Tre uomini in barca, per tacer della balena

Esperienze di bordo n. 583, novembre 2010: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

TRE UOMINI IN BARCA (PER TACER DELLA BALENA)

Testo di Lorenzo Rondelli
Pubblicato su Nautica 583 di Novembre 2010

“Sono Gabriele, scegli: il prossimo week-end o il successivo per andare a prendere una barca in Sardegna e portarla nel continente?”.

La barca era usata e nessuno di noi l’aveva mai vista (né tantomeno provata in mare), si trattava di quasi 250 miglia nautiche, il terzo membro dell’equipaggio era ignoto e sarebbe stato scelto tra gli amici simpatici. Ammetto di avere questa debolezza: non resisto ad offerte del genere, e spero di avere la saggezza di continuare così anche in futuro. La vela è bella ma viene subito dopo un’altra attività, l’importunare le fanciulle: approfitto della situazione per eseguire un attacco a un’amica che mi faceva sospirare.

Mostrando il rischio della traversata le propongo un’uscita serale prima della mia partenza. Naturalmente queste cose funzionano solo nei film: la manovra si è presto trasformata in un ripiegamento strategico e la mia serata a lume di candela ha assunto le forme di una seduta di allenamento in pantaloncini e maglietta allo stadio Nando Martellini vicino al Circo Massimo. La corsa è continuata fuori dallo stadio di atletica: mi sono catapultato in auto a casa di mia madre, dove ho recuperato tutto l’armamentario per la traversata e mentito spudoratamente all’augusta genitrice (“Faccio un giro in barca, non ci metterò tanto”). Al Terminal troviamo il terzo membro dell’equipaggio, Riccardo, che scoprirò un velista con i fiocchi: quando io pettinavo le bambole lui aveva già ristrutturato una barca con la quale scorrazzava nel Tirreno.

“Siamo andati parecchio in giro, una volta ho scambiato Gaeta con Formia, ma era facile: non avevamo carte nautiche, giravamo con l’atlante stradale del Touring. La barca ce l’avevano regalata, era in un giardino circondata da una natura lussureggiante che l’aveva seminascosta: man mano che tagliavamo le erbacce per raggiungerla trovavamo per terra i pezzi della barca. Faceva acqua, impossibile risistemarla completamente, quindi avevamo modificato l’impianto di raffreddamento del motore: quando l’acqua imbarcata era troppa con un by-pass facevamo aspirare l’acqua di raffreddamento del motore direttamente dalla sentina”.

Riccardo si dimostra presto molto efficiente: ha portato il GPS, la patente nautica, l’inverter per caricare i cellulari, sa esattamente il tipo di canna che deve recuperare in Sardegna per pescare durante la traversata. Io ho passato gli ultimi due giorni a cercare (inutilmente) la mia patente nautica. Scoprirò, una volta tornati, che era nel cruscotto dell’auto.

A Fiumicino vengo importunato da una fanciulla che mi chiede di portare una bambola a sua nipote Flaminia che è sul mio stesso volo.

“Come la riconosco?”.

“È bionda ed è vicina al nonno”.

“Perfetto… senti se vuoi puoi lasciarmi il numero di telefono, così ti mando un messaggio e ti confermo che ho portato a termine la missione…”. Il suo sorriso non lascia adito a dubbi, quindi rielaboro le nuove informazioni e propongo un’alternativa.

“Ho capito… allora posso chiedere il numero di telefono di Flaminia?”. Se gli sguardi potessero uccidere mi sarei trovato in un lago di sangue davanti al Gate A36 del Leonardo da Vinci: ho fatto finta di non aver ben compreso il pericolo corso e sono tornato alle mie elucubrazioni mentali, e ho ricordato il film con Audrey Hepburn “Gli occhi della notte” (“Wait until dark”, il titolo originale) dove tutto nasce da una bambola piena di diamanti che la cattiva dona al babbeo di turno, che forse tanto babbeo non doveva essere, visto che a casa ad attenderlo aveva una moglie come Audrey. Ho preso nota di quello che avrei fatto una volta tornato nel mio appartamento: verificare se in qualche stanza si nascondesse una fanciulla (il controllo sarebbe stato facile visto che le stanze sono tre). Il volo da Fiumicino a Cagliari è passato molto velocemente nonostante i 45 minuti di ritardo: abbiamo passato il tempo con una caccia al tesoro “indovina dove si trova la barca”.

Gabriele ci ha rassicurato: “So esattamente dove dobbiamo andare, ora non me lo ricordo, l’ho scritto in un biglietto nella valigia. La barca è vicino Cagliari”.

“Est o Ovest di Cagliari?” chiede Riccardo. “Est”.

“Perfetto, abbiamo guadagnato 50 miglia, otto ore di navigazione”.

