Sior Bepo

Esperienze di bordo n. 576, aprile 2010: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

SIOR BEPO

Testo di Attilio Menconi Orsini
Pubblicato su Nautica 576 di Aprile 2010

Arrivai ad Arbe (Rab in croato) in un afoso pomeriggio di fine luglio di tanti, tanti anni fa. Avevo il Classis 26′, meno di 8 metri di lunghezza fuori tutto. All’epoca mi sembrava uno “yacht” tanto mi pareva grande (yacht è il termine tecnicamente esatto per indicare una barca da diporto, sia essa lunga pochi metri o tanti. Tuttavia, il proprietario di una barca a vela parla e pensa di questa solo come della “barca”, il termine yacht è associato piuttosto alle imbarcazioni, specie a motore, di lusso estremo, magari lunghe 40 metri, con decine di marinai e l’elicottero di servizio in coperta). E grande doveva sembrarlo anche al progettista, Nanni Ceccarelli, perché la tavola del quadrato, che si estraeva da sotto il pozzetto, poteva accogliere comodamente almeno 6 persone mentre in realtà la barca poteva offrire una spartana comodità massimo a una coppia: tanto per dare un’idea, il gabinetto era così piccolo che la prima volta che provai a sedermi non ci riuscii, o io o i piedi, così risolsi il problema aprendo nella paratia di fronte, che dava dentro un armadio, due buchi nei quali infilare le punte dei piedi.

Eravamo partiti da Lussinpiccolo al mattino presto, all’apertura del ponte girevole sull’istmo. Mentre percorrevamo il breve canale banchinato, un vecchietto ci salutò alzando le braccia al cielo, nell’antico segno di entusiasmo o di vittoria, e ci gridò “Ognibene… e tutta tela sior, tutta tela”. Forse anche a lui il Classis sembrava più grande del reale, perché appena fuori mi toccò precipitarmi a prendere i terzaroli. Il borino soffiava dritto di prua e abbastanza fresco da sollevare una discreta maretta.

Il Classis, barca stupenda per la bolina, era la prima barca moderna che avessi visto e Ceccarelli sulla modernità aveva un pò calcato la mano: la tuga era come la cupoletta di un jet da caccia e bisognava salirci sopra per lavorare al boma, cosa che già in porto era da fare, vista la forma e la mancanza di appigli, con prudenza, ma che con la barca stesa sull’acqua, gli spruzzi e i salti sulle onde, era un vero gioco da equilibrista.

Poi però il sole crescendo si era mangiato il vento fino a che ci eravamo trovati in bonaccia piatta a derivare in quel mare interno che è il Quarnerolo, fra le isole di Lussino, Cherso, Pago e Arbe.

Così, soprattutto per non morire di caldo nel sole che si rifletteva nell’acqua a specchio, fu giocoforza affidarci al fuoribordo con la speranza di vedere salire all’orizzonte gli alberi di Arbe. Lui, il fuoribordo, sfoderò il suo solito difetto: funzionava per neanche un’ora, poi dovevo smontare e cambiare o almeno pulire le candele.

Così, appena trovato un ormeggio in banchina sotto le antiche mura (allora un solo albergo le aveva inglobate ed Arbe aveva intatto il suo splendido aspetto da città cinta di mura), andai alla ricerca di candele perché di nuove, nonostante ne avessi portata una scorta, non ne avevo più e anche a pulirle al meglio di come io sapessi, il più delle volte il maledetto non ripartiva.

La banchina sotto il sole era deserta, ma in un bar mi indicarono ” Sior Bepo, lui può coi motori”. Mi dissero che aveva l’officina sulla punta estrema di Arbe (Arbe sorge sul promontorio roccioso che chiude verso Ovest il suo porto e da lontano si vedono la cinta di mura, i pini che la superano ed i tre campanili lungo il crinale nella parte alta, sulla punta le possenti muraglie recavano, malamente coperta da una scritta a vernice di benvenuto, l’impronta del Leone di Venezia, scalpellato via dalla furia iconoclasta dei nuovi padroni della allora Yugoslavia) dove nelle mura si apriva una posterla che dava sul molo. Entrato, trovai all’ombra di un pino un vecchietto cui chiesi informazioni del Sior Bepo. Mi rispose con una tiritera di cui non capii nulla. Io non parlo serbo-croato, ma quel pò che sapevo bastava ad escluderlo. Dialetto venetoistriano non era, né italiano, né inglese, né tedesco. Vista la mia espressione incerta il vecchietto ripetè “Gallia omnia divisa…” “in partes tres” riuscii a concludere non appena realizzai che si trattava del “De Bello Gallico”. “Savè sior, sotto l’Austria i muli studiava, la scuola la xera una cossa seria” puntualizzò con un misto di orgoglio e di malizia equivocando sul mio stupore di essere accolto col latino e pensando che trovassi strano non il fatto che lo usasse per accogliermi ma che lo parlasse un meccanico, per di più di paese.

