Il sole di mezzanotte, dove e perché

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IL SOLE DI MEZZANOTTE:
DOVE E PERCHE’

Testo di Alfredo Gennaro
Pubblicato su Nautica 552 di Aprile 2008

Uscire in barca alle nove di sera e veleggiare fino a mezzanotte con il Sole alto nel cielo, è un sogno che si può realizzare solo d’estate e solo oltre il Circolo polare artico: eccovi la cronaca della suggestiva esperienza.

“In Norvegia il Sole è femminile – mi ha detto Knut dell’ufficio turistico di Tromso quando ho telefonato per prenotare il 21 giugno l’escursione a Sommaroy per osservare il Sole di mezzanotte – spero così che la signora Sole sarà gentile con lei, visto che qui ora è freddo e nuvoloso da circa una settimana”.

In effetti la gentilezza è squisita, perché quando l’aereo da Oslo atterra a Tromso nel primo pomeriggio, la Sole splende in un cielo purissimo e azzurro. Knut mi dirà poi che le signore norvegesi sono particolarmente sensibili al carattere degli italiani e che quindi non si stupisce del repentino cambiamento.

L’aeroporto di Tromso è costruito su un basso altopiano a nord dell’isola e costituisce un naturale balcone che si affaccia sul fiordo: bisogna convincersi che quello che si vede è mare. Nella luce smagliante di un cielo terso e azzurro, caratteristico delle grandi altezze, circondato com’è da monti coperti di nevi perenni, in una pace e una tranquillità innaturali e inconsuete per chi viene da luoghi più affollati e più caotici, il fiordo sembra piuttosto un lago alpino sulle cui acque tranquille rimbalzano i riflessi di Sole.

Ivar, la guida, viene a prenderci alle nove di sera con un comodo e capace fuoristrada: le alette parasole sono indispensabili nei tratti percorsi verso nord, controsole. E continuano ad esserlo malgrado il tempo passi: è previsto infatti un percorso di circa 150 chilometri per arrivare all’isola di Sommaroy, dalla quale potrà osservarsi il mare con tutto l’orizzonte libero verso Nord. Lungo il percorso, che fiancheggia limpidi fiordi contornati da monti innevati, ci fermiamo più volte, per lasciar passare renne al pascolo, per dare un’occhiata alla maniera antica di essiccare lo stoccafisso su telai di legno esposti all’aperto, per cercare di entrare nel modo di vivere solitario e autonomo di un popolo estremamente disperso, che copre una superficie superiore di poco a quella dell’Italia con un numero di abitanti inferiore a un decimo degli italiani, concentrata, per di più, in quattro o cinque città.

È prevista anche una sosta per la cena: un Kafe nel quale si entra dalla parte posteriore; a lato dello spiazzo gorgoglia un limpido ruscello con un piccolo salto su ciottoli rotondi al quale viene riempita la caraffa di acqua cristallina che si beve a tavola. Nel fondo di ogni brocca di vetro, ciottoli del greto tenuti nel freezer servono a dare freschezza a chi non si accontenta di quella naturale del ruscello che viene dalla neve dei monti. La cena è semplice e abbondante. Spessi tranci di salmone pescato dal nostro ospite e da lui affumicato; pane nero fatto dalla moglie, burro e alcuni vegetali provenienti da un improbabile orto, o raccolti qua e là nella campagna circostante. Il tempo di un the e si sono fatte le undici: bisogna andare perché la mezzanotte è vicina e la Sole non aspetta. Ma mentre ci avviciniamo alla nostra meta, sempre costeggiando fiordi illuminati da un Sole vivo capace di proiettare nitide ombre, mi viene da riflettere sul senso di quello che stiamo facendo: dire che il Sole non ci aspetta ha un significato quando si va a vederlo tramontare, ma non ha alcun senso quando si va a verificare che non tramonta.

La macchina si ferma all’ombra di una collinetta che dobbiamo faticosamente scalare per arrivare in cima: e sarà anche per il fiatone della scalata che la vista dalla cima è mozzafiato. Un orizzonte di mare dorato da un Sole ben alto sull’orizzonte, che è impossibile guardare direttamente e che spara imprevedibili bagliori negli obiettivi che cercano inutilmente di compensare il controluce con un flash. Stiamo guardando verso il Sole che ci indica il nord: il polo è a soli 220 chilometri da noi. Nel Nord finiscono l’Ovest, il tramonto, e l’Est, l’alba, che alla mezzanotte coincidono. È questo il senso dello stupore che ci tiene avvinti al Sole che, dritto sul Nord, tramonta e sorge nello stesso momento: alla mezzanotte il giorno finisce e ricomincia, perché il Sole è al suo punto più basso sull’orizzonte. Il 21 giugno, notte del solstizio di estate, il punto più basso, dove il Sole tramonta e sorge contemporaneamente e visibilmente, è il più alto dell’anno; da domani comincerà a scendere, lentamente e inesorabilmente, fino a toccare l’orizzonte e scomparire dietro di esso, portandosi dietro anche il mezzogiorno. A questa latitudine per un paio di mesi l’anno, d’inverno, il Sole non sorgerà per niente. È la punizione per chi vive a latitudini superiori a quelle del Circolo polare artico, e può fruire per un paio di mesi l’anno di un Sole che non tramonta mai durante le 24 ore.

Tanto per capire, occorre considerare che alla latitudine del Circolo polare c’è un solo giorno, il 21 giugno, in cui il Sole non tramonta; man mano che ci si sposta verso Nord, il numero di giorni senza tramonto aumenta in maniera importante, fino ad arrivare a sei mesi in corrispondenza del polo.

Quando rientriamo in albergo le strade ci sembrano stranamente deserte, anche se il Sole è già alto: dobbiamo finalmente convincerci che la gente dorme, che i negozi sono chiusi, che tutto ha ritmi normali che non sono quelli solari ai quali siamo abituati. La strada del ritorno non è stata faticosa; in un silenzio irreale abbiamo persino potuto sentire lo scroscio lontano delle innumeri cascate che vengono giù dai monti.

Abbiamo imparato, nei giorni seguenti, a seguire il cerchio che il Sole descriveva intorno a noi; rinunciando a qualche ora di sonno abbiamo dormito con le tende aperte, confondendo il nostro orologio biologico regolato su ritmi diversi, e osservando le ombre che la luce proiettava, sempre più corte fino a mezzogiorno, e poi sempre più lunghe fino a mezzanotte. Siamo saliti in alto, con la funivia (che d’estate funziona fino all’una di “notte”), per accrescere artificialmente l’altezza del Sole sul mare. Abbiamo imparato, come i locali, a utilizzare, per passeggiare o per andare in barca, un dopocena di luce che non ha fine se non quando uno ha voglia di riposare per stanchezza. È infatti di sera (si fa per dire, visto che la luce del Sole non finisce mai) che i diportisti alzano le vele per sfruttare le brezze dei fiordi, dopo il lavoro o dopo la chiusura dei negozi. Siamo andati in giro con i traghetti di linea che attraversano i fiordi, con escursioni che cominciano alle quattro del pomeriggio e finiscono all’una del mattino. Abbiamo anche cercato di immaginare cosa sarebbe stato l’inverno nel buio a mezzogiorno: ed è stato così che siamo riusciti a ritornare a casa senza troppi rimpianti. La signora Sole, vedendoci partire, si è coperta il viso e ha sparso, certo di commozione, piccole lacrime di pioggia nell’accomiatarsi da noi, che rientravamo nella rassicurante quotidianità dell’alternanza tra buio e luce.

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