Un ferragosto differente

Esperienze di bordo n. 588, aprile 2011: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

UN FERRAGOSTO DIFFERENTE

Testo di Francesca Zaffonti
Pubblicato su Nautica 588 di Aprile 2011

Diario di Bordo: 15 Agosto 2008

Ore 15:30. Sono sottocoperta nella mia Mary Rose, un Sun Odissey 32i. Rannicchiata nell’angolino del divano guardo fuori dall’oblò. Il cielo è azzurro, il mare blu con striature argentee. È calmo, non tira una bava di vento, infatti siamo senza vele, un pomeriggio ideale per compiere la traversata Porto Azzurro-Marina di Grosseto. Vorrei tanto essere fuori in pozzetto con la mia famiglia, ma purtroppo non posso, fino a ieri avevo la febbre a quaranta.

Mi chiamano dal pozzetto. Esco. L’ atmosfera è surreale. Il sole mi abbaglia. Vedo verso le Isole Formiche un’insolita nube gialla, bassa, come sabbia portata dal vento, ma non può essere sabbia, è vento di terra. In lontananza enormi nuvole scure cosparse di fulmini iniziano a nasconderci la costa, ma sopra di noi ancora il cielo è azzurro. Il vento debole, cinque/sei nodi. Centinaia di uccelli neri volano sopra la nostra barca e si adagiano sull’acqua. Immobili sul mare calmo. Uno spettacolo eccezionale che ci affascina e ci incuriosisce. Nessuno di noi avrebbe mai pensato che quell’assoluta tranquillità e il volo dell’eleganti creature avrebbe potuto essere presagio di quello che ci attendeva.

Telefoniamo ad amici che ci aspettano a Marina di Grosseto, Francesco e Grazia, per chiedere informazioni sul meteo. Ci confermano che è calma piatta, ma vicino ci sono temporali. Il mare è sempre più blu, la luce comincia a diminuire.

Ore 18:50. Il Grecale aumenta leggermente. Il babbo (nostro skipper) modifica la rotta. È la prima volta in dodici anni che andiamo per mare che cambia rotta.

Il vento aumenta, modifichiamo nuovamente la rotta. Siamo a un miglio da Punta Ala. Il mare comincia a muoversi. Sottocoperta a stento si riesce a stare in piedi. Tiro fuori i giubbotti. Libri, cellulari e occhiali cominciano a cadere da una parte all’altra.

Il vento gira, adesso è Maestrale. Aumenta repentinamente, in pochi minuti le raffiche raggiungono i 28 nodi. Le onde si gonfiano e noi cerchiamo di tenere rotta Punta Ala, il porto più vicino.

Le onde sempre più alte colpiscono la Mary Rose di traverso facendola sbandare pericolosamente. Inizia a piovere e a grandinare. Velocemente il babbo si mette la cerata e le scarpe. Con una cima la mamma lo blocca al winch di poppa.

In lontananza un muro grigio di acqua avanza veloce verso di noi. L’onda che vediamo non è eccessivamente alta, ma dietro fuma la furia del vento e del mare. Come una cavalleria che carica nella prateria, così lei ci viene incontro. La Mary Rose non può sostenerla al traverso, dobbiamo virare e metterci il mare in poppa. La terza volta che cambiamo rotta in pochi minuti. Viriamo. Il motore ruggisce superando l’ululato del vento, il fragore delle onde, il rumore della pioggia sempre più forte.

Punta Ala a poppa è già scomparsa, intorno a noi solo l’urlante bianco. La costa è vicina ma è più sicuro dirigersi al largo.

La lancetta dell’anemometro comincia a vibrare. Il vento sale, prima trentatre, poi trentotto, quarantaquattro, quarantasette, cinquanta nodi. La grandine aumenta, a contatto con il mare il ghiaccio sublima. La barca è avvolta dalla nebbia. Io, la mamma e Simone scendiamo sottocoperta. Accendo le luci di via, il rumore del vento è assordante. Qualche secondo dopo il babbo grida a Simone di farmi accendere le luci. Loro sono già accese, non si vede la prua.