Era il Sior Bepo che, a suo modo, voleva onorare l’ospite italiano ed era per me la prima volta che incontravo il concetto di Austria Felix. Concetto che mi ha trovato all’inizio un pò sconcertato per il prevalere dell’influenza dei ricordi scolastici, nei quali l’Austria era “il nemico” nel lungo periodo delle guerre d’indipendenza, sulle conoscenze storiche che pure venivo accumulando e che riconoscono all’impero austriaco alcune fra le migliori caratteristiche, prima fra tutte l’amministrazione, retta con professionalità e correttezza forse ancora ignote da noi. Allora per di più non avevo ancora conosciuto le Maldobrie di Carpinteri e Faraguna, i libri di racconti malinconicamente umoristici in dialetto istriano, che poi sarebbero diventate per anni i miei libri da comodino e che ripetono quasi ad ogni pagina questo concetto fondamentale per la civiltà istriana-dalmata: architettura e lingua (quasi) veneziane e cultura mitteleuropea innestate sia sull’imprevedibilità del burrascoso animo slavo che su quello italiano.

Il Sior Bepo, Hagendorfer si presentò compitamente, era un vecchietto curvo per gli anni, vestito modestamente ma pulitissimo, con ai piedi un paio di pantofoline di velluto nero che gli davano l’aspetto di un turco.

Il Sior Bepo si fece spiegare il problema, poi mi disse che le candele nuove erano introvabili ma si mise subito a pulire quelle che io avevo portato come campione. Lavorava con estrema precisione di gesti (capii perché quando le pulivo io il fuoribordo le rifiutava) e intanto si informava se il motore lo faceva spesso. Parlava con me in un italiano compitissimo, colto, impreziosito da vocaboli del dialetto istriano-dalmata e da termini nautici per noi arcaici ma precisissimi (ad esempio, distingueva la chiglia in stella e colomba e la parte dell’albero sopra le crocette in alberetto). Più tardi avrei saputo che si esprimeva con altrettanta precisione in tedesco e, naturalmente, in serbo-croato (leggeva molto, in tutte e tre le lingue, anche se sempre vecchissimi testi, solo in parte per motivi economici, di più forse perché non gli piaceva il modo di esprimersi dei contemporanei).

“E cosa ne fa delle candele quando sono così?”. Risposi, con noncuranza, che le mettevo da parte fino al rientro a Ravenna, poi le avrei buttate. E fu così che, sia pure con un compitissimo giro di parole sulla ricchezza emergente dell’Italia, mi ebbi la mia prima accusa di consumista.

Mi disse però anche che il problema, naturalmente, non erano le candele, ma il motore. Anzi, secondo lui l’elica che sicuramente affaticava il motore.

Quando gli chiesi quanto gli dovevo mi chiese una cifra infima e alla mia occhiata incerta mi spiegò “il costo del bicchiere di benzina usata per pulirle”. Ebbi, per fortuna, perché ripensandoci adesso riconosco che allora mi comportavo in Yugoslavia da ricco italiano, il buon senso di non offrirgli di più e mi accompagnò alla barca. Rimontammo le candele, il motore partì al primo strappo, ingranai la marcia avanti, ma subito mi gridò di spegnere: non sentivo che sotto tiro il motore sforzava, anzi “soffriva”? Ci voleva un’elica con meno passo, mi disse, anzi lui nel magazzino aveva un’elica e avrebbe potuto da quella ricavarne una adatta, sempreché mi fossi fermato qualche giorno.

Acconsentii, perché ero stufo della storia delle candele, anche se avevo qualche dubbio. Costruire un’elica è già una cosa difficile, ma bilanciarla lo è ancora di più e io non avevo visto attrezzatura di sorta.

