Isola dell’Asinara, memorie del mare per non dimenticare

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ISOLA DELL’ASINARA
Memorie del mare per non dimenticare…

Testo di Marina Rita Massidda
Pubblicato su Nautica 550 di Febbraio 2008

Ho vissuto sull’isola dell’Asinara, al faro di Punta Scorno (nella parte nord), e ogni volta che devo raccontare gli avvenimenti tramandati dai miei nonni paterni è un grande piacere e provo un’intensa emozione (vedi “Nautica” di Luglio 2001, Ottobre 2002 e Marzo 2005).

L’Asinara e il suo mare racchiudono memorie importanti che devono essere considerate e divulgate, per non dimenticare tutti coloro che hanno vissuto sull’isola in ogni epoca, con grandissime difficoltà, soprattutto per la lontananza dalla cosiddetta “terraferma”, e tutti quelli che sono stati coinvolti in naufragi a causa di burrasche e violente perturbazioni o altri tragici eventi, perdendo o rischiando la vita da veri eroi.

Con questo articolo desidero dare voce a mio nonno paterno, di nome Mino, che non c’è più ma che visse tutta la vita sull’isola, lavorando con grande dedizione, facendo il Maresciallo di Marina e il Capo Posto a Punta Scomunica (la parte più alta dell’Asinara, 408 metri) e poi, negli ultimi anni, facendo l’impiegato postale nel piccolo ufficio situato a fianco della sua casa nel paesello di Cala d’Oliva, un gruppo di case che durante la notte con le luci pareva un presepe, un’illustrazione che si trova sui bigliettini augurali di Natale!

Durante la Seconda Guerra Mondiale, sull’isola era presente un contingente di soldati italiani, e per il loro rifornimento di viveri c’èra una piccola nave, il cui nome era “Dentice” (il nome di un pesce pregiato che voi tutti conoscete), che da Cagliari partiva molto carica per attraccare al molo di Cala Reale. Immaginatevi l’allegria, il conforto e il ristoro di questi soldati dalle sofferenze fisiche e morali all’arrivo di questa imbarcazione… in quel momento vi era nei loro cuori una sorta di incoraggiamento per stare sull’isola.

Mio nonno ci teneva a dare spessore e a sottolineare gli stati d’animo dei protagonisti dei suoi racconti, desiderava che io provassi delle emozioni, oltre ad apprendere le varie dinamiche delle vicende storiche descritte, un pò come quando si ascolta una canzone, quest’ultima deve comunicare un “messaggio” ma soprattutto deve emozionare!

Un giorno come tanti durante la navigazione verso l’Asinara, la nave “Dentice” fu colpita da una mina galleggiante che distrusse la prua in modo brutale, ma non affondò, e coi propri mezzi e le ultime forze riuscì ad arrivare al molo di Cala Reale, ma questo fu l’ultimo giorno che navigò, infatti venne sostituita con una nave gemella militarizzata di nome “Sogliola” (sempre il nome di un pesce…).

Anche la nave “Sogliola” non ebbe una buona sorte, viaggiò per poco tempo. In un giorno del mese di marzo del 1943 partì come sempre da Cagliari e, navigando dalla parte occidentale dell’isola, alle ore otto del mattino fu colpita da un sommergibile inglese con sette cannonate. La nave “Sogliola” affondò al largo di Cala Sa Nave, con precisione tra Stretti e Tumbarino, e l’equipaggio venne tratto in salvo dai MAS (Mezzi d’Assalto antiSommergibile) che stazionavano a Cala Reale.

Durante questo tragico evento ci furono due morti: il direttore di macchina e il radiotelegrafista. Il primo fu recuperato subito dopo il naufragio, l’altro invece si supponeva che fosse rimasto imprigionato dentro il relitto e invece, dopo alcuni giorni, fu restituito dal mare e ritrovato a riva in località Ponte Bianco a soli due chilometri da Cala d’Oliva.

