Regate, regate…

Esperienze di bordo n. 571, novembre 2009: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

REGATE, REGATE…

Testo di Francesco Bini
Pubblicato su Nautica 571 di Novembre 2009

Lo spinnaker

In ottobre si corre a Livorno la coppa Chichester, una regata per barche d’altura, che ha la particolarità di limitare l’equipaggio a due sole persone. Di solito sono a bordo l’armatore con il timoniere titolare, oppure con un figlio, più raramente (molto più raramente) con la moglie.

La singolarità della regata non deve trarre in inganno: non è una passeggiata, ma anzi è una delle regate più attese e incattivite. Gli armatori si sentono infatti esposti senza rete, mancando loro gli equipaggi su cui riversare le colpe: i meriti, ma soprattutto gli errori, vanno divisi solo tra i due. Dall’altra parte gli equipaggi aspettano con ansia questa occasione per poter sfottere e criticare l’armatore e il timoniere, in una comoda situazione di sicurezza. Si aggiunga il fatto che il percorso è breve e costiero, e quindi facile da seguire da terra, e si ha il quadro della tensione che investe questo avvenimento.

In questo clima di esasperata competitività, una volta ci trovammo al traverso, a tre o quattro lunghezze, a una barca dello stesso modello, e quindi inevitabile punto di riferimento, ogni domenica, del 90% della rivalità.

Il vento relativo era da 60°, al limite dello spinnaker strallato, ma l’intensità, debolissima, sconsigliava, per vecchia esperienza, il cambiamento del genoa.

Conoscendo benissimo il carattere del timoniere avversario, orchestriamo la trappola. Cominciamo a preparare lo spy in grande silenzio, come se non ce ne volessimo fare accorgere. Naturalmente l’altro, attentissimo, si precipita a preparare il suo.

Quando è tutto pronto, ben attenti a non perdere la concentrazione, fingiamo di non riuscire a issare la vela. Gridiamo come pazzi, stiracchiamo drizze e scotte, ma in realtà non facciamo niente. L’altro si precipita a dare lo spy con l’aria di “Ora glielo faccio vedere io, a quei due…”.

Appena ha tirato su, ci mettiamo calmi e ce ne andiamo con il nostro genoa, lasciandolo piantato con il suo spinnaker floscio. Non ci ha più ripreso.

Sono passati più di dieci anni e non siamo ancora riusciti a convincere il nostro amico che la manovra era voluta.

Mortoriotto

Secondo me non fu un’idea felice, ma il comitato pensò bene che, dopo 250 miglia di regata nelle Bocche, due volte avanti e indietro tra l’Asinara e il faro di Lavezzi, occorrevano anche quelle ultime poche miglia, da fuori Caprera a Mortoriotto, prima del sospirato arrivo di Porto Cervo.

Era ormai buio, si era tutti stanchi, vedevamo le luci del porto e detestavamo dover fare quelle stressanti miglia conclusive. Non eravamo messi male, ma il vento calava sotto costa e le barche rimaste indietro venivano avanti con gli ultimi refoli del vento dal largo.

Un nostro avversario si avvicina sempre più e noi, impotenti nel vento sempre più debole, stanchi e nervosi, ci mangiamo le mani. Ormai a ridosso dello scoglio, siamo di bolina stretta, mure a dritta, e veniamo ingaggiati da sopravvento. Ci chiedono acqua per girare la boa, chiamando l’ingaggio prima delle due lunghezze. Nervosissimi per la stanchezza e per le posizioni che stavamo perdendo in quella maledetta bonaccia finale, preferiamo affondare piuttosto che dare acqua. Tiriamo a diritto e ci tocchiamo. Protesta.

Davanti alla giuria invochiamo il fatto che il sole era tramontato e che le regole di regata, di notte, vengono sostituite dalle regole per evitare gli abbordi in mare. Navigavamo su andatura più stretta e quindi avevamo la precedenza. Punto e basta. Siamo facili vincitori.

Il nostro avversario non è convinto e si attarda, da solo, a chiedere spiegazioni alla giuria. Quando esce, sentiamo che spiega la cosa all’equipaggio e uno gli chiede “Ma gliel’hai detto che ci mostravano il verde?”