Così per qualche giorno vidi nascere “nell’officina” (in tutto e per tutto il muretto sotto il pino sul quale sedeva o che gli serviva da banco) l’elica, ricavata a colpi di lima da una più grande e con maggior passo ritrovata nel “magazzino” (uno stretto camminamento nello spessore delle fondamenta romane della soprastante chiesa di S. Maria). L’apertura della posterla inquadrava un pezzo di porto e il mare: pensandoci poi conclusi che in realtà un’officina più bella era difficile da trovare in tutto il mondo. Usò solo la lima, neppure la morsa, teneva fermo il pezzo contro la coscia. Ogni tanto percuoteva le pale e dal suono capiva dove togliere materiale per bilanciarla. Intanto parlavamo e facevamo conoscenza.

Era stato in Italia, capocollaudatore all’Alfa Romeo e pensionato si era ritirato ad Arbe. In teoria, con la pensione italiana avrebbe dovuto avere ben più del necessario (il direttore della banca, cui mi volle in seguito presentare, prendeva, per di più al cambio ufficiale, meno di un terzo di un operaio non specializzato in Italia), ma, non so perché, evidentemente viveva solo del suo lavoro di motorista, aggiustando i fuoribordo dei locali, sempre a orecchio (“bisogna sentire il canto del motore, dice tutto, non servono strumenti”). Turismo allora ad Arbe ce n’era poco. Solo il vecchio albergo liberty in fondo al porto e quello moderno. Il marina sarebbe venuto una trentina di anni dopo: si ancorava o in banchina o in valle S. Eufemia, di fronte all’antico convento famoso per la collezione di manoscritti di musica e per un museo archeologico. All’alba, subito fuori della porta verso monte della città, all’ombra delle mura, era ancora possibile vedere i contadini, che di notte erano scesi dai campi con i loro prodotti, aspettare la luce del giorno ed i primi clienti dormendo sotto i banchi di pietra del mercato. Fino a poco prima della guerra, mi raccontò il Sior Bepo, le porte della città venivano chiuse per la notte.

L’elica, appena provata, funzionò perfettamente. Il motore prendeva tutti i suoi giri e da allora non sporcò più una candela. Quando gli chiesi quanto gli dovevo ebbi la stupefacente risposta “nulla perché oggi ho già guadagnato quello che mi serve”. Sior Bepo inseguiva al tempo stesso un suo socialismo utopico e la sua promessa di povertà di terziario francescano per cui, ogni giorno, quando aveva incassato quel poco che gli serviva per le sue necessità immediate, lavorava gratis, per il piacere di farlo e di rendersi utile e per non avere la tentazione di accumulare denaro.

Quando partii gli chiesi se almeno potevo mandargli qualcosa. Mi chiese qualche candela per fuoribordo e degli aghi da cucire perché se no doveva attendere per procurarseli che un arbesano andasse a Trieste con la lista di commissioni per tutta Arbe.

L’allora Yugoslavia aveva riaperto le frontiere da non molti anni, Tito era il leader dei cosiddetti paesi non allineati, quando sostava nella villa di Brioni l’intero arcipelago era off-limits per la navigazione (negli anni successivi divenne uno sport nazionale per i velisti italiani avvicinarsi, per poi allontanarsene subito, quel tanto da costringere uno dei caccia che presidiavano il perimetro ad accendere i motori e puntare la prua sull’intruso), i nazionalismi che poi collassarono la Yugoslavia erano un fuoco tenuto sotto la cenere dal pugno di ferro della dittatura (Tito aveva campi di sterminio, anche sulle isole della Dalmazia, anche se, osannato com’era specie in Italia, la cosa è poco conosciuta), ma l’economia era ancora quella dei paesi del socialismo reale. Al mercato ci poteva essere oggi la carne e domani il pane o la verdura, ma mai tutto insieme e sempre a costi quasi irraggiungibili per molta parte della popolazione. Nei paesi di mare tutti si aiutavano con la pesca e con l’economia di scambio: come facessero nell’interno pietroso proprio non so.

Gli lasciai il mio sacco di candele sporche e da casa gli spedimmo un pacco con, fra le altre cose, una maxidotazione di aghi di tutte le misure.

