L’Isola Nord-Sud

Esperienze di bordo n. 566: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

L’ISOLA NORD-SUD

Testo di Giorgio Biuso
Pubblicato su Nautica 566 di Giugno 2009

È la più piccola delle Nordøyane, isole che coronano i fiordi di Alesund nel mar di Norvegia. Trecento anni fa fu spazzata da un’onda anomala durante una tempesta equinoziale. Delle sette famiglie di pescatori che vivevano in quel luogo solo due si salvarono. Da quelle discendono i cinquanta abitanti che oggi la popolano. A quel tempo tutta questa gente non sarebbe sopravvissuta, perché solo la pesca e qualche raro orto consentivano di tirare avanti e, quando il tempo restava cattivo a lungo, qualcuno moriva di fame.

La storia che sto per raccontarvi l’ho ascoltata in una bettola del porto di Copenaghen dalla voce rauca di un vecchio marinaio. Cercava di farmi dimenticare la brutta avventura che mi era capitata poco prima. Entrando nella taverna mi ero scontrato con un tizio di piccola statura, completamente ubriaco. Era precipitato all’indietro per l’urto, a dire il vero non violento, cadendo lungo i due gradini che, iniziando subito dopo la porta di ingresso, conducevano gli avventori al livello della cantina. Mi ero chinato per porgergli soccorso quando quattro braccia, gonfie di muscoli, mi avevano sollevato da terra. Due giganti odorosi di pesce e di snaps mi tenevano sospeso mentre il piccolo, riavutosi, si stava dirigendo minacciosamente verso di me. Già stavo parando alla meglio i primi colpi quando, per mia fortuna, intervenne il padrone del locale che, grazie alla sua mole e per il desiderio forse di non perdere un nuovo cliente, riuscì a calmare il pugilatore e persuase i suoi amici a farmi atterrare. Ripreso fiato, nel mio cattivo danese chiedevo ancora scusa quando quelli erano ormai fuori portata di voce e con uno sguardo di gratitudine per l’oste, mi diressi ancora sconvolto verso il centro del locale dove, tra il fumo denso, trovai l’unico posto libero. Mi sedetti, ero di fronte al vecchio marinaio. Era nato in quell’isola. Non lo disse esplicitamente ma lo capii dalla dolcezza con cui, durante il racconto, aveva pronunciato un nome: Oona.

Cominciò a parlare cercando di giustificare l’irruenza dei suoi conterranei: “I norvegesi sono tutti eguali.” Capii, dal gesto della sua mano, saldamente impugnata al manico di un boccale colmo di birra, che si riferiva ai miei scomparsi compagni di rissa.

“Scattano a testa bassa alla prima provocazione ma poi con la stessa rapidità si calmano e ti sorridono.” Non mi fu facile interpretare tutte le sue parole. Fui costretto anche ad indovinare qualche significato dei farfugliamenti divenuti però sempre più interessanti mentre si sviluppava il sistema binario “birra-snaps” che io, curioso, continuavo ad offrire mentre lui mi spiegava che quel carattere viene forgiato dai sentimenti che dominano nella loro gente. Rabbia, rassegnazione, pervicacia ed amore. Hanno da sempre aiutato gli abitanti a sopravvivere in quell’ambiente duro e selvaggio a loro destinato. Quando poi fu informato che stava parlando con un latino abituato alle dolcezze del Mediterraneo, mi disse che la natura dei luoghi dove si nasce giustifica bene la differenza dei caratteri. Insistendo poi sull’influenza dell’ambiente in cui si nasce cominciò a descrivermi l’isola che fin dall’inizio del 900 aveva, per la sua selvaggia bellezza e per i suoi ridossi notoriamente sicuri, sempre più spesso accolto barche da diporto possedute da uomini amanti del mare. Uomini che contavano in quel tempo, re, imperatori, industriali, banchieri. Sorpresi dalle tempeste usuali nell’Atlantico Settentrionale, bloccati per giorni nei fiordi dell’isola, erano scesi a terra e, nonostante la rudezza degli abitanti, erano stati presi dall’incanto che solo i luoghi aspri, impervi e disabitati sanno ancora comunicare. I fiordi dell’isola sono due, quello a nord stretto e profondo, arcigno, roccioso e quello a sud ampio e circondato da bianche spiagge che coronano, alla fine di una valle declive, la foce di un torrente. Fornite queste notizie generali, proseguì:

