Navigare e regatare, esperienze da esperti

Esperienze di bordo:, storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica..

NAVIGARE E REGATARE:
ESPERIENZE DA ESPERTI

Testo di Paolo Bearzi
Pubblicato su Nautica 549 di Gennaio 2008

È primavera; provate a stare un giorno intero senza farvi passare per il capo una nuova idea. Impossibile! Vi salterebbero in testa anche controvoglia; ogni giorno una diversa, accompagnate da una stagione dove le aspettative si concretizzano giorno dopo giorno.

Così uno di questi bei giorni un gruppetto di amici, dopo “ponderate” discussioni, decise di formare un team di regatanti. Erano tutti skipper di un club del nordest di esperti navigatori, il Dynamic, che pur anche con lunghi trasferimenti e crociere alle spalle, sentivano la necessità di misurarsi.

S’erano riuniti una notte effervescente, la brezza fresca che invitava all’incontro sulla veranda del bar, quella che dà sul parco, un pò lontana dalla strada e isolata, con la gradevole musichetta di sottofondo. Il silenzio delle stelle faceva da corona alla chiassosa combriccola raccolta al tavolo rotondo blandamente illuminato. In turno questi marinai si raccontavano le storie più belle dell’anno passato; distanze, velocità, forza del vento e altezza delle onde sempre più grosse di storia in storia grazie a un inverno passato al freddo che aveva covato nuova voglia di fare. Il gaio intercalare di battute era rotto spesso da uno scrosciare di risate, la birra correva e il clima era rilassato. Così di storia gonfiata in storia gonfiata si trovarono a fine serata tutti convinti che fosse giunta l’ora di farla vedere al mondo intero. Era nato il “Regatta Team”.

I primi problemi giunsero con la sobrietà del giorno dopo: cos’è una regata?, Come ci si iscrive?, Dove le fanno?, Che regole seguire quando sei in partenza?, E in regata?, E le boe come le passi?, E le bandiere?, Come fanno a sapere che non usi il motore?, E mille altri quesiti, alcuni banali, altri seri, cominciarono a frullare nel capo dei giovani nel team.

Decisero quindi di incontrarsi settimanalmente per prepararsi alla prima uscita, chiedendo aiuto al tal amico che di regate ne faceva con la sua barca, e parecchie. Era un uomo dalla barba brizzolata con fitti, lunghi capelli, sempre scompigliati da artista che solo a vederlo credevi avesse sempre vissuto il mare. Egli, sera dopo sera, ammaestrò per bene il team sulle regole, sulle manovre e sulle situazioni di regata, di nuovo tutto pareva facile, quindi venne l’ora della prima uscita. Era stata scelta una barca, reputata la più veloce del club, con un’attrezzatura un pò complicata e sofisticata; scoprirono poi che era più complicata che sofisticata. Avevano a disposizione però solo una randa e il fiocco avvolgibile, oltre allo spi preso in prestito dall’ammiraglia, grande come una cattedrale. Ma poche chiacchiere era ora di partire. Un bel sabato, con vento fresco, teso e costante, giusto un pò di onda e una temperatura più che gradevole i regatanti finalmente uscirono. Quali incarichi ricoprire? Si accordarono bonariamente e marinarescamente per una rotazione dei ruoli così da scoprire le capacità di ciascuno.

L’avventura ebbe inizio. Cominciò subito bene in effetti, perché ancora in canale, forse eccitati dalla novità o forse solo distratti, decisero di issare le vele ignari della nuova ordinanza emessa fresca, fresca dalla Capitaneria, che vietava la navigazione a vela in quel tratto di canale: era un pò stretto e trafficato in effetti, ma con quel vento si poteva tirare dritto. Così volarono i primi quattrocento euro. Giù le vele, bigi bigi, navigazione a motore fino in cima alla diga e poi finalmente in mare, liberi. Fu davvero divertente quando il vento gonfiò le vele e spinse la barca sulle onde facendola correre leggera, veloce e reattiva, accompagnati dal sibilar del vento sulle sartie e dallo sciabordio di poppa; ma per la prima virata ci vollero quasi diciotto minuti, dove per virata si intende virata, la più semplice delle manovre. Pareva che nessuno sapesse cosa fare, e soprattutto mancava ogni qual sorta di coordinazione: ciascuno in pratica sapeva cosa dire agli altri senza capire quale fosse il proprio reale compito. Prima il comizio, poi il referendum e infine la votazione per alzata di mano. Gli antichi Romani non avrebbero saputo far di meglio.

