Una crociera indimenticabile

Esperienze di bordo n. 579, luglio 2010, Luigi Ermini: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

UNA CROCIERA INDIMENTICABILE

Testo di Luigi Ermini
Pubblicato su Nautica 579 di Luglio 2010

Il nostro viaggio è cominciato nel gennaio del 2008 dalle Hawaii e si è (momentaneamente) concluso nel luglio del 2009 a Vanuatu, dopo aver visitato l’isola di Fanning, la Samoa indipendente, l’isola di Niuatoputapu nelle Tonga, l’arcipelago delle Vavàu (sempre Tonga), le Fiji, e l’isola di Efate nell’arcipelago delle Vanuatu, per un totale di circa di 4500 miglia nautiche. Il viaggio è stato effettuato a bordo di una “vecchia signora”, uno Swan 48 di Sparkman e Stevens di nome “Sundance” (varato nel 1971 con il nome di Noryema, è lo scafo n. 1 della fortunata serie di questo modello), che io trovai semi-abbandonato circa vent’anni fa a Santa Barbara in California e che, dopo averlo rimesso in sesto da un punto di vista strutturale e velico, portai alle Hawaii dove vivevo all’epoca. Durante questi diciannove mesi in giro per il Pacifico, mia moglie Trish, i miei due bambini (Sofia Maria di 6 anni e Rufo di 4) ed io abbiamo vissuto un’esperienza meravigliosa che ci ha portato a conoscere posti stupendi, esotici, pristini, ma soprattutto gente bellissima – ospitale, generosa, amante dei bambini, dall’animo semplice, sempre sorridente, e con uno spiccatissimo “senso di comunità”.

Vivere una crociera di questa durata significa vivere esperienze diversissime: la messa a punto e manutenzione della barca; la preparazione delle traversate; le immancabili riparazioni spesso effettuate in condizioni precarie; le interazioni con la gente del posto (in ogni isola visitata ci siamo fermati da due a tre mesi, con una punta di quattro mesi nell’isola di Vanua Levu alle Fiji); le diverse culture con cui siamo entrati in contatto; la vita di bordo con due bambini in tenera età e la loro esperienza del genere “toccata e fuga” in asili nido e scuole locali. Al di là delle esperienze prettamente “crocieristiche”, però, è indubbio che l’esperienza di gran lunga più interessante è stata l’aspetto umano del viaggio – il vivere quotidiano a contatto con lingue, popoli e abitudini diverse. Una delle tante preoccupazioni che ci assillavano prima della partenza riguardava una possibile reazione negativa da parte dei bambini a uno stile di vita ritmato da cambiamenti repentini e frequenti. È stata invece una piacevole sorpresa osservare la naturalezza con cui sia Sofia Maria che Rufo hanno accettato tutto ciò, incorporandolo in modi misteriosi nei loro mondi ancora a cavallo tra fantasia e realtà. Per non parlare del nostro divertimento nel sentirli parlare con un bizzarro miscuglio di italiano e inglese inframmezzato da parole samoane, fijiane, tongane e perfino hindu.

La presenza dei due bambini, oggetto di continue attenzioni e tenerezze da parte della gente del posto, e il rimanere a lungo in ciascuno dei luoghi visitati ci ha aperto un gran numero di porte che normalmente rimangono chiuse al crocierista tipo. Sembra una contraddizione, ma la gran maggioranza delle crociere nei mari del Sud sono condotte all’insegna della fretta. Quante volte abbiamo visto barche appena arrivate rimanere giusto il tempo per un “come state? da dove venite?” e ripartire dopo pochi giorni per nuovi orizzonti, con un ritmo e un’indifferenza alla realtà locale che mi ricorda la battuta sugli americani che visitano l’Europa: “oggi è mercoledì, deve essere il Belgio!”. Questa fretta è in parte spiegata dal fatto che la gran maggioranza dei crocieristi nei mari del Sud (sono centinaia l’anno) provengono o dalla costa est degli Stati Uniti o dall’Europa, e percorrono la rotta classica Panama-Marquesas-Tahiti-Isole Cook-Samoa-Tonga-Fiji-Nuova Zelanda in poco meno di 8 mesi, da aprile a novembre, in tempo per raggiungere la Nuova Zelanda prima dell’arrivo della stagione dei cicloni. A questa fretta si aggiunga la naturale predisposizione degli occidentali a frequentarsi tra di loro, a fare “branco” nelle varie marine e yacht club sparsi un pò dappertutto, per capire come la gran parte delle crociere venga vissuta in sostanziale isolamento dalle genti locali – a parte le saltuarie occasioni di contatto al mercato o con il personale di servizio di marine, bar e ristoranti. Ovviamente, ci sono eccezioni a questa regola, e nel corso del nostro lungo viaggio abbiamo incontrato crocieristi (spesso anziani) che, rompendo radicalmente con le loro vite precedenti, avevano scelto come nuovo modo di vivere l’andar per mare senza mete né programmi.