Cominciammo così a tornare ad Arbe tutti gli anni, un paio di volte in taxi da Pola quando la bora ci impediva di risalire il Quarnaro, e soprattutto a scambiarci lunghe lettere durante l’inverno. Parlavamo di tutto (meno che di politica vera e propria, argomento pericoloso da affidare alla posta) ma, nonostante questo, ricordo che non ebbi mai il coraggio di dire a lui, profondamente religioso, che, anche se di formazione cattolica culturalmente sufficiente a reggere le nostre disquisizioni, ero quello che si dice un libero pensatore. Fra l’altro, da lui ebbi la prima notizia del fatto che anche il nostro esercito aveva contribuito all’inferno storico delle guerre balcaniche con la sua parte di atrocità. Proprio su Arbe aveva organizzato un campo di concentramento: nato credo, spero, col fine di isolare elementi sospetti di attività belliche irregolari, deve essere degenerato in qualcosa di molto peggio, se è vero che vi furono rinchiusi anche donne e bambini e soprattutto che la mortalità fra i detenuti fu enormemente elevata (si parla, mi pare, di 4.000 morti in poco più di un anno di attività).

In varie occasioni riuscii anche ad inviargli qualche pacco o qualche aiuto nei momenti di difficoltà, ma dovevo farlo con prudenza, trovando una scusa valida, per non offenderlo. Ricordo ad esempio che quando, a seguito di una sua lettera in cui si lamentava del clima invernale (…xè sempre bora e piova…), gli mandai un impermeabile, di quelli militari, diciamo tecnologico, con la falsa pelliccia all’interno, commisi un errore grossolano. Non dovette mai indossarlo, anzi credo lo abbia a sua volta regalato, perché troppo lontano dal suo modo, modesto ma correttamente tradizionale, di vestire.

Quando mi nacque Alberta, la mia figlia minore, per lui fu subito la “Stella Splendente del mattino” cui inviare saluti e benedizioni e piccoli, commoventi regali. Conoscendolo sempre più a fondo, imparai che anche lui aveva qualche piccolo scheletro nell’armadio. Da giovane (sempre i motori!) aveva guidato una pattuglia di motociclisti in un raid da Zara a Roma, dove erano stati ricevuti dal Papa e, ahimè, da Mussolini che lo aveva decorato e non si capiva se era maggiore l’orgoglio dell’impresa sportiva o il rimorso di avere accettato, evidentemente a suo parere accecato da umana vanagloria, la medaglia.

Camminava per le strade di Arbe, per tutti ancora Calle de sora, Calle de mezo e Calle de soto, curvo, strisciando un pò i piedi, Si fermava quasi ad ogni casa a salutare e ad informarsi. Mi presentava a tutti molto formalmente e mi spiegava “…lori hanno un figlio lontano, militare” “…suo marito è in ospedale a Fiume”. Quando dalla casa non gli si faceva incontro nessuno, si fermava incerto e scontento sulla soglia e passeggiava un pò davanti alle finestre per farsi notare, finché una donna correva dall’interno a salutarlo “Sior Bepo, dobro vece”.

Capitai ad Arbe anche fuori stagione e in quelle occasioni potei assistere a spaccati di vita di provincia che da noi, credo, erano ormai scomparsi. Ricordo un pomeriggio festivo in un caffè, evidentemente frequentato dagli intellettuali locali, mentre fuori regnava la bora scura (vento e pioggia). Ogni tanto l’uno o l’altro signore si alzava, si faceva silenzio e anche i camerieri si fermavano, e il poeta locale recitava gli ultimi versi composti, o il pianista suonava qualche brano di musica classica, o l’attore declamava qualche cosa. Dopo ogni breve intervento, un applauso (o una discussione) poi si tornava alla rumorosa vita da caffè fino all’esibizione spontanea successiva.

La nostra amicizia durò parecchi anni, finché ricevetti una lettera in cui mi chiedeva consiglio (aveva una stima e una fiducia imbarazzanti nelle mie capacità di medico) perché da alcuni giorni la pelle gli prudeva e gli pareva che stesse diventando gialla. Mi precipitai a telegrafargli di farsi ricoverare a Fiume di corsa. Mi rispose un suo amico dicendomi che era già stato ricoverato d’urgenza, lo stesso che pochissimi giorni dopo mi comunicò la sua morte.

Non sono più riuscito a tornare ad Arbe: mi è rimasta, a reggere i tanti libri di mare, l’elica.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.