Era una cacofonia di movimenti e grida, ma già dalla quarta virata il vocio era diminuito e proporzionalmente il risultato era migliorato. Tutto ricominciò alla strambata e alle andature portanti. Correvano molte opinioni sul come portare la barca, su come dovessero stare timone, randa e fiocco, su come si dovesse cazzare un meolo o il vang. Il massimo, fu raggiunto quando tentarono la navigazione a farfalla con onda al gran lasco, onda che nel frattempo era montata. È bene dire per amor di cronaca che nessuno si fece male e che tornarono in porto tutti sani e salvi; del resto alle manovre di navigazione e ormeggio erano avvezzi.

La spavalderia dell’uscita era passata, lasciando il passo alla soddisfazione e alla spossatezza, telefonarono ad amici e conoscenti per disdire i successivi impegni della giornata: non ce n’era più; alle sei di sera era già giunta l’ora di tuffarsi in branda mentre la muscolatura si rifiutava di rispondere e il cervello non reagiva più alle sollecitazioni esterne. Per quanto si rifiutassero di ammetterlo non erano più giovanotti appena usciti da scuola, l’età media stava sui quaranta.

La teoria era noiosa, ma necessaria, tutti se ne rendevano conto e la seguirono. Purtroppo però, già iniziavano a contarsi le prime defezioni e i Regatta Team members erano sempre meno. Le uscite furono tutte divertenti e nonostante l’andamento piovoso della stagione, tutti i sabati il team trovava giornate di vento favorevoli, una meglio dell’altra, per niente pericolose e quindi ottimali per gli scopi dell’allenamento. Era ancora una fase di studio e nessuno si sognava di partecipare a una regata, ma cresceva negli animi l’apprensione per l’avvicinarsi della prima prova che indubbiamente sarebbe presto giunta e ciascuno in cuor suo aveva un senso di grande paura del disonore che sarebbe conseguito al fallire di quella prova. Lo spettro di essere ultimi aleggiava su di loro. Un onorevole penultimo, ecco la posizione minima ottimale, ma per la sicurezza si raggiunge solo dopo il traguardo! Così il soggetto veniva fuori a ogni piè sospinto senza che potessero trovare una soluzione.

Nel frattempo la teoria si era spostata sull’uso dello spi e di conseguenza venne il giorno di provarlo. Già fuori dal canale, quello solito, cominciarono a venire in evidenza alcuni problemi tecnici nella preparazione di scotte e bracci, carica alto e basso, lunghezza delle scotte, ecc., e in men che non si dica si resero conto di dover spostare tutte le manovre dell’albero per poter avere in pozzetto rinviate quelle necessarie: ciò che andava bene in crociera non poteva utilmente essere impiegato per la regata; un solo uomo doveva stare alle drizze e già così ci dovevano essere almeno sette marinai nell’equipaggio, incluso il timoniere che fu poi meglio ridefinito come “quello che non fa niente” perché non corre mai, sta sempre a poppa, grida e resta seduto in qualunque occasione. Per fortuna il caos iniziale era passato e i ruoli e gli ordini erano diventati più “chiari e ordinati”. Tuttavia era complicato capire che manovra utilizzare con tutte le etichette scombinate. Fu così che si scoprì l’uomo delle drizze. Detto “Micio” era sempre un passo avanti e fu l’unico per tutta la stagione in grado di manovrare in qualunque condizione e soprattutto qualunque fossero la confusione e le condimeteo.