“Dopo il grande disastro, le due famiglie superstiti si erano salvate perché le loro case erano ben alte sul rilievo che sorge al centro dell’isola. Poi una si era stabilita all’interno dove finiva il fiordo settentrionale e l’altra nella valle che si apriva sull’insenatura a sud. Nessuno ha mai saputo il perché di quelle scelte ma credo che le ragioni fossero più d’una. La famiglia Rumsen, che aveva optato per il nord, proveniva dalle intemperanze di un marinaio irlandese, un certo Patrick O’Hara detto Rhum. Naufragato sulla costa molti anni prima, era stato accolto dal pastore del villaggio, nonostante i suoi capelli rossi, il colore del demonio diceva il religioso, e Patrick aveva vissuto con loro in stato di servitù. Questo non gli aveva impedito di dedicare le sue attenzioni verso la sorella del pastore. L’unico legame che il piccolo frutto della tresca ebbe con il padre, morto poco dopo in una rissa, era stato il patronimico affibbiatogli: Rumsen. Ma il colore dei capelli ed il carattere rissoso e musone del capostipite persistettero nei discendenti, evitati e temuti dai Rasmussen, l’altra famiglia superstite, insediata nella zona sud. Veri vichinghi per corporatura, colore dei capelli e religione.”

Tracannò d’un fiato una robusta misura di snaps e per non farsi bruciare la gola fece seguire, in quella avida voragine, il contenuto del boccale colmo di birra. Si raschiò la gola, alzò gli occhi per controllare se gli concedevo ancora la mia attenzione e riprese con un tono più austero, soddisfatto del mio gesto che chiedeva alla cameriera ancora da bere.

“Sì, la religione soprattutto, li divideva. I Rumsen erano cattolici. Chissà quale libraccio sulla Controriforma era capitato in famiglia, salvato dal naufragio del vecchio O’Hara. Gli altri, da buoni norvegesi, tutti luterani. Dio ci scampi dalle procelle e dalle lotte di religione. Sulle barche abbiamo vinto molte tempeste ma non ho mai visto vincere una guerra di religione. Un giorno prevale uno, poi l’altro aspetta il momento giusto e mena lui i colpi. Durano secoli. Fino a quando, se il destino li aiuta, come è successo in quell’isola, la ricchezza non li copre tutti. Quando c’è abbondanza di beni terreni nessuno cerca il paradiso, né ha paura dell’inferno.”

La curiosità che mi provocava il racconto mi fornì l’energia necessaria ad interpretare le sue parole. Parlava in quel momento inglese con un forte accento irlandese e, a complicarmi la vita, ogni tanto introduceva una frase in danese. Era riuscito a farmi dimenticare la rissa ed in quel momento la mia unica speranza era quella di udire la fine del racconto prima che cadesse dalla sedia. Per ben due volte si era appoggiato allo schienale ed aveva provato a dondolarsi. Si era arrestato in tempo quando un’oscillazione più accentuata mi aveva fatto scattare in piedi, temendo il peggio. Mi aveva guardato con un sorriso e girando i palmi delle mani in su con un’alzata di spalle, aveva voluto sottolineare la mia esagerata apprensione. Giorni e notti a gambe larghe passati sul ponte di vascelli impazziti, poteva cadere da una sedia? Io guardandolo bere pensavo proprio di sì.

