S. Eufemia a Ugliano e Zlarino

Esperienze di bordo n. 587, marzo 2011: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

S. EUFEMIA A UGLIANO E ZLARINO

Testo di Attilio Menconi Orsini
Pubblicato su Nautica 587 di Marzo 2011

S. Eufemia, sull’isola di Ugliano e Zlarino (Ulijan e Zlarin), sono due porticcioli sulle isole omonime, distanti almeno una trentina di miglia fra loro, per di più separate da un centinaio di altre isole, isolotti, scogli. Le unisce il mio ricordo per due motivi. Sono entrambi situati a pochissime miglia di fronte a, viene da dire “sulla strada per”, due grandi città di mare, rispettivamente Zara e Sebenico. Cosicché erano una scelta privilegiata per chi volesse visitare queste e passare però la notte in un ancoraggio più tranquillo. Oggi forse, almeno per Zara, la scelta cade sui numerosi marina delle vicinanze. Poi le loro caratteristiche sono agli antipodi, direi opposte le une alle altre e tuttavia entrambe diverse dalle caratteristiche normali agli altri abitati o ancoraggi di Istria e Dalmazia. Un pò come le facce opposte di una medaglia o meglio, mutuando l’immagine dalla politica, come due gruppi di opposto estremismo ma entrambi extraparlamentari.

Lungo l’intero litorale dell’ex-Yugoslavia erano fino ad alcuni decenni fa caratteristiche comuni, e particolarmente evidenti nelle città e cittadine e meno o per nulla nella campagna, il comune dialetto istriano-dalmata (più esattamente giuliano-dalmata, in quanto diffuso dalla Venezia Giulia fino a tutta la Dalmazia), la mescolanza di etnie diverse, dalla discendenza illirica-romana alla veneta alle slave, croate e serbe, a un’assoluta minoranza albanese da immigrazione abbastanza recente, l’appartenenza ad alcuni aspetti della civiltà mitteleuropea mutuata dall’amministrazione dell’Impero austriaco, così come dalla secolare presenza di Venezia era mutuata buona parte dell’architettura, sia degli edifici monumentali sia delle più piccole abitazioni private.

Dalla fine della seconda guerra mondiale alle guerre di ieri i movimenti migratori delle popolazioni, siano essi stati imposti dalla violenza politica interetnica (dapprima contro gli “italiani” poi degli estremisti delle diverse etnie slave contro l’etnia nemica) o dai motivi economici quali la relativa ricchezza delle località costiere rispetto alle montagne dell’interno, hanno profondamente alterato queste caratteristiche che si sono via via perdute, senza che nessuno, mi pare, capisse quale grande patrimonio culturale si andava perdendo. Definitivo fu il trattato di Osimo, voluto prima da Moro poi, se ben ricordo, da Andreotti, col quale, pur di avere l’onore di firmare un trattato con Tito e in linea con la loro politica del momento di apertura al comunismo, si rinunciava a ogni sia pur teorico diritto italiano su tutta la “zona B” (che, almeno in teoria, era sotto amministrazione della Yugoslavia solo temporaneamente e il cui destino finale doveva quindi essere ricontrattato) nonché su tutto il litorale orientale e su ben più della metà delle acque dell’Adriatico.

Era l’epoca, che forse oggi fortunatamente ci appare lontana secoli, in cui l’intera classe politica italiana, da sempre priva del senso dello stato, dava prova di esserlo anche di quello della democrazia oltreché di quello del ridicolo, inventando i bizantinismi eunocoidi “delle convergenze parallele ” o della “sfiducia non negativa”. Era anche l’epoca in cui Tito, con la sua via nazionale al comunismo, era idolatrato dalla sinistra italiana, così non c’era comune dell’Emilia-Romagna che non si precipitasse a gemellarsi con Opatija o Pula o Rovinj. In conseguenza del trattato anche l’Istituto Idrografico della Marina si adeguò abbandonando la grafia giulianodalmata dei toponimi e dando così il colpo di grazia all’ultimo ricordo di questo ambiente culturale. Ricordo che allora provai anche a protestare inviando una letteraccia, anche ingiustamente offensiva, al comandante dell’Istituto e cercando inutilmente di far leva sul suo onore di ufficiale che invece non poteva far altro che obbedire (spero per lui con la morte nel cuore).

