Cherso

Esperienze di bordo n. 565: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

CHERSO

Testo di Attilio Menconi Orsini
Pubblicato su Nautica 565 di Maggio 2009

La prima volta arrivammo a Cherso di poggiata. Eravamo due barche, io e mia moglie col Classis appena varato (ero curioso di sperimentare il piano velico che, come poi per tutte le mie barche, avevo progettato personalmente), e i Mazzanti, marito, moglie e figlio vivacissimo, su un Meteor. Che due coppie, non due numerosi equipaggi di rudi velisti, traversassero l’Adriatico era allora cosa così inusuale che quando partimmo al tramonto (era l’epoca che si navigava a stima, con bussola e solcometro meccanico, quindi si preferiva essere sicuri di arrivare con molte ore di luce davanti per riconoscere la costa) un’intera flotta di vele ci accompagnò per le prime miglia e l’ultimo a lasciarci, Biagini, prima volle accostare e regalarci una bottiglia di vino di buon augurio. Viceversa poi la crociera era stata meno eroica della partenza, anche se ancora mi vergogno delle leggerezze commesse. Entrati per una “ispezione” a vela nella baia di Unie, ne uscimmo dalla parte meridionale e solo il fatto di stare navigando a vela, e bene sbandati, ci consentì di strisciare senza danni il bassofondo roccioso. A Lussino nella falsa illusione di sentirci più sicuri nella apertissima Valle Zabodaski, ci ormeggiammo per la notte che più in fondo non si può, fra un microscopico moletto di sassi accatastati da un lato e la parete rocciosa dagli altri due: c’erano giusti pochi centimetri di spazio in più e se solo fosse spirato un soffio da SE la più piccola onda ci avrebbe triturato, fra scogli del fondo e del moletto e pareti rocciose di poppa e di fianco, come in un frullatore. Di lì ci trasferimmo dentro la baia di Lussinpiccolo, baia amplissima, dove una volta ormeggiavano centinaia di grandi navi a vela, ma con fondali ripidi e profondi e dalle coste quasi senza insenature: le uniche sono in corrispondenza dei tre passaggi (canale artificiale, Bocca Vera e Bocca Falsa). Noi dopo una letta al portolano, che diffidava (le navi o comunque le imbarcazioni con un certo pescaggio) dal transitare dalla Bocca Falsa, la eleggemmo a nostro ancoraggio. Così ogni piccolo peschereccio, motoscafo, barca a motore che la utilizzava (di solito a tutta forza) quando faceva la curva ci trovava dritti di prua. Ma il dio marino dei principianti ci protesse. Finché, risalendo ormai verso Nord, passammo la notte nella baia di Ossero, oggi quattro case ma nel medioevo capitale amministrativa e religiosa di tutto l’arcipelago. Al mattino le cime dei pini sopra di noi che oscillavano non ci suggerirono niente, così appena usciti dal ridosso ci trovammo ad attraversare il Quarnaro sotto una burrasca che, a seconda dei rimandi dei monti, ballava fra Ostro e Garbino, con vento e mare al traverso. E così, prima Mazzanti, il cui Meteor scompariva nel cavo delle onde, poi io, che con la barca stesa avevo il problema di tranquillizzare mia moglie disperatamente aggrappata al pulpito di poppa sopravvento, poggiammo e ci mettemmo vento e onde in poppa risalendo il Quarnaro.

Anche con le vele ridotte alla sola tormentina le coste di Cherso ci sfilavano a gran velocità. Sempre per tranquillizzare mia moglie (Elena resistette per altri quattro o cinque anni a questi spaventi poi si rifiutò di seguirmi e io imparai a fare il solitario) riuscii a fare un salto sotto a prendere una carta. “Ecco, andiamo a Cherso. Appena scapoliamo Punta Pernat e infiliamo il canale tutta l’isola ci ridosserà dal vento”. Mia moglie non era convinta ma d’altra parte a quel punto non potevamo fare niente altro che proseguire in poppa e Cherso era il primo porto in cui ridossarci.

Così passavano le ore, mentre io cercavo di raggiungere il Meteor (che però in poppa, anche se più piccolo, era un cattivo cliente: Van De Stadt lo aveva progettato con linee più moderne di quelle del Classis, già con uscite di poppa piatte) con mia moglie incrostata al pulpito senza dire una parola, le nocche bianche per lo sforzo. Riuscii per un attimo a farle aprire una mano per tenere il timone, quando il gommoncino, che avevamo a rimorchio, sotto una raffica si involò passandoci sopra la testa e io mi precipitai a rizzarlo sulla tuga. Ho ancora una foto, scattata un paio di anni dopo in una occasione simile: sulla poppa sbandata mia moglie è aggrappata con entrambe le mani al pulpito di sopravvento. La luce è quella un pò livida delle giornate di vento e nuvole. Contro lo scuro delle onde e del cielo spicca il giallo della cerata: dalla tasca spunta un tetrapak di acqua minerale, che nella sua disperata certezza di naufragio le dava un minimo di sicurezza. Ogni anno credevo che fosse per lei diverso (e lo era, finché il vento era leggero) ma la realtà era che non sono mai riuscito a trasmetterle la mia intima ed egoistica certezza che una barca a vela, se solida e ben condotta (e io davo per scontato che tutti sapessero che sapevo condurla, anzi che ero il migliore), era il più sicuro mezzo di trasporto. Mi sembrava una cosa così ovvia che forse non ho mai fatto nessuno sforzo per capire che per altri poteva non esserlo. Ora mi dispiace.