L’ultima frase sull’abbondanza dei beni, sul paradiso e sull’inferno mi sembrò così oscura che non resistetti e ne chiesi ragione. Attendevo risposta mentre lui continuava a guardare verso di me ma gli occhi erano persi, all’infinito. Cercava nella mente, ne ero sicuro, le parole più adatte per dirmi qualcosa per lui terribilmente complicata. Usai la pausa per fare l’ennesima ordinazione e quando arrivò la maestosa cameriera con i boccali si scosse dal suo incanto e proseguì.

“La mia isola oggi è cambiata. Non la vedo da anni ma la sento raccontare dagli amici che incontro nei porti. È di moda. Non c’è barca da diporto che navighi in quelle acque che non faccia scalo in uno dei due fiordi. I turisti portano un fiume di denaro e gli abitanti non coltivano terra e non pescano più pesci. Sono diventati tutti servi. Servi ricchi però. Io, per mia fortuna, ho problemi di giustizia e non ci posso tornare. Comunque non potrei più vivere laggiù. È tutto troppo caro. Una cosa non è cambiata, la ricchezza non ha trasformato il carattere ruvido e sgarbato degli abitanti. È vero, fanno i servi ma con grande arroganza e questo sorprende all’inizio i turisti. Anche se poi, quegli idioti, ci provano gusto. Ma non voglio parlare di oggi, mi rattrista, voglio raccontarti quello che è successo tanti anni fa. Ti ricordi, ti ho descritto la collina che sorge in mezzo all’isola, sì quella che salvò le due famiglie dall’onda anomala. L’onda spaventosa che quella notte correva sul mare di Norvegia come un cavallo furioso. Tu non lo puoi sapere, tu sei nato di fronte al Mediterraneo ma quello lassù al nord è un mare terribile, sempre agitato. Da una parte c’è l’Atlantico che spinge con la Corrente del Golfo, sai quella calda, viene da lontano, dai tropici, dall’altra c’è il Glaciale Artico. Bel tipo pure quello con le sue tempeste, la sua corrente fredda. Bene, tutti e due i prepotenti si scontrano lì vicino alle mie isole.

Per questo i marinai di laggiù non hanno paura di nulla. Io sono stato nei mari del tuo paese e non ho mai visto onde superiori a sei metri. Bene, quella sera l’onda era più alta di trenta. Il diavolo l’aveva creata negli abissi e l’aveva scaraventata su quelle povere coste rocciose. Erano stanchi, dormivano. I loro letti sono volati in alto insieme alle case e tutto si è infranto sulle rocce lungo i fianchi della montagna. Gli abitanti che stavano più in alto, udito il rombo, atterriti si erano affacciati alle piccole finestre e vedevano l’acqua salire a velocità vertiginosa verso di loro. Tutto sembrava perduto, le donne pregavano in ginocchio, gli uomini correvano impazziti per salvare il bestiame, quando si compì il miracolo. Dall’alto del monte un fulmine possente, partendo dalla cima, colpì le acque burrascose che montavano e come per incanto queste si arrestarono e cominciarono a ritirarsi. Il riflusso dell’onda scese prima dolcemente poi, accelerando lungo il pendio, lasciava la roccia nuda dove erano stati orti e case. La roccia brillava, livida di rabbia alla luce dei lampi incessanti”

Gli occhi del vecchio erano di nuovo lontani. Mentre parlava, ero come ipnotizzato dall’angolo della sua bocca. La traccia di schiuma di birra, imprigionata tra i peli dei baffi si muoveva insieme alle rughe che la circondavano e, guardandola intensamente, la vedevo trasformarsi nell’immagine che lui stava evocando. Le rughe, la bocca violacea diventavano la costa, la schiuma di birra lo spumeggiare delle onde battenti sulle rocce. Anche il lampo vendicatore era stato citato nell’attimo in cui un vicino, per accendere la pipa, aveva fatto brillare un potente zolfanello. Sembrava che tutto congiurasse per emozionarmi. Sprofondavo in uno spazio teatrale, mentre il vecchio parlava, il rombo delle onde, l’urlo dei naufraghi, lo scoppio del fulmine, ho udito tutto, ho sentito tutto, anche le mie cosce bagnate e la schiena. Era sudore? O l’effetto degli snaps che avevo sorseggiato ascoltandolo?