In aggiunta alle molte porte che ci sono state aperte per via dei bambini, molte altre ci sono state aperte dalla nostra frequentazione delle parrocchie cattoliche (peraltro molto diffuse in tutti i mari del Sud), i cui inviti a cerimonie e feste ci hanno permesso di entrare nel vivo delle tradizioni locali. Vale per tutte la nostra esperienza di quando siamo rimasti per quattro mesi sull’isola di Vanua Levu (Fiji) ad aspettare la fine della stagione dei cicloni, periodo durante il quale siamo stati letteralmente adottati dai locali parrocchiani – i quali forse si chiederanno ancora come abbiamo fatto ad assistere imperterriti, domenica dopo domenica, alla messa (sermone incluso) in fijiano! In compenso, siamo stati invitati diverse volte a ricorrenze e feste parrocchiali, inclusa una bellissima cerimonia di consacrazione di un giovane prete fijiano che si è svolta nell’arco di due giorni sull’isola di Taveuni con accampagnamento di pranzi, danze e canti tradizionali (altro che spettacoli offerti nei villaggi turistici!). Una delle esperienze che ci hanno maggiormente affascinato è stata la nostra partecipazione ad alcune “cerimonie kava” per il benvenuto a personalità in visita. La kava è una bevanda ottenuta sciogliendo in acqua, in un apposito catino di legno di grandi dimensioni (anche un metro di diametro) e spesso finemente intarsiato, una polvere ricavata triturando la radice di un tipo di albero del pepe. Questa bevanda, dall’aspetto poco invitante di acqua sporca dal colore melmoso, ha un effetto leggermente narcotico inebriante (un pò come bere mezzo bicchiere di vino), e viene bevuta d’abitudine in tutti i paesi che abbiamo visitato per rilassarsi dopo una giornata di lavoro, o per passare qualche ora in compagnia di amici, soprattutto la sera. Oltre a questo ruolo sociale, però, alle Fiji bere kava ricopre anche un importante ruolo cerimoniale, di benvenuto ufficiale ad ospiti della comunità. Durante queste cerimonie, dopo i consueti discorsi di benvenuto nei quali vengono reciprocamente esaltate le qualità dell’ospite e le virtù della comunità ospitante, la kava viene distribuita agli astanti, mediante coppette ricavate dalla noce di cocco, secondo un ordine gerarchico ben preciso: prima l’ospite, poi il capo comunità e i maggiorenti, e poi via via tutti gli altri. Le varie volte che sono stato invitato a cerimonie kava la coppetta mi è stata offerta in quarta o quinta battuta; cioè, abbastanza in alto nella gerarchia, forse per via del mio stato di palangi – una parola samoana usata in molti paesi che significa “venuto da lontano”, pronunciata “palanghi” e usata per indicare l’uomo bianco. Contrariamente a termini molto dispregiativi usati in altre nazioni e culture per indicare l’uomo bianco (retaggio della colonizzazione da parte di europei e americani), la parola palagi è piuttosto innocua. Gli Hawaiiani, invece, gente peraltro di natura molto mite, fin dai primi contatti hanno cominciato a chiamare l’uomo bianco haole, che significa “senza anima”, e questa parola è ora di uso comune tra tutti gli abitanti delle Hawaii per riferirsi ai bianchi.