Scuro in volto, lo skipper “Sì, gliel’ho detto…”

“E loro?”

“Mi hanno detto: “Questo vale per i motoscafi, caro, vale per i motoscafi…””

I razzi

Poco vento, di notte, di fronte a Marina di Carrara andiamo verso il Tino.

All’improvviso, nella notte calma, si alza un razzo a paracadute. Siamo solo in due fuori, sotto spinnaker. Ci guardiamo. Che si fa? Dov’era? A quale distanza sarà stato? Nell’incertezza passa qualche minuto e poi, pluff, si apre un altro razzo. C’è poco da fare, bisogna andare.

Prendiamo un rilevamento approssimativo, tiriamo giù le vele, attacchiamo il motore e via. Naturalmente si svegliano tutti e l’armatore, disturbato nel primo sonno, dà di fuori.

“Ma dove andate!? Chissà che cosa avete visto…”

“Non siamo mica scemi: siamo in due e abbiamo visto due razzi a paracadute!”

“Ma siamo in regata…”

“No, noi eravamo in regata! Tu eri a dormire… E poi che cosa vuol dire, se siamo in regata?”

“Di cosa vi preoccupate? Sono io il responsabile!”

“Bel responsabile, sempre a letto…”

Insomma succede il finimondo e tra urla e parolacce si va avanti fino a incrociare un’altra barca, che, per nostra fortuna, aveva anche lei visto i razzi ed era venuta a offrire soccorso. Cerchiamo per un pò e poi, senza aver trovato niente, ci arrendiamo e andiamo a dormire a Portovenere.

In banchina, alla luce di un bar, la lite si riaccende furibonda e coinvolge anche i pochi avventori nottambuli.

Mi pare poco dignitoso discutere su una faccenda tanto ovvia e mi faccio da parte. Un uomo robusto e barbuto mi si avvicina e si mette ad ascoltare. Non capisce e mi chiede spiegazioni. Gliele do senza farmi coinvolgere in prima persona. Mi indica il famoso armatore, che, rosso in faccia, urla come un pazzo. “ma chi è quell’imbecille lì?” mi chiede, con marcato accento fiorentino. “È il mio armatore…”

Se ne va, scuotendo il testone. Era il povero Mauro Mancini.

La catena

Un giorno troviamo un nostro amico che fissa tristemente la carena della sua barca, tirata in secco. Il bulbo è tutto massacrato e anche la vetroresina non sta tanto bene.

“O che ti è successo?”

“Niente, ho fatto trasferire la barca da della gente e guarda come me l’hanno riportata”

“Ma come hanno fatto? Che cosa ti hanno detto?”

“Mi hanno detto che hanno preso una catena”

“Alla faccia della catena… O tu che cosa gli hai detto?”

“Una catena, sì, ma di scogli!”

Le regate di Punta Ala

Un anno andammo a regatare nel campionato invernale di Punta Ala e ci fu assegnato l’ormeggio accanto alla barca del presidente del nostro club, anche lui là per le solite regate.

Le regate non avevamo storia, perché eravamo nettamente più veloci, ma in quell’occasione studiammo un metodo sadico per sottolineare la differenza. Chiunque abbia fatto una regata sa che, una volta arrivati, la tensione a bordo si scioglie: chi mangia, chi si cambia, chi telefona, chi finisce il litigio che aveva dovuto lasciare a metà, chi chiacchiera, ma nessuno mette in ordine la barca, che rientra in porto nel caos più completo, con tutte le vele in coperta, le cime da rifare, le cerate stese ad asciugare, eccetera.

In questa circostanza, invece, appena tagliata la linea di arrivo, tutti ci mettevamo come forsennati a riordinare ogni cosa, ci toglievamo in fretta le cerate e uno veniva mandato a scaldare rapidamente un minestrone.

Quando il nostro vicino rientrava, con la barca coperta di vele da piegare e l’equipaggio ancora nelle cerate bagnate, ci trovava a mangiare, con la barca perfettamente in ordine, come se fossimo rientrati da ore.