“Da quel momento l’isola era ormai tutta dei superstiti. Né parenti a rivendicare proprietà né gente delle isole vicine disposta a voler rischiare ancora una simile esperienza. Fu divisa a metà. Un basso muro di pietre segnava il confine sulla sommità dove, dopo l’evento, era sorta una croce.” Riempì di nuovo la gola di birra, schioccò la lingua contro il palato ed improvvisamente cambiò discorso.

“Lutero agli albori del 500, colpito dalla corruzione della Roma di Leone X, decreta che la concupiscenza era l’unica molla che muoveva l’uomo. Lo faceva peccare senza la speranza di potersi redimere, se non con l’aiuto di Dio. Con quella fede Cristiano III di Danimarca, fa diventare luterani tutti, anche i norvegesi. “Cuius regio, eius et religio.” Il lancio inaspettato di quella citazione latina della quale faticai a comprendere il significato, mi confermò che non avevo sbagliato ad offrirgli tutto quell’alcool, c’era qualcosa di misterioso dentro quel vecchio che stuzzicava troppo la mia curiosità. Mi chiedevo, “finora ha parlato come un marinaio, perché adesso mi sembra di avere davanti un seminarista? Ma devo smettere di pensare, devo stare attento a quello che dice.”

“La religione del principe determina quella dei sudditi.” Tradusse subito il marinaio. “He! Bel furbacchione quel Cristiano, con un colpo solo si sgancia da Roma ed è libero di comportarsi come crede nel suo dominio. I Rasmussen erano gente colta, civile, non a caso avevano scelto la parte più abitabile dell’isola, anche se meno pescosa. Tolleravano sì la presenza dei cattolici ma non potevano dimenticare con quale terribile peccato era iniziata la dinastia dei Rumsen, mentre questi ricambiavano la sufficienza con un odio profondo.” L’espressione del suo viso, improvvisamente addolcita, mi diceva quanto quel ricordo lo avesse turbato profondamente.

“Fino a che la povertà era sovrana e la fame attanagliava le loro pance si erano evitati accuratamente. Si incontravano solo durante la festa del Corpus Domini, giorno in cui in processione salivano alla croce e dopo i riti i due clan, restando ciascuno nel proprio territorio, davano inizio ai festeggiamenti. Era singolare vederli mangiare, brindare e ballare separati da quell’inesistente ma autorevole confine. Oltre quello però, i giovani dei due clan si lanciavano timidi sguardi seguiti da profondi sospiri. In tanti anni non una sola parola.” Chiuse gli occhi e riprese a dondolarsi pericolosamente facendo oscillare la sedia avanti ed indietro, poi, come colpito dal pensiero che inseguiva, arrestò il movimento e riprese a parlare, contestando l’incredulità apparsa sul mio volto.

“No, nemmeno una parola, fino a quando, un giorno, il governo decise di far arrivare anche nell’isola il postale che ancora oggi fa servizio tra il porto di Småge e quello di Finnøya. La scelta del nuovo scalo era stata fatta a tavolino ed ovviamente era caduta sulla baia più ampia ed accogliente, quella a sud. Non potevano certo immaginare i responsabili del governo i guai che sarebbero sorti da quella decisione avventata.” Alla pronuncia dell’ultimo aggettivo, mi allertai. Era la prima volta che esprimeva un giudizio di parte.