Delle tante isole del Pacifico che ho conosciuto le Hawaii sono di gran lunga le più belle da un punto di vista paesaggistico, costituite da isole molto più grandi di quelle che formano gli altri paesi, con montagne più maestose (inclusi due grandi vulcani ancora attivi) e con viste mozzafiato che non hanno uguali nelle Fiji o a Tonga; per contro, non hanno un sistema di barriere coralline ben sviluppato come in tutte le altre isole visitate, e quindi mancano di quelle superlative esperienze subacquee che invece sono una delle maggiori attrazioni delle Fiji, Vanuatu o Tonga. Ma forse la differenza maggiore che distingue le Hawaii dalle altre nazioni dell’Oceania è che hanno quasi completamente perso quell’aspetto culturale indigeno (in questo caso polinesiano) che è invece ancora così vivo negli altri paesi che ho visitato. Con l’eccezione di piccole sacche “hawaiiane” cosparse qua e là (pari a solo il 10% circa di tutta la popolazione), le Hawaii sono oggi un autentico crogiolo di culture asiatiche e occidentali che ha finito per sovrapporsi alla cultura hawaiiana indigena e creare una nuova identità di grande interesse – il tutto però condito in “salsa americana” che sotto molti aspetti rende le Hawaii indistinguibili dalla California.

Tornarvi dopo tanti anni di assenza con la mia famiglia è stata comunque un’esperienza piacevole, nonostante il lavoro a volte piuttosto faticoso di mettere a punto “Sundance” per la lunga crociera, e nonostante i problemi di adattamento da parte di mia moglie e dei due bambini ad uno spazio vitale molto più stretto di quello cui erano abituati. In aggiunta, ho dovuto anche risolvere il problema di trovare qualcuno che mi aiutasse a portare la barca fino a Samoa. Nonostante mia moglie Trish fosse un’ottima velista, infatti, si era giustamente rifiutata non solo di fare la lunga traversata – circa quindici giorni di oceano – noi quattro soli ma anche di farla con equipaggio aggiuntivo, accettando solo che avrebbe fatto brevi passaggi più in là nel viaggio. Così verso metà aprile 2008, io e un anziano velista di Honolulu salpammo per Samoa via Fanning, mentre Trish e i bambini, che ci salutarono dalla banchina con grande emozione da parte mia e loro, presero l’aereo per Samoa il giorno stesso.

L’isola di Fanning è nell’arcipelago delle Isole della Linea, che fanno parte della Repubblica di Kiribati creata dopo la decolonizzazione inglese degli anni 60-70 mettendo insieme questo arcipelago con quelli, molto distanti, delle isole Gilbert e delle Isole della Fenice. Fanning è un classico atollo a ciambella con una bellissima laguna interna color turchese circondata da una lingua di sabbia e detriti coralliferi fittamente coperta di palme, pandani, alberi del pane, alberi di banane e altra vegetazione tropicale, ed è oggi abitata da circa 1200 persone distribuite in cinque villaggi. Trish ed io visitammo quest’isola già dieci anni fa quando vivevamo ancora a Honolulu, e a quell’epoca arrivare qui fu come tuffarsi in un’epoca pre-Novecento senza elettricità ed altre comodità “occidentali”, con gli abitanti che vivevano in capanne fatte di paglia e foglie di pandano intrecciate e venivano a visitare “Sundance” a bordo di piccole piroghe di tronco scavato a scambiare noci di cocco e banane con ami da pesca, farina, riso e pezzi di vele vecchie. Nonostante questa atmosfera di pristinità assoluta si sia un pò perduta nel corso degli ultimi dieci anni, Fanning rimane ancora una delle poche vere “perle del Pacifico” ancora intatte.

