In mare una decisione condiziona tutte le seguenti

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IN MARE UNA DECISIONE CONDIZIONA TUTTE LE SEGUENTI

Testo di Attilio Menconi Orsini
Pubblicato su Nautica 560 di Dicembre 2008

La mia prima barca cabinata, era l’anno 1967, era un’Alpa 7. Molto piccola, solo sette metri fuori tutto, stretta e profonda, per quanto già in vetroresina sembrava uscita da una foto degli anni Trenta: prua a cucchiaio e linee di poppa sottili, secondo l’antico detto “testa grossa e cul piccino è una barca di buon cammino”, sezioni dappertutto quasi a V, appena un accenno di coppa di champagne, chiglia lunga costituita da un massiccio di vetroresina con annegata la zavorra (rottami di ferro, come scoprii il giorno che, uscito per sfidare il temporale, finii a tallonare sugli scogli), asse del timone inclinato di quasi 45°.

L’avevo comprata, indebitandomi col mio futuro suocero, da un tedesco che abitava sulle colline di Rimini e che non credo l’avesse mai portata in mare. Il giorno che la trasferii da Rimini a Marina di Ravenna infatti trovammo le vele ancora intonse nei loro sacchi e quasi tutto lo spazio interno occupato da un gigantesco meccano di tubi metallici e tela che, quando in seguito lo rimontammo, si rivelò essere una specie di ombrellone-gazebo di tela blu con frange e nappine bianche capace, una volta issato, di ombreggiare una superficie almeno quadrupla del pozzetto. Insomma, credo fosse stata usata solo come barca da cocktail.

Per il trasferimento ci presentammo al Circolo Nautico di Rimini io e un cugino, già un pò avanti negli anni, che era stato mio socio nella importazione di due dei primi 470 apparsi in Italia. Ci imbarcammo e ci accingemmo a mollare gli ormeggi. Il nostromo del circolo tentò di istillarci un minimo di buone norme marinare, meravigliandosi “ma come, non controllate cose c’è a bordo, se tutto è a posto?” Io risposi (mi sono sempre fidato del prossimo) che l’ex proprietario e il cantiere che l’aveva rimessa in acqua il giorno prima mi avevano assicurato che c’era tutto e che i serbatoi erano riforniti. Noi aggiungemmo solo una borsa termica con qualche panino e una bottiglia d’acqua minerale. Mettemmo in moto il fuoribordo e ci accorgemmo subito che, evidentemente per qualche fallo nel cavo del telecomando che tendeva a impuntarsi, poteva tenere solo mezzo gas. Dirigemmo verso il largo.

C’era poco vento e procedemmo a motore, sempre a metà gas, per un paio d’ore, poi il motore si spense. Il serbatoio era vuoto. La barca ne aveva due fissati in un gavone, quindi collegammo il secondo e ci affannammo a far ripartire il fuoribordo, finché ci venne il sospetto e guardammo nel serbatoio: naturalmente era secco. Niente paura, era una barca a vela, prima o poi, anche con un filo di vento saremmo arrivati e poi, di solito, il pomeriggio lo scirocchetto delle coste romagnole rinforza. Il secondo problema fu subito evidente perché c’erano sì le vele, ma l’unico pezzo di cima era un ormeggio di diametro enorme ma in compenso lungo solo qualche metro. Per inciso non c’era neppure un’ancora.

A quei tempi non solo non si parlava di telefonino ma neanche di radio. Per un caso fortunato eravamo poco al largo delle dighe di Cesenatico e decidemmo di fare gli accattoni: a forza di fischi, urla, sventolio di panni e segnalazioni a braccia attirammo l’attenzione di una barca di passaggio che ci dette rimorchio.

Era un mezzogiorno estivo e tutto quello che riuscii a rimediare girando tutta Cesenatico fu un paio di litri di miscela e alcuni metri di cima. Ripartimmo consumando metà miscela per uscire dal canale, poi issammo le vele spegnendo il motore per conservare l’altro pò di carburante per il canale di Ravenna. Il rinforzo del vento arrivò solo dopo il tramonto con l’arrivo della brezza di terra, così ci trascinammo per quasi dodici ore fino alla diga foranea di Ravenna. Ricordo che dopo il tramonto, quando la barca cominciò a fare un paio di nodi, con la fosforescenza, il chiocciolio della prua e il cielo stellato, fu anche una bella navigata, fatto salvo il fatto che eravamo attesi per le prime ore del pomeriggio.

