2.400, giorni di navigazione stimati 24. La giornata è splendida, l’Aliseo mi accompagna con dolcezza, comincio a rilassarmi e mi accendo una sigaretta (sarà l’ultima, le altre le ho regalate agli amici).

All’improvviso il tempo comincia a farsi brutto, con grosse nuvole che si ammassano all’orizzonte; il vento aumenta, il mare s’ingrossa, riduco le vele e mi accingo a passare la prima notte insonne.

Le notti insonni aumentano, dopo una settimana sono ancora in balìa del maltempo. Mangio quando posso, dormo come posso. I bollettini meteo ricevuti via radio sono scoraggianti, si prevede un peggioramento. Alle Bermuda, 600 miglia dalla mia posizione, ci sono ripetuti avvisi di burrasca, e la perturbazione si sposta verso la mia rotta. Una barca a vela tedesca con cinque persone a bordo, ha perso il timone e va alla deriva per l’oceano… (saranno poi salvati).

Toc! Toc! La paura bussa, sprango la porta ho problemi più importanti; la barca rolla ininterrottamente, l’interno è tutto bagnato, fa freddo e sono intirizzito, cerco di coprirmi con più indumenti possibile, le onde s’ingrossano e cominciano a frangere… qualcuna anche all’interno! Fulmini all’orizzonte, la nottata è lunga e non fa sperare in niente di buono; provo a mangiare qualcosa ma è impossibile: mi sento dentro una betoniera. Mi “accuccio” in un angolo e m’impongo di pensare su cosa fare, ma… niente, non posso fare niente, tutto quello che potevo fare l’ho già fatto. Resto in attesa: prima o poi dovrà finire. La mente lavora, poi vola. I minuti si susseguono alle ore, le ore ai giorni, i giorni alle settimane.

L’alba del 22 giugno mi regala finalmente una giornata tersa e un mare “amico”. Oltre la foschia, la sagoma di Pico, una delle isole dell’arcipelago delle Azzorre; l’arrivo previsto a Faial è tra circa sette ore. Finalmente mi rilasso e comincio a godermi quelle rimanenti ore di navigazione tranquilla. Avvisto un gruppo di Delfini con il ventre rosa, dopo un pò, la coda di un Capodoglio che s’immerge: le Azzorre sono famose per il Whale watching. Alle 14.00 arrivo a Horta, Faial; faccio l’ormeggio da solo e mi avvio verso l’ufficio della capitaneria; con la sensazione di camminare sollevato da terra, forse è il mal di terra? No, è la mia anima che vola; la tappa più dura è finita, e io sono raggiante: tutto intorno a me risplende. Il porto turistico è ben attrezzato, ottimo rifugio e meta di tutti i navigatori atlantici, e c’è la possibilità di provvedere ad eventuali lavori di ripristino per le barche a vela che hanno già percorso metà oceano. Il punto di ritrovo è nel “fumoso” bar Café Sport di Peter, dove tra una birra e l’altra, in una Babele di lingue, la gente si scambia esperienze e storie di mare. Il fascino di questo porto turistico è lungo tutta la scogliera frangiflutti, dove ogni equipaggio lascia il proprio disegno, perché, si racconta che, se non lo fai la malasorte ti perseguiterà. Tutti questi disegni sono una vera esplosione cromatica, ce ne sono di bellissimi, di tutte le forme e colori, fatti da gente che viene da tutte le parti del mondo. Quest’isola è in pratica la Mecca dei navigatori atlantici. Mi metto alla ricerca di colori e pennelli per assolvere al mio dovere di pittore: il disegno fa schifo, ma va bene lo stesso. Stasera bistecca e patate fritte, le sogno da giorni.

Mi trastullo qualche giorno, poi mi dedico alla barca con perizia, mancano ancora 1.200 miglia non bisogna “abbassare la guardia”. Decido di fare una tappa intermedia, da Faial a Sao Miguel di 150 miglia, poiché il tempo non mi convince; normalmente il tratto si copre in 26 ore, (ma ne serviranno poi 36).

Giunto, finalmente, a Sao Miguel dopo un’ulteriore prova di forza, riorganizzo la barca giacché l’ultimo tratto mi ha “rimescolato gli interni”; e resto in attesa, alcuni giorni, di un bollettino meteo favorevole. Dopodiché mi rimetto in navigazione per altre 1.000 miglia verso la mia ultima tappa.

Ricomincia il “ballo”: pioggia, vento forte, onde alte, “musica già ascoltata”, più vado avanti, più peggiora. Oltre al maltempo devi stare attento anche alle navi, che in questa zona incrociano a centinaia e di tutte le dimensioni. “Scusa Dio ma ce l’hai con me? Se mi avvertivi prima potevo restare anche alle Azzorre”. “Stringo i denti” e subisco senza fiatare.

Anche in questa tratta l’oceano ha messo a dura prova sia me sia la barca. Il mare grosso e il vento forte mi hanno fatto stare in pena; sulla mia rotta sono riuscito ad evitare due brutte depressioni; alla fine la depressione ha colpito anche me: ma non quella atmosferica!

Dopo cinque giorni sono allo stremo, decido di puntare su Lagos in Portogallo; è più vicino. Ci giungo di notte, e rischio pure di andare a scogli per mia negligenza. Passata la paura, resto in zona in attesa che anche questa perturbazione passi. Mancano solo 100 miglia per il Mediterraneo; e finalmente il 7 luglio si chiude il cerchio, sono a Gibilterra.

Mentre sono disteso al sole mi viene in mente una scena della mia infanzia: Ero piccolo e stavo al mare con i miei, mio padre mi incoraggiava ad entrare in acqua, per insegnarmi a nuotare, ma io ero spaventato e gli dicevo: “Papà non ci riesco ho paura”. E mio padre mi esortava dicendomi: “Chi nun tene curaggio nun se còcca che femmene belle”.*

Per i curiosi: http://www.pasqualeperfetto.it/

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