Il tempo di riposarci e riparare un paio di cose a bordo, e dopo appena quattro giorni eravamo di nuovo in mare con destinazione Apia, la capitale della Samoa indipendente, dove arrivammo dopo otto giorni di traversata. A Samoa siamo rimasti poco più di tre mesi, a sufficienza per visitare a fondo l’isola principale (Upolu) e diventare amici con un paio di famiglie samoane conosciute tramite l’asilo nido che Sofia Maria e Rufo nel frattempo frequentavano con grande loro divertimento. Ma la loro maggiore eccitazione era di correre su e giù per le banchine della marina di Apia e visitare sotto gli occhi benevoli dei loro proprietari le barche che quasi quotidianamente vi arrivavano.

La tappa successiva fu l’isola di Niuatoputapu (che significa “noce di cocco molto sacra” in tongano), che si trova a circa 150 miglia nautiche a sud di Apia e fa parte delle Tonga. Essendo la traversata relativamente breve (24-26 ore previste), Trish acconsentì a “fare la prova” e così partimmo noi quattro senza aiuto esterno. Purtroppo l’esperienza non fu felice per i bambini, e il ricordo di quei due fagottini stralegati come salamini nel pozzetto in preda al mal di mare non mi lascerà mai. Niuatoputapu è il classico puntino nel vasto oceano, di natura vulcanica e circondata da una barriera corallina piuttosto estesa e pericolosa; per fortuna il canale di accesso è ben segnato con boe in cemento e luci per la notte, e una volta entrati ci si ancora in una bella laguna dal buon fondo. Sull’isola abitano circa 600 persone distribuite in tre villaggi, che vivono soprattutto di pesca e prodotti della loro scarna terra (tuberi di vario genere, tra cui l’immancabile taro, banane, il frutto dell’albero del pane, polli e maialini per le feste importanti) e che dipendono per il resto da un traghetto che una volta ogni due- tre mesi – quando va bene – collega l’isola con Neiafu nel gruppo delle Vavàu a circa 150 miglia a sud. Nonostante le difficoltà di approvviggionamento, però, gli abitanti dell’isola riescono a organizzare per le grandi feste – secondo una spiccata tradizione tongana – dei pranzi luculliani incredibili (a uno dei quali siamo stati fortunamtamente invitati). Una nota di tristezza: lo tsunami del settembre scorso ha colpito Niuatoputapu in pieno (l’epicentro del terremoto che l’ha causato si trovava a poco meno di cento miglia a nord-ovest) con ingentissimi danni materiali e decine di morti.

Verso fine settembre 2008 partimmo per Neiafu, la capitale del gruppo delle Vavàu – uno dei tre arcipelaghi principali delle Tonga. Vavàu è un vero paradiso dei crocieristi e non per nulla è sede di tre-quattro delle maggiori compagnie al mondo per il charteraggio di barche a vela. L’arcipelago è costituito da una miriade di isole e isolette tutte molto vicine tra loro, creando così passaggi tra di esse caratterizzati da vento teso e mare piatto – quanto di meglio per un velista. La bellezza e popolarità del posto però si paga con un sovraffollamento di barche nello stretto budello di mare in cui si trova la cittadina di Neiafu; sovraffollamento reso ancora peggiore dal fatto che nel periodo in cui arrivammo Neiafu diventa un punto di raccolta di tutti i crocieristi – e sono centinaia – che intendono passare la stagione dei cicloni in Nuova Zelanda e aspettano il periodo più propizio per compiere la lunga traversata.

A metà novembre lasciamo Neiafu per Savusavu sull’isola di Vanua Levu, la seconda isola delle Fiji dopo Viti Levu dove si trova la capitale Suva, per trascorrervi la stagione dei cicloni: Trish, Sofia Maria e Rufo prendono l’aereo, mentre io porto “Sundance” con l’aiuto di una giovane coppia di svedesi (in quasi ogni porto del mondo esiste una “fauna” di gente più o meno competente, più o meno bizzarra, alla ricerca di imbarchi e passaggi). Al riguardo della stagione dei cicloni, le opzioni erano o di andare in Nuova Zelanda, che è fuori della zona ciclogenica, oppure di svernare in un posto che offrisse un rischio ridotto. Non volendo portare la barca fino in Nuova Zelanda, la scelta cadde su Savusavu perché, con il suo stretto budello di mare protetto da alte colline, ha la reputazione di essere uno dei posti meglio protetti. Di fatto, Savusavu si è rivelata molto più di un posto ben protetto: un piccolo gioiello dei tropici, un posto bellissimo che ci ha fatto vivere l’esperienza forse più felice e interessante di tutto il nostro viaggio. Insieme a noi c’erano a svernare altre 4-5 barche con proprietari a bordo e altre 10-12 senza, ma noi eravamo gli unici con bambini, e questo ci ha messo al centro delle attenzioni di tutto il personale della piccola marina e dei negozi limitrofi, nonché della vicina scuola elementare che Sofia Maria e Rufo frequentarono per un paio di mesi.