“Il giorno dell’inaugurazione dello scalo, i Rumsen, che avevano già protestato senza successo appena appresa la notizia, infrangendo il patto secolare avevano attraversato il confine e si erano presentati in massa al pontile. L’intenzione era di impedire lo sbarco delle autorità giunte con la nave per la cerimonia. I Rasmussen protestarono e dissero che solo dei cattolici potevano fare una azione del genere. Immagina la tensione in quel momento con i due clan schierati davanti alla nave. Dal ponte di questa, un funzionario prende la parola e dopo aver udito la ragione del tumulto promette di trovare una soluzione. Nessuno aveva intenzione di litigare, tutti sapevano che non c’era stata alcuna pressione sul governo ed i Rumsen accettarono di aspettare. Ma dopo un mese senza novità, la nave che entrava per la seconda volta nella baia, si trovò sbarrata l’imboccatura dalle barche dei Rumsen poste in cerchio. Quella volta il battello dovette tornare indietro. I passeggeri, furiosi, informarono la stampa ed i giornali si riempirono di attacchi denunciando la prepotenza dei cattolici.”

Si era dilungato poi sull’intervento di re Gustavo, sulla nomina di un ambasciatore, sull’accordo faticosamente stipulato che confermava lo scalo nella baia sud per l’arrivo del battello ogni quindici giorni ma autorizzava i Rumsen ad accedere liberamente al pontile. Cercò poi di spiegarmi con profusione di particolari tutte le clausole del trattato, tanto che fui costretto a pregarlo di tornare al racconto. Mi parve seccato ma riprese.

“La cosa aveva funzionato fino a che, un giorno di inverno, il postale, a poche miglia dall’ingresso della baia, fu sorpreso da una forte burrasca da sud-ovest. Il capitano disperando di centrare l’imboccatura con onde così formate in poppa, decise di riparare nel fiordo settentrionale. Grande fu la sua sorpresa quando uno dei Rumsen, fattosi sottobordo, gli comunicò che l’accordo non prevedeva l’attracco in quel posto e quindi, appena cessata la tempesta, senza sbarcare alcuno, doveva salpare le ancore e andarsene. Il capitano chiese subito, via radio, l’intervento delle autorità portuali di Finnøya che, arrivando, infuriate per la terribile navigazione patita, fecero l’errore di arrestare gli anziani del clan per resistenza a pubblico ufficiale. Che ne dici si poteva ancora parlare di arroganza dei cattolici?” Pronunciò questa ultima frase con aria eccitata. Non ebbi bisogno di domandare, era chiaro il suo consenso per l’azione dei Rumsen. Stavo per chiedergli quale fosse la sua religione ma mi trattenni, ero convinto di essere ormai al centro della storia e non mi sbagliavo. Il mio interlocutore proseguì.

“Mentre correvano questi segni di guerra, i giovani e le fanciulle di ambedue i clan, incuranti di quelle beghe, avevano cominciato a scambiarsi, durante le operazioni portuali, saluti e convenevoli. Tra questi ribelli, spiccava per la sua bellezza l’unica Rasmussen bruna. Era nata nella casa di un bravo carpentiere un anno dopo la frequentazione della famiglia, per un breve periodo, di un giovane marinaio bruno… un tuo intraprendente compatriota.” Mi aveva lanciato uno sguardo di traverso senza muovere la testa.

“Era imbarcato su un battello da diporto inglese, ancorato in rada per alcune riparazioni. Il carpentiere, dopo i nove mesi di gravidanza della moglie, vista l’insolita chioma della bambina, l’aveva chiamata Oona. In onore, diceva lui, del colore scuro delle rocce della sua isola. Così almeno aveva giustificato la stranezza. Ma qualcuno aveva sussurrato che, a causa del sospetto che gli serpeggiava nell’animo, il buon uomo non aveva voluto usare i nomi di famiglia. In effetti Oona, flessuosa e scattante, se aveva preso assai poco dalla madre, nulla aveva avuto dal padre, tanto meno quel naso schiacciato che ricorreva invece con insistenza sul viso delle sorelle. Il suo, dritto e grazioso, era piazzato tra due grandi occhi neri ed il lungo collo, sai come quello della regina Nefertiti, in famiglia ce l’aveva solo lei.”