Arrivammo alla diga foranea non ricordo se dopo mezzanotte o dopo le due del mattino, accendemmo il motore e infilammo il canale. Allora le poche barche da diporto (salvo l’Oia, una goletta inglese dei Ferruzzi, le altre erano tutte barchine) ormeggiavano a un pontile della darsena interna, sotto il faro. A metà canale ci si fecero incontro a piedi amici e parenti e cominciarono le spiegazioni, le recriminazioni delle mogli e i racconti.

Per fare un arrivo in bellezza, forzando il comando, diedi tutto gas, imboccai la darsena e mi infilai nello stretto passaggio fra le due file di barche ormeggiate per dirigermi al mio posto, proprio sotto il faro. Era arrivato il momento di ridurre la velocità, ma la leva del gas non si spostò, era inchiodata. Provai con sempre più rabbia mentre la barca puntava col motore al massimo dei giri contro la banchina di cemento e i pochi metri liberi stavano finendo: niente, ormai mi vedevo demolire barca, banchina e magari anche il faro.

Alla disperazione, mi attaccai allora all’invertitore strapponandolo e, sempre col gas al massimo, saltò dall’avanti all’indietro. Il parastrappi dell’elica resse. Mio cugino capitombolò in coperta e la prua si fermò a pochi centimetri dal cemento. Prima che abbrivasse indietro riuscii poi con un calcio a mettere in folle.

La mia carriera di velista d’altura cominciò così.

Durante l’inverno migliorai alcune cose, ad esempio chiusi il fondo del pozzetto in cui era alloggiato il motore spostando questo sullo specchio di poppa: quel grosso buco sotto il galleggiamento era a vela come un’ancora galleggiante.

Così finii per iscrivermi a una regata di circolo. C’erano anche i primi Classis 26′ che, a petto delle altre barche più o meno come la mia, sembravano astronavi.

Tuttavia le barche sono strane: nessuna va veramente bene sempre, in tutte le condizioni, e, di contro, per ogni barca esiste quella condizione, magari irripetibile, in cui va forte. Quel giorno avevamo vento leggero e una leggera maretta: la prua tonda aiutata dal dislocamento pesante sembrava spianare le ondine e con la barca dritta le sezioni a V sono quelle che hanno la minore superficie bagnata e quindi la minor resistenza a bassa velocità. Fatto sta che lasciai tutti indietro, anche in tempo reale. Il che ebbe anche un seguito burrascoso: uno dei soci, bolognese come me, si lasciò scappare che “ci voleva un bolognese per insegnare ai ravennati ad andare in barca, anche con una barca inferiore” e i soci di Ravenna non gradirono. Così mi si attaccò la malattia delle regate (cominciava in quegli anni a diventare contagiosa anche per le barche cabinate).

Ad agosto ce n’era una a Cesenatico. Edoardo aveva il Classis nuovo, rosso fuoco (mai vista prima una barca che non fosse bianca), aspettava una nuova randa e andava. Mi aggregai anch’io alla trasferta. Non ricordo come andò poi la regata, presumo male. Ricordo solo le discussioni sul fatto che la randa che Edoardo, non essendogli arrivata la nuova, aveva ottenuto in prestito era più grande dei segni di stazza: barcaioli di Cesenatico e giuria sostenevano che la barca non potesse regatare o dovesse venire penalizzata perché aveva vele più grandi, noi due del circolo di Marina sostenevamo, un pò capziosamente per la verità, che in realtà, le vele erano così grandi che non potevano essere tesate a segno né sul boma né sull’albero, quindi rendevano meno, soprattutto in bolina, non di più.

