Un ormeggio da favola

Esperienze di bordo n. 565: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

UN ORMEGGIO DA FAVOLA

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 565 di Maggio 2009

Stavo sdraiato sulla barca con le spalle appoggiate all’albero e mi godevo un meritato riposo dopo una traversata di 48 miglia. Facevo caldo anche se una leggera brezza da terra mitigava l’aria. Leggevo un libro sui quaranta ruggenti di Vito Dumas ed ero veramente affascinato dalla potenza dell’oceano a quelle latitudini. All’improvviso sulla scia di un benvenuto tramonto estivo vedo arrivare con la coda dell’occhio un Comet con tutte le vele serrate. La randa era ricoperta da una fiammante tela rossa e il fiocco armato sullo strallo di prua sembrava che non fosse mai stato usato.

La barca avanzava lentamente a motore e a parte l’uso insolito delle vele in una splendida giornata ventosa sembrava un ormeggio come tanti. Poi il Comet cominciò la virata per entrare di prua all’attracco e fu li che notai subito ch’era troppo veloce. Aveva troppo abbrivio, troppo, pensavo, ora inserirà la retromarcia, ora metterà la mano sull’invertitore ma non fece nulla e picchiò una discreta musata contro la banchina. Il colpo risuonò nella darsena come un oscuro presagio mentre l’equipaggio sfoggiava una certa indifferenza, come se l’incidente non li riguardasse.

Lo skipper del Comet mi guardò e sorrise poi disse: “Sà mi hanno assegnato un posto accanto al suo”.

“Benvenuto” gli risposi, poi tornai alla lettura. Seguendo comunque in sordina tutte le corse sul ponte del nuovo arrivato. Correva da una parte all’altra con un mucchio di cime in mano e non capivo cosa volesse fare. Intanto una donna dall’aspetto poco marino uscì dalla cabina e si mise a sedere in pozzetto armeggiando con una lattina di coca. Guardava il compagno con noncuranza e distacco, come se lei non fosse sulla barca, poi squillò il suo cellulare e la conversazione dilagò sulle banalità più inaudite.

Io ero proprio sul punto di lasciare Capo di Buona Speranza, il Legh II di Vito Dumas stava iniziando la traversata dell’Oceano Indiano, uno dei passi più entusiasmanti del libro per tutti i navigatori. Quando arrivò la prima e inesorabile domanda.

“Scusi può indicarmi il corpo morto?”. Chiese. Io sollevai lo sguardo e glielo indicai con la mano. Poi con un leggero sconcerto aggiunsi: “Ne ha due, sono quelle trappe nere, quelle attaccate in banchina che scendono in mare”.

“Grazie, grazie” rispose il tipo. Trascorse davvero un niente sull’orologio e sentii un tuffo mi girai e vidi lo skipper su un canotto mezzo sgonfio con in mano un’ancora e qualche metro di cima. Era goffo e dopo poco finì in acqua, risalì sul gommoncino e cercò di allontanarsi da poppa remando con la mano.

Era davvero troppo mi alzai e le chiesi: “Scusi ma che sta facendo?”.

“Butto l’ancora per ormeggiare la poppa della barca”. Vorrei sorridere ma mi trattengo. “Guardi che non le serve nessuna ancora. Deve usare i corpi morti del marina. Ossia prenda quelle cime nere e le porti sulle bitte di poppa. Poi faccia due gasse con le cime di bordo per ormeggiare la prua. Ha capito bene?”.

“Sì, sì” rispose fortemente imbarazzato. Poi quando risalì sul ponte della barca aggiunse: “Sa! È la prima volta che esco da solo con la barca”.

Non risposi nulla e ripresi la lettura del libro, intanto la donna si mosse e cercò di eseguire un nodo parlato ai parabordi della falchetta, che scivolarono entrambi con un pluff in acqua. Mentre il compagno eseguì due nodi assolutamente normali per ormeggiare la prua e con il minimo rollio della barca andarono subito in trazione. Non li avrebbe mai più sciolti. Comunque almeno avevano completato le manovre di atterraggio e tirai un sospiro di sollievo.

Troppo bello per essere vero. Infatti, passò veramente poco prima di rendermi conto che il lupo di mare stava annaffiando tutte le barche con la manichetta dell’acqua, la pressione era al massimo e non riusciva a controllare il flusso del regolatore. Ci fu una vera rivolta di insulti e imprecazioni, soprattutto da alcuni velisti tedeschi che stavano mangiando in pozzetto. Un vero disastro. Io non dissi più niente. Mi alzai sistemandomi al sicuro sottocoperta, con un panno asciugai le pagine del grande navigatore argentino che un maldestro e poco educato velista aveva annaffiato d’acqua dolce. Ripresi la lettura e questa volta avrei davvero attraversato i quaranta ruggenti e cinquanta urlanti per atterrare nel paradiso dei velisti, oltre la Tasmania e il pericoloso stretto di Bass.

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