I continui riferimenti colti e la citazione in latino, contrastando con l’accento popolare che imprimeva alla lingua inglese, stimolavano sempre di più la mia curiosità e non rimpiansi il denaro dedicato alle sue libagioni. Frenai ancora una volta la voglia di fare domande perché era già mezzanotte e l’indomani in porto mi aspettava il Prinz Olav che avrebbe dovuto traghettarmi nei luoghi che lui mi stava descrivendo ma per nulla al mondo avrei rinunciato a conoscere la fine della storia. Quando riprese a parlare, con voce lenta, pacata, rilevai la stessa commozione che l’aveva alterata mentre parlava della fanciulla.

“Tra i giovani della famiglia Rumsen, tutti pescatori, spiccava per bravura e serietà, Riccardo. Era bello, forte e tornava dalle partite di pesca con più merluzzi di quanti ne pescavano nello stesso tempo tutti gli altri del suo clan. Per questo era famoso nel suo ambiente. Era noto in tutta l’isola anche perché, mentre in mare i suoi occhi spazzavano continuamente l’orizzonte e la superficie delle acque in cerca di segnali di pericolo o di preda, quando camminava sulla terra teneva il capo eretto, lo sguardo fisso davanti a sé e non c’era cosa o persona che potesse distrarlo dai suoi pensieri. Le ragazze dell’isola, che lo ammiravano, dopo tanti appostamenti si erano rassegnate, Oona no. Lo aveva visto la prima volta, ritto a prua della sua barca, con l’arpione in mano, durante il blocco della baia. Gli era apparso come dio Thor. Lo seguiva con gli occhi quando saliva sulla nave con le ceste del pesce, quando contava il denaro guadagnato e lo mangiava con gli occhi mentre con passo veloce risaliva il sentiero e spariva oltre il confine lasciandola illanguidita e sognante. Tutti, eccetto lui, si erano accorti di quegli armeggi e del malumore che la assaliva quando, per il tempo cattivo, la pesca non dava frutti e lui non si faceva vedere.” Si era interrotto per guardare verso la porta. Spalancata violentemente, il vento, entrato impetuoso, aveva creato un vortice che, muovendo in tondo il fumo stagnante nel locale, ne aveva reso, con un turbinio di volute, visibile la potenza. Lui aveva afferrato saldamente il boccale di birra, socchiudendo gli occhi e inarcando le spalle aveva atteso la folata che trascinando in aria carte e fogli di giornale, era andata a spegnersi sul fondo non appena la porta era stata richiusa. Mi guardò fisso negli occhi ed ammiccando continuò. “È lui, il vento del nord, il padrone di questi mari. Quando soffia non si pesca. E lì succede spesso.” Si toglie il berretto, si gratta la testa ed un ciuffo grigio gli cade davanti agli occhi. A fatica riprende.

“In quell’isola, passavano i mesi e la situazione rimaneva immutata, quando, il giorno dopo Corpus Domini, per cercare un pettine di osso di balena, perso durante il ballo, Oona si reca alla croce con la più grande delle sorelle. Stanche, sedute sull’erba con la schiena appoggiata al muro di pietra, il loro sguardo spaziava lungo il pendio fino alla baia che scintillava al sole. Un sole tiepido, confortante. Posando i raggi sui loro corpi abbandonati, cedeva il calore che Oona sentiva trasformare in quel languore che l’assaliva tutte le volte che vedeva Riccardo. Chiude gli occhi e pensa al suo pescatore.” Descrivere con tanti particolari una scena di cui non può essere stato testimone, mi fa supporre che almeno uno dei protagonisti gliela avesse descritta. Non conoscendo poi nemmeno l’epoca in cui era avvenuta, anche se immaginavo l’età del marinaio, non riuscivo ad acquietare la mia curiosità. Si aggiustò sulla sedia sospirando profondamente.