Da dietro i nostri piatti fumanti, perfettamente rilassati nei nostri vestiti asciutti, a stento alzavano un sopracciglio per guardarli fare l’ormeggio.

La telefonata

I cellulari non erano stati ancora inventati e era uso normale telefonare con il VHF. Naturalmente le telefonate erano pubbliche e, quando ci si annoiava, si stava a sentire che cosa dicevano alla radio.

Un giorno da una barca chiamano un certo Beppe di Livorno e cominciano a parlare normalmente. Preso da improvviso raptus, mi inserisco nella telefonata.

“Beppe!”

“Sì?” Beppe è sorpreso dal cambiamento di voce, ma risponde.

“Che vento c’è a Livorno?”

“Debole…”

“Sì, debole, ma da che parte?”

“Viene dal mare, mi sembra maestrale…”

“Grazie, Beppe. Ciao.”

Beppe rimane senza parole, finché lo richiama il suo amico

“O Beppe, ma chi era?”

“Mah, uno che voleva sapere che vento c’era…”.

I pescatori

Mare calmo, pochissimo vento, primo lato di bolina. Avanziamo lentamente, quando di fronte si para un barchino piccolissimo con quattro pescatori, due per parte con le loro cannette. Solita incertezza su quale lato passare. Ci si fa, non ci si fa. Siamo appena partiti, la flotta è ancora compatta e nessuno vuole mollare due metri di sopravvento. Eravamo piccoli anche noi, ma certo dovevamo sembrare grandissimi a quei quattro nella loro bagnarola, che ci guardano, in silenzio, avvicinarci. Alla fine passiamo sopra, le vele a collo nell’ultima disperata orzata. Vicinissimi, anzi tanto vicini da costringere i due pescatori dalla nostra parte a tirare dentro le canne per non farsele portare via. Invece di gridare e di mandarci a quel paese, come meritavamo, uno di quei veri signori, calmo calmo, fece sottovoce: “Più c’hanno quattrini e più sono ‘gnoranti”.

Frase storica, che ci ha tenuti per sempre alla larga dalle barche dei pescatori.

La boa di bolina

Quando in un campo di regata si scontrano due barche gemelle, inevitabilmente si crea una forte competitività e per gli equipaggi conta più il risultato sull’altra barca del piazzamento generale.

Eravamo sottovento, perfettamente affiancati a due metri di distanza, e di bolina stretta andavamo in boa. Anzi il nostro avversario andava in boa, mentre noi, per quei pochi metri, non ce la facevamo a prenderla e avremmo dovuto fare un piccolo, dispendiosissimo, bordo. L’altro alza il tangone e prepara lo spinnaker, mentre noi eravamo bloccati dalla necessità di bordare. A questo punto a bordo serpeggia l’idea malvagia: passiamo sottovento alla boa, tiriamo a diritto, rimaniamo sui bordi e manteniamo il diritto di precedenza. Naturalmente si fa tutta la pantomima del caso: si prepara il bordo, ci si agita, si grida, ma nessuno si muove. Si arriva in boa affiancati e il nostro avversario passa regolarmente sopravvento, mentre noi, vicinissimi, passiamo sotto e tiriamo a diritto. Gli altri, galvanizzati dall’idea di lasciarci indietro e impreparati alla nostra mascalzonata, poggiano e ci sbattono contro. Succede una zuffa tremenda, vengono urlate tutte la parolacce imparate in tanti anni di frequentazione del porto di Livorno (anzi un mio amico linguista sostiene che nell’occasione ne sono state create di nuove), ma alla fine la protesta è inevitabilmente nostra.

Sono passati vent’anni e si dice che il tempo lenisce le ferite. Ma questo episodio ha ancora uno strascico, che potrei definire di carattere “medico”. Infatti quando sono in una posizione delicata, sdraiato sulla poltrona e immobilizzato a bocca aperta, al mio dentista comincia a tremare la mano e un sorriso satanico gli si stende sul viso.

“Ti ricordi, quella volta alla boa di bolina…”.

Si dà infatti il caso che tra migliaia di dentisti, abbia scelto proprio l’armatore avversario.

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