Siamo tutti soddisfatti: Gabriele perché ci ha dimostrato di sapere esattamente cosa sta facendo, Riccardo perché ha già calcolato la rotta, io perché con due così non puoi che avere il cuore in pantofole. Il precedente proprietario è di parola e ci aspetta all’aeroporto di Cagliari: quando l’auto prende la direzione di Iglesias capiamo subito che non stiamo seguendo le indicazioni per un concerto del cantante spagnolo e ci risulta evidente come la barca sia da parte opposta a quella prevista. Le 50 miglia le abbiamo guadagnate in navigazione… Il Jeanneau ci aspetta a Portoscuso (ancora più a est di quanto temevamo, in pratica eravamo più vicini alle Baleari che non ad Anzio): appena seduti sul tavolo della dinette il neo-armatore si dimostra l’ultimo dei romantici.

“Certo però che il 45 (piedi)…”.

“Aspetta! Non l’hai ancora comprata e già pensi a un’altra barca?!?”. Grazie Riccardo. Completato un rapido check della barca (durante il quale ci dimentichiamo di verificare un paio di dettagli che ci sarebbero venuti comodi in seguito) e ci dimostriamo un equipaggio di sognatori, passando subito a dialoghi su massimi sistemi: “i soldi sono relativi”.

“Certo, se uno li ha…”. Queste battute avrebbero fatto il paio con quelle dei due giorni successivi, quando tra discorsi su navigazioni, regate, figli, barche, Riccardo ha ricordato che “Anni fa ho visto a Ponza una barca “Il papà paga”, all’epoca mi faceva ridere, ora un poco meno”. A nanna alle due di notte, cullati da un Maestrale che, soffiando tutta la notte, ci fa pregustare una navigazione con i fiocchi. Passiamo il venerdì mattina in giro per negozi per cambusa, carburante, pezzi di rispetto. Consapevoli della traversata che ci aspettava siamo molto rigorosi nella scelta delle dotazioni di sicurezza: cornetti, caffè, pasta, birra, Cannonau, Filu e Ferru, Mirto, formaggio sardo, affettati, formaggio da spalmare, Nutella. Quest’ultimo acquisto incauto avrebbe provocato le ire dell’armatore, che ci avrebbe redarguito in seguito “Chi ha comprato la Nutella? Troppo poca!”. Durante l’allestimento della barca notiamo l’assenza di un membro dell’equipaggio: la risposta di Riccardo alla nostra “Dov’eri tu mentre noi scaricavamo 290 Euro di spesa?” mi conferma che sono in buone mani.

“Ho preso una canna da pesca, con tanto di mulinello e 500 metri di filo…. nel frattempo mi hanno telefonato due clienti e ho pure venduto della roba”. Completiamo il check della sera prima e notiamo come, al contrario delle nostre previsioni, la barca sia omologata entro le sei miglia dalla costa. Il fatto che il consumo orario del motore sia un dato ancora ignoto passa in seconda battuta. Alle due del pomeriggio decidiamo di esserci meritati un pranzo come si deve: dopo aver preferito la carne di maiale al più “fighetto” salmone, troviamo il tempo di rassicurare i nostri cari a casa: “Semo ancora ar ristorante… non torneremo mai”.

“Tutto a posto, qui c’è un bel maestrale… mò stamo ar ristorante!”.

La stanchezza si fa sentire, e alla fine del frugale pasto versiamo involontariamente il mirto sul tavolo: “Oddio, l’ho sprecato!”. Alle 15.45 usciamo dal ristorante, ciondoliamo fino alle 16.30 per recuperare un portachiavi all’altezza delle aspettative dell’armatore, poi ferramenta (dove riusciamo a convincere il proprietario a riprendersi due metri di tubo erroneamente comprato in precedenza), farmacia (dove contravvengo a uno degli insegnamenti cardine della mia recente infanzia e accetto caramelle da una sconosciuta), altra ferramenta (che poco ci manca ci offra dei soldi per i quattro attrezzi che compriamo). Rientrati a bordo accendiamo (per la prima volta…) il motore alle 20.00 di venerdì: non male considerando che saremmo partiti entro venti minuti per una traversata di 250 miglia. Alle 20.30 partiamo: ci dimentichiamo la cima sul molo, la recuperiamo grazie a un passeggiante compiacente e un paio di evoluzioni che probabilmente il porto di Portoscuso doveva ancora vedere. Dopo poco meno di un’ora di navigazione un dubbio ci assale: “ma abbiamo a bordo la bombola del gas? Nel caso in cui l’avessimo, dov’è? Se fosse presente e avessimo determinato la sua ubicazione, è piena?”. Ci dimostriamo un equipaggio in grado di gestire la prima emergenza elaborando un formidabile piano alternativo: nel caso in cui non potessimo cucinare ci saremmo sfamati con i sughi pronti spalmati sul pane. Il meglio doveva ancora venire: anche se la bombola fosse stata piena e l’ubicazione nota, mancava qualunque modo per accendere il gas.

“Chi fuma? Nessuno? Allora come famo pè accenne er gas?”. La notte passa veloce (peccato che si debba accendere presto il motore) e sabato mattina entriamo nella Marina di Villasimius per rifornirci di carburante e completare le dotazioni di sicurezza (= accendino).