Riconosciuta a sinistra la mole scura di Punta Nera, mi preparai a doppiare Punta Pernat accostando a destra di 100-120°. Contavo di trovare acque ridossate e invece il vento sembrava prendere la rincorsa giù dai monti e soffiava ancora più forte. Ecco perché non c’è un albero, pensai. Non solo, ora era bolina se volevo attraversare il Vallone di Cherso e imboccare il canale verso il porto. E se mancavo l’ingresso, non mi veniva in mente niente altro che tornare a poggiare, fino su a Fiume. In fondo al Quarnaro. Ma, a parte tutto, voleva dire altre quattro ore almeno di mare grosso, sempre che nel frattempo non fosse girato a bora, che nel Quarnaro ha uno dei suoi regni (il primo è nel Canale di Maltempo) e allora saremmo stati nei guai veri. Così fu giocoforza dare altra randa e stringere, anche se voleva dire sbandare fino a mettere ben più della falchetta in acqua e ad avere l’albero quasi orizzontale. Elena, sempre muta, pendeva letteralmente da sopravvento. Percorso come due schegge il Vallone e poi il canale, entrammo nell’ampio porto di Cherso e qui sorse un nuovo problema: dove andare? Non era in conto di andare a Cherso, quindi non ne sapevamo nulla, né durante la navigazione avevamo avuto tempo e modo di leggere il Portolano (ammesso che servisse a qualche cosa per le piccole barche). A destra, di fronte al paese, si apriva l’ampia valle del porto (dove ora c’è il marina) ma, anche lì l’acqua ribolliva sotto le raffiche e non vedevamo né un molo né una bitta cui ormeggiare. Aldo tentò dritto, verso il molo del traghetto, davanti al paese, ma a gesti da terra gli fecero capire di andare via che era proibito. Così ci precipitammo, di nuovo correndo in poppa davanti al vento e con un mucchio di tela, nel mandracchio (il porticciolo interno per le piccole imbarcazioni da pesca, a remi). Appena dentro riuscimmo uno dopo l’altro ad accostare di 180° a destra, prua al vento, afferrandoci in seconda e terza andana a un grosso motoscafo che, tutto coperto di teloni, sembrava in rimessaggio. Tutto sommato fu anche una bella manovra, possibile però solo perché avevamo due barche piccole e che viravano su un soldo. Era finita bene e con molta fortuna, perché il mandracchio di Cherso, senza che noi lo sapessimo, ha acque profonde solo in quei pochi metri, per il resto si e no un metro, e fondo roccioso, duro. Poco dopo il nostro ormeggio cominciò a diluviare e per due giorni fummo isolati dentro la barca. Due giorni di pioggia in barca sono lunghi e, terminato quello che ancora non avevo letto, mi misi a guardare dagli oblò. Scoprimmo così che il motoscafo non era disabitato: a bordo c’erano quello che era evidentemente il marinaio, che non uscì mai, e una bellissima ragazza che usciva solo per fare un salto a rifornire tutti e due di cibi e bevande. Cherso, come Grado, è uno di quei paesi dell’Adriatico dove il mandracchio prende il posto della piazza principale: tutt’attorno si aprono i negozi, sulle banchine c’è il passeggio serale. Così imparammo ad attraversare la prua del motoscafo (i due occupanti, beati loro, non si accorsero mai del nostro passaggio) e la banchina e arrivavamo nella gelateria alla moda di Cherso: meno di dieci metri dalla barca alla porta. Per la verità gli sladoled, i gelati, avevano allora, anche se già fatti con macchine modernissime, un sapore un pò strano: che fossero di limone o cioccolato o frutta sapevano sempre poco di limone, cioccolato o frutta e molto di grasso.

Passata la pioggia e la successiva bora, ci fermammo qualche giorno perché Cherso era un delizioso e ancora segreto gioiello: la loggetta quattrocentesca in fondo al mandracchio, e tutto il paesino cresciuto ad anfiteatro attorno al piccolo porto, con le calli strettissime e tortuose, tutte convergenti verso lo specchio d’acqua, che davano l’impressione che le case volessero stringersi attorno alle passere (le lance tipiche della costa est dell’Adriatico) ancora tutte in legno, all’ormeggio. Tornammo anche, nelle nostre passeggiate lungo il canale, a rivedere da terra i luoghi del nostro arrivo tumultuoso; ricordo tutti e quattro noi adulti impegnati a proteggere i muretti di pietre, opera secolare dei contadini in tutta l’Istria e le isole, dall’opera del piccolo Mazzanti che, dopo due giorni chiuso in barca, sfogava la sua esuberanza tirando in mare sassi che cercava di procurarsi appunto dai muretti.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.