Se si osserva bene la cartina dell’Asinara si può notare che le correnti marine trasportarono il cadavere per circa la metà della costa, praticamente il naufragio avvenne in un tratto occidentale dell’isola, ma il cadavere fu ritrovato lungo la costa orientale! L’equipaggio del “Sogliola” fu accolto ben volentieri, con grande ospitalità, dalle poche famiglie di Cala d’Oliva, per pochi giorni ci fu un grande sostegno morale e psicologico e il cibo. Le spoglie del radiotelegrafista, dopo un pò di tempo furono trasferite al paese d’origine dai suoi fratelli, mentre la salma del direttore di macchina riposa in pace nel piccolo cimitero di Cala d’Oliva, dove ogni tomba conserva storie e memorie preziose, che fanno riflettere sui valori della vita che stanno venendo meno, cone il doveroso rispetto verso l’umanità, la natura, gli animali…

Durante il conflitto mondiale vi fu un altro dei numerosi episodi che ricordo ripercorrendo con la memoria i racconti di nonno Mino.

Una mattina all’alba, gli abitanti di Cala d’Oliva furono sconvolti da una notizia che li sorprese ma allo stesso tempo li preoccupò tantissimo, provocando in loro uno stato di agitazione, soprattutto in donne e bambini. Sulla battigia della piccola spiaggia della cala, sotto la statua della Madonnina (che all’epoca non c’era, perché la fece erigere un sacerdote negli anni Sessanta), era stato avvistato qualcosa di inquietante, la gente intimorita si avvicinò… si trattava di un cadavere portato dal mare, sicuramente durante la notte. Indossava una tuta bianca e, nonostante la lunga permanenza in acqua0, l’indumento era candido; questo particolare nonno lo sottolineava stupito (la cosa lo aveva colpito tantissimo) inoltre aveva un salvagente rosso, si trattava di un giovanissimo ufficiale tedesco, perché sotto la candida tuta aveva una divisa e degli stivaletti ancora nuovissimi! Dei soldati ispezionarono scrupolosamente il cadavere e trovarono nelle tasche dei documenti, un tesserino verde e delle banconote. Nonno sottolineava i colori… bianco, rosso, verde… per una strana coincidenza descrivendo questo evento si nominano i colori della bandiera italiana!

L’ufficiale tedesco venne accuratamente avvolto in un grande lenzuolo di lino bianco, adagiato su di un carretto e deposto in una tomba a Cala d’Oliva, dove ancora oggi riposa in pace insieme ad altre salme di persone che diedero la vita da eroi per la salvezza di altre vite.

Nel 1939 invece vi fu un altro naufragio… uno dei tanti… la goletta a vela e motore “Maria Assunta”, appartenente al compartimento marittimo di Gaeta e proveniente da Ponza, fu trasformata per il trasporto di aragoste vive, realizzando nella stiva dei veri e propri vivai per questi “preziosi” crostacei.

Un giorno, avendo fatto un carico di aragoste dai pescatori di Stintino, partì per Marsiglia all’inizio della sera e si incagliò sugli scogli di Punta Sabina, una splendida località poco distante da Cala d’Oliva, dove c’è una cala sabbiosa (Cala Sabina) con l’acqua dalle suggestive trasparenze turchesi!