La prima volta che lo spi fu issato il vento era poco più che un soffio; ancora una volta la fortuna aveva baciato l’equipaggio e la sua barca: la vela stava appena gonfia, ma tirava e come tirava; cosa potevano chiedere di più degli inesperti. Le scotte e i bracci, recuperate con lo spi, avevano tali enormi dimensioni che con il poco vento trascinavano l’enorme vela sott’acqua, del resto con il molto vento, cioè quando le scotte grosse servono a qualcosa, era impossibile tenere a riva lo spi, che per la sua dismisura rendeva letteralmente ingovernabile la barca, quella piccola cosa sotto all’enorme fazzoletto. La finestra di utilizzo ottimale era molto stretta e il team quella prima volta si trovò proprio nelle condizioni giuste. Due dei ragazzi che stavano più volentieri a prua, Pippo e Carlo, dimostrarono subito di saper manovrare il tangone con diligenza e di saper controllare la scotta di spi con perizia, così si conquistarono il loro posto. Alla strambata però tutti i nodi sull’armo e sull’equipaggio vennero al pettine: ci vollero infatti oltre quarantacinque minuti per riuscire nella manovra pur con quel vento ottimale e con l’armonia che cominciava a far capolino a bordo; e la seconda prova non andò meglio, ma il morale dell’equipaggio restò alto, perché era chiaro che si sarebbe dovuta effettuare la tal miglioria sui carica alto e basso, sulle varee, sulla scorreria del… ecc. ecc. La lista era così lunga che una volta apportate tutte quelle correzioni, di problemi non ce ne sarebbero potuti essere più.

E arrivò il tempo della prima regata, Pippo si dimostrò oltre che abile prodiere anche ottimo organizzatore, si curò di tutti i dettagli e acquisì tutte le informazioni necessarie e i bandi, si curò anche delle tessere.

Quella stessa domenica l’equipaggio, completamente tesserato, si trovò a bordo in navigazione verso la prima regata. Erano partiti molto prima per provare a issare lo spi senza nessun istruttore a bordo, mentre la paura di arrivare ultimi attanagliava tutti ora più che mai. Il vento era propizio per issare la vela fatidica durante il trasferimento verso il campo di regata. Provarono anche una strambata, che durò i soliti quaranta minuti, nonostante tutte le migliorie apportate, al punto che un rimorchiatore in navigazione con la loro stessa rotta fermò le macchine per evitare chissà quali ingaggi, si lasciò sfilare di prua e ripartì. La manovra tuttavia fu lenta, ma compiuta con rettitudine ed essi arrivarono sul campo di regata con grande anticipo, perciò optarono su una puntatina in terra per rifornirsi di carburante (grande errore strategico, ma a fine regata dovevano rientrare alla base). Si fecero così conoscere da tutti i regatanti e dal comitato di giuria, infatti mentre entravano ci fu una disquisizione tra timoniere e altri membri dell’equipaggio sulla posizione da tenere nel canale di ingresso. Per farla breve si ritrovarono in secca proprio mentre tutte le altre barche cominciavano a uscire, sfilando una alla volta tranquille davanti al team che esagitato provava ogni sorta di manovra senza risultato: dalla retromarcia a tutta forza allo sbandamento con l’equipaggio tutto da un lato, mentre urlavano richieste di aiuto a tutte le barche a motore in vista. Come se non bastasse la corrente di marea calante montava peggiorando la situazione.

Il massimo fu raggiunto quando il battello del comitato di regata passò loro davanti, qualcuno molto astuto per radio annunciò: “voi della barca in secca forse vi potete già ritirare”. Quelli del team non si unirono all’ilarità generale, del resto non avevano tempo da perdere e dovevano risolvere la situazione, ma il solito colpo di fortuna, ed ecco un motorizzato che si fa incontro spontaneamente per prestare aiuto, così incattiviti dal sarcasmo degli altri, in cinque sul boma fuoribordo, e il motore a tremila giri la barca venne fuori dirigendosi prontamente verso la linea di partenza, per il gasolio non c’era più tempo. Prima la multa, poi la secca, si cominciava a cercare il portaiella. Dovevano assolutamente capire chi fosse per gettarlo fuoribordo. Vele a riva e pronti alla partenza, il timoniere, detto Nino, si portò in ottima posizione, a circa cento metri dall’allineamento; vele in bando; silenzio a bordo; tensione in crescendo; a trenta secondi dalla partenza, Nino ordinò di cazzare, erano partiti, vele a segno e barca che si abbrivia…. Fatto qualche metro, mentre ancora la barca prendeva forza, il vento cessò completamente, lasciando spazio alla peggiore bonaccia di tutto l’anno: ci vollero venti minuti per tagliare la linea di partenza. Poco male, la stessa sorte toccava anche agli altri, non erano in brutta posizione, perciò avanti.