Nessun dubbio che in termini di regolamento avessimo torto marcio, anche se eravamo ancora in un tempo beato in cui alle regate di Classe C (quella delle piccole imbarcazione cabinate) era più importante partecipare e meno sofisticheggiare sulle stazze (incredibile: allora nessuno smontava gli interni della barche per la regata né sbarcava ancore e pesi: il primo, che io ricordi, fu il Classis giallo il cui equipaggio andava in regata in costume da bagno e con una bottiglia d’acqua). Sul rendimento di bolina però, come vedremo, avevamo ovviamente ragione noi.

Qualche giorno dopo tornammo a riportare le barche a Marina: io avevo come compagno di equipaggio Nino e Edoardo l’altro Edoardo. Partimmo con un buon garbino che, venendo da terra, ci fece andare veloci sul mare liscio sottocosta. All’altezza di Cervia il garbino rinfrescò di molto, con raffiche impetuose e noi e i due Edoardi prendemmo due decisioni diverse. Il mare era calmo e lo sarebbe stato finché il vento veniva da terra, e, se fosse girato a Bora, allora avremmo avuto sottovento l’imbocco del canale di Cervia: noi decidemmo di ammainare e calare l’ancora per attendere che il vento tornasse maneggevole, anche se avessimo arato avevamo tutto l’Adriatico sottovento. Gli Edoardi avevano la randa in prestito e per non sforzarla si buttarono dentro Cervia nel cui portocanale trovarono anche un ormeggio passabile, per cui si fecero venire a prendere da una macchina e portare al nostro circolo.

Poco dopo il vento tornò maneggevole e noi riprendemmo la rotta fino ad arrivare al circolo con poco più di una brezza sostenuta. Mancavano ancora diverse ore al tramonto e i due Edoardi si pentirono di aver lasciato la barca in seconda andana in un altro porto, magari poteva graffiarsi col passaggio nel canale dei pescherecci. Tornarono a Cervia e ripresero la rotta di casa.

Da Cervia alle dighe foranee di Ravenna sono circa 13 miglia e al tramonto il Classis era a un centinaio di metri dalla diga sud, a circa metà altezza (avvicinandoci da sud ci tenevamo, e ci si tiene tuttora se a vela, sempre sotto la testata, per evitare la corrente, normalmente contraria) e in quel momento girò di colpo a bora e rinfrescò. Ora avevano il vento esattamente di prua e parallelo alla diga foranea, a cento-duecento metri a sinistra la scogliera, dietro a meno di un miglio la spiaggia. Avrebbero dovuto bolinare tirando bordi per qualche centinaia di metri per risalire fino all’imbocco delle dighe, poi avrebbero avuto il vento al lasco quindi senza problemi. Ma la randa, che non poteva essere messa a segno, di bolina faceva solo sbandare fino a stendere la barca e non portava (per di più era in prestito). O tornare a Cervia o tenere la posizione: ancorarono e si chiusero dentro, in attesa che passasse e il vento calasse di quel tanto da permettere di rimontarlo, magari con un fiocco e il fuoribordo.

Ma la bora non passò, continuò a rinforzare sempre più e il mare cominciò ad alzarsi davvero. Sulla terrazza del circolo avevamo visto la manovra e quando il mare divenne grosso e cominciò a scavalcare le dighe ci si cominciò a preoccupare, anche perché da un bagno avevano telefonato che la barca si era rovesciata (era il colore rosso a generare l’equivoco, allora le barche erano solo bianche sopra e rosse sotto dove l’antivegetativa colorava la carena). Quando i frangenti e lo spolverino ci impedirono di vedere la barca, il circolo chiese l’intervento di un rimorchiatore d’altura che, nonostante operasse in condizioni molto difficili, a poca distanza dalla scogliera, in mezzo ai frangenti e con vento forte, riuscì a passare il cavo di rimorchio e rimorchiarli in porto.

Finì quindi tutto bene, solo Edoardo Rossi, nel ballo sfrenato della barca all’ancora in mezzo alle onde, era stato scaraventato in alto e si era procurato un discreto taglio sulla testa. Come medico fui io ad accompagnarlo al Pronto Soccorso per una cucitura e, forse perché gli raccontai un mucchio di balle sulla assoluta assenza di dolore dei punti, quando uscì prima provammo a litigare poi divenimmo amici.

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