Non è stata mai chiarita la dinamica del naufragio ma, in un certo senso, la goletta fu fortunata, perché il mare rimase calmo (guai se ci fosse stato il levante!) e l’equipaggio ebbe tutto il tempo di far arrivare da Porto Torres un rimorchiatore con palombaro e pontone gru. Il palombaro imbragò con robuste cime il bastimento e il pontone lo sollevò riportandolo in superficie. Le falle furono immediatamente tamponate e dopo questa indispensabile operazione venne rimorchiato, riparato e continuò a navigare nuovamente. Dopo alcuni anni, più o meno nello stesso luogo dove naufragò la goletta “Maria Assunta” andò a incagliarsi un altro bastimento simile, che si chiamava “Gennarino”, partito da Livorno con un carico di laterizi con destinazione Alghero. Passate le Bocche di Bonifacio, durante la notte si trovò ad attraversare un fitto banco di nebbia che non gli permise di individuare il Faro di Punta Scorno, forse niente radar, nessuno scandaglio o qualche altro problema, e così perse la rotta e andò a finire sugli scogli di Punta Sabina. Dopo la sciagura, l’equipaggio scese immediatamente a terra e chiese soccorso a Cala d’Oliva, ma il “Gennarino” non ebbe la buona sorte del “Maria Assunta”, perché all’alba scomparì lentamente: l’offuscamento della nebbia… un forte vento di levante… una mareggiata forza cinque da nord-nord-est fu fatale, in pochi minuti “scomentò” lo scafo e portò via violentemente la sovrastruttura, così l’imbarcazione si distrusse e non fu possibile il recupero.

Una ditta di pescherecci di Porto Torres recuperò il motore e tutt’oggi sul fondale si può notare il carico di laterizi frantumati nel tempo dal moto ondoso.

Trascorsi alcuni anni, nonno vide un altro naufragio sempre a Punta Sabina.

Un motopesca a strascico andò a incagliarsi sugli scogli perché il timoniere si addormentò, vinto sicuramente dalla stanchezza, perché navigare e pescare richiede molte energie e sacrifici fisici e psicologici, soprattutto quando tutto ciò si fa per lavoro e non certamente per svago! Il motopesca fu soccorso da altre imbarcazioni uguali, giusto il tempo utile… perché subito dopo essere stato disincagliato si levò una forte mareggiata di levante che certamente lo avrebbe distrutto come il “Gennarino”! Punta Sabina, luogo incantevole dove è un piacere osservare un tratto di costa dove il mare trionfa di suggestiva bellezza, ma anche un posto che è stato scenario di numerosissime vicende tragiche sin da epoche lontane…

Infatti, ad esempio, si notano sul fondo, a ventidue metri di profondità, due enormi ancore (diciamo pure tipo ammiragliato), sono in ferro ben incagliate e una ha addirittura il fusto piegato nello sforzo di trattenere ancorato chi sa quale antica nave… forse un galeone? Chi sa quale terribile tempesta dovette affrontare all’epoca questa “misteriosa nave”!

Questi racconti mi facevano sognare… Un pizzico di fantasia mi rendeva il racconto di queste ancore ancora più interessante ed emozionante!

Durante la Seconda Guerra Mondiale, all’entrata del Golfo dell’Asinara erano stati posizionati dei campi minati (mine galleggianti) per far sì che le navi nemiche non invadessero questo tratto di mare.

Queste mine galleggianti erano messe, da navi militari, a circa tre- quattro metri sotto la superficie del mare con una sorta di carrello ancorato. Le mine si chiamavano P200: la lettera indicava la fabbrica di costruzione “Pignone” e il numero a tre cifre significava la quantità di carica esplosiva di tritolo espressa in chilogrammi. Con la lunga permanenza in mare, i cavi d’acciaio si corrodevano, si lesionavano e così alcune mine andavano in superficie e galleggiavano alla deriva, avvicinandosi alla costa dell’Asinara, ed essendo cariche di esplosivo, quando scoppiavano, con l’onda d’urto danneggiavano le soffitte e le pareti delle case di Cala d’Oliva.

Il mare con le sue correnti portò a vari intervalli ben cinque mine a Cala Rena, che esplosero proprio sul promontorio roccioso che separa due incantevoli cale sabbiose (una più grande e una più piccola) dalla bellezza straordinaria; quattro mine, sempre l’una dopo l’altra, a intervalli di mesi scoppiarono a Punta Sabina, uccidendo probabilmente una foca monaca (bue marino) perché venne trovata morta nelle vicinanze, precisamente a nord di Cala Sabina, in località Cala del Turco; altri quattro ordigni raggiunsero in un arco di alcuni mesi Ponte Bianco: tre esplosero, mentre uno, nonostante la mareggiata lo sbattesse violentemente contro gli scogli, non esplose. Il fatto destò un pò di timore, ma alla fine arrivarono dei marinai addetti e lo disinnescarono.