Dopo un’ora e trenta di navigazione avevano oltrepassato la linea di partenza di oltre cento metri. Tutto sembrava perso, il tempo limite di quattro ore per compiere il tragitto completo di circa 10 miglia era quasi trascorso per la metà. Proprio allora il vento cominciò a levarsi, appena appena, e un alito mosse l’acqua. Misero lo spi a riva prima di tutti, completamente sgonfio e con una buona parte di tela in acqua. E meno male che vento non ce n’era ancora troppo perché i prodieri lavorarono oltre mezzora per liberare il fiocco incattivato sulla drizza di spi. Piano, piano il vento aumentò fino a diventare una brezza, lo spi si gonfiò e la vera competizione cominciò. Tenevano una rotta quasi al traverso per avere massima velocità e calcolando i tempi avrebbero potuto tagliare il traguardo a qualche minuto dal tempo limite, un pò come gli altri, ma c’era quel problema della strambata… Il timoniere quindi decise: una sola strambata per arrivare dritti in boa, ammaina dello spi in boa e virata contemporanea. Dovevano entrare con mure a sinistra mentre tutti gli altri arrivavano da destra con chiara precedenza. Vennero quindi riviste tutte le manovre prima di arrivare alla virata; Nino invitava continuamente gli altri a focalizzare, con calma, poi la scarica di comandi in successione rapida: “Pronti alla strambata” – “Pronti” – “Strambo”. La strambata fu portata a compimento da professionisti, meno di trenta secondi probabilmente, e si trovarono in rotta con la boa, perfettamente. Nessuno aveva perso la calma, nessuno urlava o si muoveva di scatto, in pochi minuti ci sarebbe stata la manovra più difficile.

Mentre si avvicinavano alla boa veloci, si resero conto che con quella manovra si poteva cambiare di mure senza essere ingaggiati dalla barca che ora li precedeva sulle altre mura e che doveva fare una strambata in più per giungere alla boa. L’eccitazione della competizione si era fatta viva. Cento metri alla boa, poi ottanta, poi cinquanta e infine la nuova scarica di ordini partì: “fuori il fiocco, ammaina spi, fatelo sparire sottocoperta, viro” nessun ordine poteva essere riconfermato e si ritrovarono oltreboa davanti ad almeno tre concorrenti che prima li precedevano, senza aver commesso errori. Poi la regata non ebbe più storia, si trattava di confermare la posizione acquisita e di far correre la barca per arrivare entro il tempo limite. Tagliarono la linea di arrivo a quattro minuti dal limite e terzi in classifica. Fu il loro momento di gloria prima di iniziare le attività estive del club che comprendevano crociere, trasferimenti e gite. In autunno, poi, decisero di attendere al campionato di autunno e molte altre avventure capitarono al manipolo di velisti sempre più esiguo, che spesso si ritrovò primo alla boa di bolina e poi ultimo all’arrivo con quello spi così difficile da manovrare, ultimo comunque alla fine del campionato, ma senza il timore di essere arrivato dietro a tutti quegli altri abili navigatori e a tutte quelle moderne imbarcazioni sulle quali l’avanzamento tecnologico si vede eccome. Si trattava di equipaggi esperti con i quali erano onorati di commisurarsi. Quell’anno, nel corso delle regate vennero fuori randisti, tailer e timonieri, prodieri e attrezzisti, ma non si trovò mai il portaiella.

A fine anno fu divertente notare che il gruppo con le rispettive famiglie si sedette compatto alla cena di assemblea, in modo naturale, quasi a evidenziare il carattere forte e l’armonia dell’esperienza vissuta, che andò molto al di là del risultato ottenuto. Tutti si rendevano conto di come la loro capacità tecnica fosse aumentata e migliorata e di quanto ancora fosse necessario imparare, si rendevano conto di come la tecnica si dovesse accompagnare all’arte marinaresca, si rendevano conto di cosa fosse l’equipaggio, con i suoi ruoli, armonia e umiltà, si rendevano conto infine della bella esperienza di umanità che avevano vissuto.

Chi rimase si divertì e avrà avventure da raccontare per gli anni a venire e chissà, forse anche l’anno prossimo sarà parte di quell’agguerrito gruppo.

Ci sono numerose cose che il team dovrà migliorare nel futuro, sia sulla barca sia sull’equipaggio, ma una cosa è certa: il concorrente che li ha preceduti ce l’avrà brutta per ripetere quel successo, l’anno prossimo.

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