“Il suono della sirena del postale, che stava entrando nella baia, la fece scattare in piedi ed Oona si trovò Riccardo a mezzo palmo davanti mentre lui stava scavalcando il muretto. Il grido di lei lo fece arrestare di colpo. Le due ceste che portava caddero a terra ed il loro contenuto luccicando si era sparso sull’erba. Mentre lui restava immobile, quasi paralizzato, lei si china rapida a raccogliere i pesci. Poi, alzando la testa, gli spiana davanti quei suoi enormi occhi neri, accompagnati dal sorriso che implora perdono. La sorella poco distante li guardava con aria preoccupata. Timorosa girava lo sguardo intorno, non era conveniente intrattenersi con un ragazzo, così lontano da casa e poi con un Rumsen, era vera pazzia. L’aveva presa per un braccio e la stava conducendo via. Oona, alzandosi mentre consegnava le ceste, ebbe il tempo di mormorare: “Perdonami, amore mio.” E via giù di corsa per la discesa. Riccardo, immobile fino alla scomparsa delle fanciulle oltre il dosso coperto di erica, prese poi a camminare barcollando nella loro direzione ma fatti pochi passi si scosse e tornò verso le sue ceste.” La commozione del vecchio aveva raggiunto livelli imbarazzanti e per questo gli perdonavo i continui cambi temporali. Perché era così coinvolto, cosa c’era alla fine di tanto importante? Perché quando descriveva le tempeste e le sciagure era calmo e tranquillo e poi si agitava tanto quando descriveva un amorazzo giovanile, nato tra gente che è rimasta al medioevo in una minuscola isola sperduta nel mare del Nord? E perché all’una di notte restavo inchiodato su quella sedia sapendo che la mia nave sarebbe partita senza indugi la mattina dopo alle nove?

Le ultime birre vennero posate sul tavolo insieme alla notizia che mezzora dopo avrebbero chiuso il locale. Solo io capii l’avviso, lui teneva gli occhi puntati sulla birra che gli schiumava davanti e quando li alzò erano umidi e tristi. Un secondo dopo una lacrima cominciò a rigargli la guancia cremolata e la discesa veniva rallentata dall’incontro con le ondulazioni che il salmastro aveva inciso sulla sua pelle. Quando finalmente la goccia cadde dal mento nel bicchiere, lui si appoggiò allo schienale, le mani dietro la nuca e guardò in alto verso il lume che per il fumo intenso, si vedeva a malapena. In quella posizione riprese a parlare.

“Mentre la guerra tra i clan peggiorava ogni giorno, aumentava il loro desiderio di vedersi e stare insieme. E così aumentava anche la pericolosità dei loro incontri. All’inizio avvenivano in mezzo alla gente per scambiarsi una fugace stretta di mano, poi un giorno in un biglietto lasciato cadere nella cesta mentre Riccardo faceva gli acquisti, Oona descriveva nei minimi dettagli il luogo dove potevano incontrarsi il giorno dopo e l’ora. Tutti quei maneggi non erano sfuggiti ai membri delle due famiglie ma la realizzazione di quell’amore, già difficile in passato, era impossibile in quel periodo di guerra. La guerra finì quando decisero di aprire i due scali. La nave oggi si ferma una volta a sud e una volta a nord. l’Isola Nord- Sud la chiamano quelli della terraferma. Ma questo è successo molto tempo dopo ed ha cambiato tutto. Oggi sono un solo clan e sono tutti ricchi ma non credo che questo ti possa interessare… Ti stavo dicendo che si incontrarono. Fu vicino alla croce, poco lontano dal sentiero, un avvallamento si riempiva di pioggia e formava un piccolo lago. Sulle rive crescevano alcuni Salix reticulata intorno all’unico abete rosso dell’isola. Tra le radici di questi un soffice prato completava quell’angolo di paradiso dove Oona un giorno, arrivata correndo e, piombata tra l’angelica e l’aconito, aveva rivolto gli occhi al cielo e giurato che, proprio lì, avrebbe preso Riccardo tra le sue braccia. E così fu. L’incontro era avvenuto due settimane prima e la felicità li aveva illuminati. I loro occhi lanciavano lampi come il faro Norwick, sai quello che si vede già a trenta miglia e la gente cominciava a pensare che guerra o no avrebbero raggiunto il loro sogno d’amore. Ma il destino non ha voluto così. Quel giorno Riccardo mentre stava per salire sul postale con i suoi pesci, viene fermato da un giovane Rasmussen. Il ragazzo era passeggero sul postale quando, nel fiordo settentrionale, i Runsen avevano impedito lo sbarco. Allora, pieno d’ira, si era sporto dal parapetto ed aveva visto a terra un giovane ridere. Non era certo Riccardo che non aveva mai riso in vita sua, ma la voglia di attaccare briga e forse anche l’invidia per la felicità, che sprizzava dal viso del giovane pescatore, portarono i guai. Qualche parola sgarbata, una spinta ed il pesce era caduto in acqua. Riccardo si era precipitato a raccogliere le ceste sugli scogli. Le aveva fatte sua madre con grande fatica e non poteva perderle. Il rampollo dei Rasmussen, credendo che volesse fuggire, gli si era gettato addosso spiccando un salto dal pontile. In quel momento nessuno assisteva alla scena e nessuno vide che Riccardo, intuito l’assalto, l’aveva schivato. L’aggressore era precipitato a testa in giù su quelle rocce nere. L’urlo che aveva lanciato prima di fracassarsi aveva richiamato una folla di curiosi e Riccardo, accorso per aiutarlo, era stato accusato di assassinio. Assassino, lui che voleva aiutarlo, assassino.”