Quando notiamo che Riccardo risale a bordo a mani vuote la delusione mia e di Gabriele è evidente: “non hai portato i cornetti?”. “Non ne aveva di buoni”. “Come lo sai?”. “Li ho assaggiati: ho fatto colazione. Non potevo mica correre il rischio di portarvi roba cattiva!”. Ripartiamo rinfrancati da un buon caffè, peccato che il poco vento non ci permetta di navigare a vela. Allestiamo la canna da pesca: per tutta la mattina nessun segno di vita, mentre nel pomeriggio il mulinello ci informa che qualcosa ha abboccato. Inizia una lotta che si rivela presto impari: il pesce strattona così forte che si rompe il mulinello e rischiamo di saltare in acqua come Rambo per uccidere la nostra preda a morsi. Alla fine il tonno alalunga soccombe e soddisfatti ci mettiamo in posa per la foto di rito: poiché Riccardo ci informa che “Se vogliamo farlo sembrare più grande dobbiamo metterlo un poco davanti a noi”. Come un sol uomo io e Gabriele abbiamo risposto “Facciamolo subito!”. Senza lenza siamo innocui e il mare si popola di vita: avvistiamo mante (due volte, l’estremità delle loro ali sembra una pinna di un piccolo squalo), una tartaruga che si dimostra fin troppo timida e scompare prima che riuscissimo ad avvicinarci, delfini che deviamo di 90° la loro rotta per venire a giocare sotto la nostra prua (uno ha fatto il cavatappi, forse consapevole della nostra predilezione per le bottiglie di vino). Dopo una cena frugale (quasi 1,5 chilogrammi di pasta in tre, una performance che ha portato Riccardo a osservare che “Lorenzo ha un processore a 32 denti”) anche la seconda sera abbiamo organizzato un gioco innocente: nasconditi in modo tale da evitare il turno di guardia di notte. A me questo gioco riusciva benissimo, permettendomi di svangare diverse ore di guardia. E pensare che prima di partire avevo telefonato al mio amico Fabrizio “il cialtrone”, esperto in traversate, per chiedergli consigli ed a cosa dovevo essere attento…

“I turni di notte, siate chiari!”. Meno male che Riccardo si è dimostrato veramente paziente e si è limitato a osservare: “Ahò, siete spariti, ma dove sono? Ho pensato, adesso li cerco, la barca non è grande…”. L’ultimo giorno ci ha riservato la sorpresa più grossa: quello che sembrava un tronco galleggiante si è rivelato una balena, lunga più della barca. Con un filo di vento siamo riusciti ad arrivare a non più di tre metri da questo stupendo animale, che ci ha aspettato indolente per poi nuotare pigramente verso una destinazione ignota. La maestosità della balena mi ha colpito non poco, e il mio dubbio: “Chissà se le balene hanno una consapevolezza del proprio essere?”. è stato risolto da Riccardo, lucido anche in questa occasione “Se sono come il mio boxer no”. Nessuno di noi aveva mai visto una balena, e non sapevamo a che specie appartenesse: Internet mi avrebbe fornito il responso il giorno dopo, definendola come la Balenottera comune. Che cosa abbia di comune quel mammifero lungo dodici metri che abbiamo incontrato me lo devono ancora dimostrare. Consapevole che quello che ci era capitato era abbastanza inusuale, Gabriele ci ha messo in guardia per evitare il ricovero coatto una volta rientrati a terra: “Dobbiamo decidere cosa dire… inutile dire tutto, non ci crederanno mai”. Alle sei del pomeriggio riusciamo a distinguere Anzio: le ultime ore di navigazione a vela e tiriamo come ragazzini con l’Optimist quattro bordi nel porto. Riusciamo a non fare danni, deludendo la comitiva di turisti sul molo che a ogni nostra virata faceva il tifo per vedere scorrere sangue. Il calo di tensione si fa sentire: “Da dove arriva il vento?” si chiede il timoniere che aveva bolinato e chiamato le virate fino a 30 secondi prima… Sul molo ci aspettano mogli e figli (lo scrivente escluso, in quanto ancora randagio): il tempo di mostrare orgogliosi la preda della battuta di pesca (e non essere creduti sui nostri avvistamenti), mettere in ordine la barca, e mi ritrovo a casa della mamma a guardare sul Televideo i risultati del gran premio di Formula 1 e della Moto GP (“strano che non parlino della nostra traversata” mi sorprendo a pensare). Il giorno dopo torni nel mondo civile, se così si può chiamare l’ufficio dove abitualmente faccio danni, e guidare l’auto ti sembra una cosa strana. Quando scopro che da qualche parte nel mondo c’è una conferenza dove chi ci governa è arrivato alla conclusione che “le balene rubano i pesci ai poveri” (La Repubblica) mi viene da piangere.

Sarà per la prossima vita.

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