Praticamente gran parte della costa orientale dell’Asinara fu coinvolta dall’esplosione di ordigni bellici.

Un mattino del Febbraio 1943, all’entrata di Cala d’Oliva fu avvistata con grande terrore una delle tante mine galleggianti. Grande panico collettivo, le famiglie del paesino erano sconvolte per un’eventuale strage, se questo ordigno fosse scoppiato contro la costa a pochi metri dalle case!

Pensiamo un momento allo stato d’animo di queste persone, che vedevano la loro vita “appesa a un filo”. Ripeto, mio nonno nei suoi racconti dava molta importanza a infondere e suscitare in me emozione e amore per queste storie, che meritano tanta considerazione e non vanno dimenticate.

I soldati che stavano nel fortino a Punta Nave (da non confondere con Punta Sa Nave, che si trova invece nella costa occidentale dell’isola) diedero ordine che tutte le famiglie si riunissero in chiesa, dove vi fu un vero e proprio “concilio”, un grande sodalizio: uno cercava di confortare l’altro reciprocamente con preghiere, parole e gesti affettuosi, si cercava di mantenere la calma, di rassicurarsi.

Dei militari armati di mitragliatrice pensavano di colpire la mina per bucarla, però vi era il timore che potesse esplodere non centrandola nel punto giusto e quindi ci sarebbero state schegge e un forte spostamento d’aria molto pericoloso. Il levante “spingeva” verso terra, ma nonostante la forza delle onde la mina non si spostò dal punto di avvistamento, giorno e notte sempre lì… (e le persone sempre in chiesa…) al terzo giorno il mare si calmò, cambiò vento, la mina si spostò verso il largo ma di poco. Fu avvertito il Comando della Marina Militare di Porto Torres e giunse a Cala d’Oliva un peschereccio militarizzato e attrezzato per il recupero di questi ordigni. La mina non si spostò verso la costa, nonostante il forte levante, perché aveva ancora agganciato a sé ben centocinquanta metri di cavo che non le permettevano di galleggiare e spostarsi con il moto ondoso, a differenza delle altre che ho citato che si sganciavano dall’alto, quindi senza cavi o altri pezzi che appesantivano il galleggiamento; “pensa mia cara Marina cosa sarebbe stato se questa mina fosse esplosa…” nonno narrava gli episodi con voce pacata e un tono basso che mi permetteva di immaginare gli avvenimenti e di capire gli stati d’animo e le circostanze che le persone coinvolte avevano vissuto.

Alla fine del 1942, nella “paradisiaca” Cala Rena (piccola) arrivò una mina magnetica tedesca, che venne fatta esplodere dai marinai artificieri sul posto; evidentemente spostarla in un altro luogo sarebbe stato un rischio. Ancora oggi si trovano delle schegge di un metallo bianco molto simile all’alluminio, vorrei essere più precisa su questa descrizione ma non ho conoscenze in merito a leghe metalliche, comunque spero di aver reso l’idea!

La risacca aumenta, il sole volge al tramonto e io finisco di meditare… non abbraccio più le mie ginocchia… mi passo i polpastrelli sul viso per eliminare gli spruzzi d’acqua di mare, emozionata mi mordo le labbra, il sapore di salsedine e intenso… il faro inizia a brillare, il mare diventa bellissimo, come non mai, è un immenso cristallo blu che custodisce in eterno segreti e vicende “avvolti” in un velo di mistero. Camminando lentamente, salgo verso il faro, lo sguardo volge all’orizzonte, lo scoglio dove ero “raggomitolata” (come un gatto sornione) a meditare, diventa sempre più piccolo, illuminato a intervalli dai raggi del faro.

La notte il mare ha un grande fascino, dove brilla un faro si manifesta in un trionfo di luci che splendono e riflettono sull’acqua blu screziata d’argento.

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