Moriva anche il ricordo (come ho detto altrove, gli italiani oggi generalmente non hanno di essa neppure un piccolo ricordo) di una civiltà dai connotati sicuramente anomali rispetto alle grandi nazionalità, perché non erano identificati né da una religione comune né da un’unica etnia ma solo da una comune cultura, ma proprio per questo molto interessanti. E soprattutto una civiltà tipicamente marinara, che aveva più rapporti con altre magari lontane località costiere che non con i campi a poche centinaia di metri dall’abitato e che, salvo in Istria (forse perché qui Venezia solo dopo la peste del Manzoni, per sopperire alla conseguente mancanza di manodopera, richiamò gruppi di popolazioni slave che si inserirono in un diffuso ambiente “italiano”), interessava una ristretta fascia costiera, o magari neppure quella ma isolati abitati, lunga però centinaia di miglia.

L’unico altro esempio di una civiltà con queste caratteristiche mi pare essere storicamente solo quella fenicia. Viceversa Ugliano e Zlarino mi sono sempre sembrate avulse da questa civiltà marinara. Mi hanno sempre fatto l’impressione, poi magari erratissima, di due enclave trapiantate sul mare da località decisamente terragne, continentali. Sono diverse, pur ripeto essendo proprio opposte fra loro, come caratteristiche ambientali, architettoniche. Ad esempio, non vi ho notato alcun elemento architettonico riconducibile al gusto veneziano.

S. Eufemia di Ugliano si trova su una porzione dell’isola bassa, poco montagnosa, ricoperta di terra, al fondo di una insenatura con acque poco profonde. Il fondo è ovunque di fango e l’acqua ha l’aspetto, per il colore ma soprattutto per la presenza di lunghe alghe dall’aspetto simile a quelle d’acqua dolce, più simile a quella di laguna o di uno dei laghi dell’Italia Centrale. Anche le sponde dell’insenatura sono basse, verdi e coltivate e l’abitato si preannuncia già da lontano con lunghi viali alberati, piante con foglie caduche e tronchi alti e dritti (non i soliti pini o ulivi semisdraiati o contorti dal vento). Ambiente questo che è un’assoluta rarità in tutta la costa. L’abitato, almeno quello nei paraggi del porticciolo, è costituito soprattutto da basse villette abbastanza recenti, probabilmente fra le due guerre, ciascuna con un piccolo giardino.

Non particolarmente belle e neanche richiamabili a stili architettonici identificabili, ma dignitose. Diciamo abitazioni di una piccola borghesia non ricca ma attaccata comunque ad alcuni valori, quali la pulizia, l’ordine, la correttezza dei rapporti interpersonali. Ricordo che, appena sbarcato dopo aver trovato un posticino dietro al moletto, scesi a terra col solito carico delle sportine della rumenta (voce marinara per quello che in Emilia si chiama rusco).

Dopo aver girato un pò, non trovando nessuna struttura (località o contenitore) deputato ad accoglierle e notando che ogni villetta ne aveva una sul viottolo, evidentemente in attesa che i netturbini passassero a raccoglierle, depositai il mio carico vicino a un’altra sul viottolo di una villetta. Fui immediatamente richiamato da una vecchina che, tutta scandalizzata, mi diede una vera lavata di testa (almeno presumo, perché non capivo il serbo-croato) più o meno come una maestra a un alunno indisciplinato.

All’esatto opposto il porticciolo di Slarino è situato in un’aspra isola montagnosa, anzi dalle pareti particolarmente ripide e coperte di boschi di pini. L’abitato occupa il fondo e il fianco sinistro della piccola insenatura con le case che si arrampicano con ripide stradine sui fianchi del monte. Case quasi tutte in pietra, con piccole finestre e un aspetto generale come di case di montagna. Un ambiente certamente armonico e gradevole, ma che parla di una vita dura, direi quasi nordica con lunghi freddi inverni, com’è realmente nel montuoso territorio dell’interno balcanico. E invece siamo su un’isola della Dalmazia centrale, dove la neve è sconosciuta. La prima volta che mi ci fermai, anche qui trovando un riparo dietro il solito moletto per le barche da pesca, vi ero capitato un pò per caso: risalendo da Sud con l’intenzione di entrare a Sebenico, mi ero stancato della infinita serie dei bordi necessari a risalire il maestralone che domina in Dalmazia nei giorni di bello stabile.