L’ultima frase la pronunciò a voce sempre più bassa e concluse con l’ultima parola quasi sussurrata. Continuava a ripeterla con gli occhi dilatati mentre, tirata fuori una borsa di cuoio, afferrò una presa di tabacco e si arrotolò una sigaretta. Infilata deforme tra le labbra restò spenta. Mi porse la borsa con l’invito a servirmi. La presi, la serrai tra le mani e non potei fare altro, nonostante lo stimolo del profumo dolce del tabacco. Lui si alzò e, giratosi verso il padrone della bettola, fece un gesto di saluto. Lo imitai e ci dirigemmo verso l’uscita. Fuori il vento del nord ci accolse con una folata dispettosa e mentre carta e fogli di giornale ci turbinavano intorno, mi batté una mano sulla spalla.

“No, non la rivide più. Era troppo bella, era troppo appassionata, forse non la meritava. Un sogno, solo un sogno. A proposito di sogni salutami il tuo paese. È lì, in un monastero, che ho passato i migliori anni della mia vita. No, no sono un religioso, dovevo solo ritrovare la mia anima.” Rimasi a guardarlo mentre si allontanava e mi chiedevo se c’era riuscito. Il turbinìo delle carte era cessato. In quel momento ondeggiando, si posavano lentamente dietro di lui. Nell’oscurità del vicolo, sembravano gabbiani librati in volo dietro una barca di pescatori che torna in porto.

Il giorno dopo, mentre salivo sul ponte del Prinz Olav, che navigava da diverse ore nello Skagerrak contro un impetuoso mare di prua, mi trovai in tasca la borsa di cuoio. Alla luce del sole brillavano, incise in oro, due lettere: R.R. Guardai verso la sua terra che cominciava a delinearsi immersa nella leggera bruma che copriva l’orizzonte e pensai a Baudelaire, ai suoi versi in Un viaggio a Citera “…quelle est cette île triste e noire? C’est Cythère, / nous dit-on, un pays fameux dans les chansons / Eldorado banal de tous les vieux garçons / Regardez! Apre’s tout, c’est une pauvre terre”1.

Mentre riponevo in tasca l’involontario dono, mi accorsi quanto fosse difficile farlo. Non riuscivo a fermarla la mia mano, tremava troppo.

1 “…quale isola è mai quella, triste e nera? Citera / ci diciamo, terra nota, nelle canzoni / l’Eldorado stupido di tutti i vecchi scapoli / Guardate! È una povera terra in fondo.”

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