Due peculiarità delle Fiji rispetto alle altre nazioni dei mari del Sud sono la presenza di una forte comunità indiana (quasi il 50% dell’intera popolazione), direttamente discendente dagli indiani che gli inglesi assoldarono agli inizi del Novecento per lavorare le coltivazioni di canna da zucchero al posto dei Fijiani (d’indole poco propensa al lavoro pesante); e l’onnipresenza di pericolosissime barriere coralline che ogni anno causano l’affondamento di decine di yacht (tre nella sola zona di Savusavu nel periodo in cui vi abbiamo svernato). Spostarsi con la barca tra le numerosissime isole delle Fiji è quindi un’operazione piuttosto delicata, che richiede cautela, bel tempo (per vedere con largo anticipo i passaggi e i paletti che li delimitano), e un GPS accurato. Due passaggi “da batticuore” per noi sono stati la stretta entrata alla bellissima isola di Makongai con grossi cavalloni che si frangevano a pochi metri dalla barca (l’isola è una ex-colonia di lebbrosi oggi usata come riserva naturale per la riproduzione di vongole giganti, che possono raggiungere i 15 chili di peso!); e il lungo passaggio a zigzag per arrivare all’isola di Malolo Lailai dell’arcipelago delle Mamanuka, nella cui Musket Cove abbiamo passato gli ultimi due mesi della nostra permanenza alle Fiji. A parte uno scenario idilliaco, scegliemmo Musket Cove perché ci offriva una serie di importanti vantaggi: una piccola marina ben riparata, un paio di villaggi turistici dei cui servizi potevamo fruire liberamente, e soprattutto la totale assenza di traffico che permetteva ai bambini di scorazzare per tutta l’isola senza preoccupazione da parte nostra.

A metà giugno 2009 lasciamo Fiji per Vanuatu, e spendiamo l’ultimo mese e mezzo prima del nostro rientro in Italia nella sua capitale Port Vila, sull’isola di Efate. Vanuatu è molto diversa dalle Fiji, e ancora di più da Tonga e Samoa: in queste due ultime nazioni la popolazione è polinesiana; nelle Fiji è melanesiana (a parte gli indiani e alcune piccole comunità polinesiane) ma culturalmente simile alla polinesiana; la popolazione di Vanuatu, invece, è melanesiana sia etnicamente che culturalmente, e questo le conferisce quella stessa ricchezza artistica e spirituale degli abitanti della Nuova Guinea e degli aborigeni australiani, che si esprime attraverso riti di iniziazione e cerimonie segrete in luoghi sacri condotte con maschere di ogni materiale e forma, estrosi copricapi di piume, disegni sul corpo, e vestimenti di fibbre vegetali variamente colorate. Ma il carattere umano rimane lo stesso: gentili, ospitali, educati e rispettosi, sempre sorridenti, e soprattutto molto tolleranti e pazienti nei confronti dei nostri bambini. Quante volte i loro capricci o la loro (a volte eccessiva) vivacità per strada, nei negozi o al mercato sono stati accolti da sorrisi generosi e sguardi accondiscendenti che tutto perdonavano.

Come ogni cosa bella anche il nostro viaggio è arrivato alla fine, anche se solo momentaneamente. La barca è ora in secca, in attesa di riprendere il viaggio e rientrare in Italia – ma questa volta, purtroppo, solo a piccole tappe estive durante i mesi di vacanza scolastica.

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