Non è certo come il Meltemi dell’Egeo, tuttavia non di rado raggiunge o supera i 20 nodi e, durando da mezzogiorno a poco prima del tramonto, riesce ad alzare una discreta maretta. E soprattutto, è sempre esattamente in prua per chi voglia risalire queste coste, anzi, quando è stretto nei canali fra le isole, finisce sempre per “dare male” quando si oltrepassa la mezzeria del canale. Le donne, soprattutto anziane, indossavano ancora il costume tradizionale. Camicetta bianca senza colletto, con le maniche corte, al gomito, e la scollatura chiusa non da bottoni ma da laccetti, almeno due gonne indossate una sull’altra, una scura e una decisamente nera, abbastanza corte, appena sotto il ginocchio, e con una fascia quasi un corpetto in vita.

La gonna di sotto era fortemente e rigidamente plissettata così da dare al complesso delle due un’apparenza rigida, quasi fosse armata. Calze scure, in testa un fazzoletto a disegni e colori scuri, non annodato sotto il mento, ma con le ali che, passate sotto il mento, venivano fissate ai lati del volto. Un’acconciatura questa diffusa in molta parte del Mediterraneo (se ben ricordo, in alcuni costumi tradizionali della Sardegna e della Grecia), ma credo di origini schiettamente contadine. Con un solo gesto è infatti possibile portare una delle ali a proteggere bocca e naso nei lavori dei campi che generino polvere (ad esempio la battitura del grano). Alla sera, una vecchina in costume salì i pochi gradini della scaletta in ferro del faretto in testa al molo per accenderne il lume a petrolio.

Ma già nella mia visita successiva, uno o due anni dopo, il fanale era stato elettrificato. Eppure, questo ambiente, che appariva molto chiuso e tradizionale pur se molto ospitale con gli stranieri, ci riservò una sorpresa. Nei piccoli vani di una casa a mezza costa erano in mostra, e una mostra semplice ma molto ben curata, chiara e fruibilissima, il carico e le attrezzature appena recuperate dal relitto di una nave oneraria romana. Il carico era costituito dalla massa delle onnipresenti anfore; vi era poi qualche piccolo oggetto, che non ricordo, appartenente alla nave o a membri dell’equipaggio, come si trova sempre nei relitti.

Di veramente notevole invece, e presentato molto chiaramente in una ricostruzione a grandezza naturale, il sistema di esaurimento dell’acqua di sentina: la pompa di sentina era alloggiata in coperta e pescava nella sentina con un tubo di piombo munito di una pesca terminale simile alle attuali, e cioè con numerose piccole aperture in modo da impedire a materiali solidi di risalire a intasare la pompa (indirettamente la lunghezza del tubo, mi pare fra i due e i tre metri, indicava l’altezza dello spazio sotto coperta). L’acqua aspirata veniva espulsa non sul ponte, ma tramite due tubi, sempre in piombo, portata a scaricarsi fuoribordo, sulle due fiancate della barca.

Con una evidente preziosità: le estremità fuoribordo delle due tubazioni erano incurvate in basso, evidentemente a fare campana e impedire che le onde provocassero un “ritorno” di acqua nel sistema. Un sistema cui le nostre barche sono arrivate da non molti anni. Mi è rimasta una curiosità: perché due tubazioni, una per ogni fiancata? Possibile che l’imbarcazione sbandasse abitualmente tanto da costringere a utilizzare quella sottovento, o era semplicemente una conseguenza dello spirito razionalizzante, e quindi amante delle simmetrie, della civiltà romana? L’unico difetto della mostra era che non era stato approntato alcun materiale illustrato da poter acquistare. Né io mi era portato una macchina fotografica. Quando tornai la volta seguente, fu in parte proprio per poter documentare fotograficamente quanto avevo visto, la mostra però era emigrata in altra località e non so se successivamente sia tornata a Slarino o se il materiale sia ora in qualche museo.

sull'autore

Nautica Editrice

Nautica Editrice

Lascia un commento

Optimization WordPress Plugins & Solutions by W3 EDGE
Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla Newsletter

Potrai essere aggiornato su tutte le novità sul modo della Nautica.

Grazie la tua iscrizione è andata a buon fine.