La pioggia aumenta, chiudiamo il tambuccio. Il babbo rimane solo. Due onde alte e minacciose rincorrono la Mary Rose, noi non le vediamo, la visibilità è nulla. La prima che colpisce la barca arriva da sinistra e la fa pericolosamente sbandare sulla dritta. Quasi contemporaneamente la colpisce anche la seconda che arriva da dritta. La Mary Rose si adagia sul fianco sinistro. Non siamo scuffiati, ma siamo talmente sbandati che l’albero viene coperto dalle onde. Dentro ruzzoliamo. Il babbo si aggrappa al timone, fortunatamente è legato, pensa che la Mary Rose non sia in grado di affrontare quella furia, ma lei dolce come sempre si rialza decisa a non mollare.

Sono in piedi sotto il tambuccio, guardo fuori il babbo. Vorrei aiutarlo, non lasciarlo solo, ma non posso fare niente. All’improvviso dietro di lui un colosso grigio scuro più alto del tendalino. La mia mente non avrebbe mai potuto immaginare niente di più terrificante. Chiudo gli occhi, convinta di non riaprirli mai più. Penso alla casa in campagna a Firenze, alla gattina, all’università con Simone. Non sono spaventata, sono terrorizzata. Dopo una frazione di secondo che mi è sembrata un’eternità riapro gli occhi. L’onda non c’è più, lei ci ha sollevato, ci ha fatto planare (abbiamo toccato i nove punto due di velocità) e poi ci ha lasciato.

La mamma e Simone hanno paura. Ma non perdono la calma. Cercano conforto in me, io provo a rassicurarli cercando invano parole per sminuire quella furia che non accenna a diminuire. Simone ogni tanto apre il tambuccio e parla con il babbo. Dentro di me penso se non sia il caso di chiamare la Capitaneria, ma il mio cervello rifiuta questa possibilità. È orribile ammettere di non farcela. La mamma e Simone mi chiedono se non sia meglio lanciare il May Day, e io rispondo che ancora non siamo in una situazione così pericolosa.

Il vento e il mare ancora percuotono la nostra Mary Rose. Dobbiamo chiamare la Capitaneria, il babbo è l’unico in grado di timonare la barca, se succede qualcosa a lui è finita. Mi affaccio dal tambuccio. Lo spettacolo che mi si presenta è terrificante, mi toglie il fiato. Intorno alla barca buche d’acqua e creste gonfiate dal vento. Cielo e mare sono una cosa sola. Il babbo si sta coprendo la testa con la mano per ripararsi dai grossi chicchi di grandine che gli si avventano contro. Gli chiedo le coordinate per chiamare la Capitaneria. Per sovrastare il rombo del vento urliamo. Lui risponde no, ancora no. Rientro dentro.

Poco dopo mi riaffaccio. Dico al babbo che secondo me dobbiamo chiamare qualcuno, anche solo per comunicare la nostra posizione. Il suo volto è serio. La pelle è tirata sotto l’estremo sforzo di controllare la barca. Dalla cerata sembra di vedere i muscoli in tensione che gli fanno tenere saldo il timone. Mi guarda e annuisce.

La mamma è vicina a me, io sono al tavolo del carteggio dove c’è anche il VHF. Sottomano un quaderno e una penna. Il babbo urla le coordinate a Simone e lui le grida a me.

Ore 19:13. “May Day May Day May Day qui Mary Rose cambio”.

Questa procedura l’ho sempre sentita solo nei film o alla scuola per la patente nautica. Adesso mentre pronuncio queste parole ho la sensazione di non essere io, di non essere sulla stessa barca di qualche ora prima. Guardo negli occhi la mamma e vedo una donna spaventata ma forte che si fida ciecamente di noi. Nessuno risponde alla mia chiamata, solo un fruscio in sottofondo. Guardo Simone e ripeto il May Day. Risponde Compamare Livorno! Per la prima volta dopo minuti sui nostri volti si disegna un sorriso.

Mi chiedono il numero di cellulare e mi mettono in contatto con la Capitaneria di Porto Santo Stefano.

Ore 19:20. Squilla il cellulare, sono loro! Dopo aver precisato che non c’è pericolo imminente di vita, fornisco tutti i dati che mi vengono richiesti: posizione, lunghezza della barca, numero di persone a bordo. Concordano sulla scelta del babbo di fare rotta a Talamone e mi dicono che ci vengono subito incontro con una motovedetta.

Apro il tambuccio e riferisco al babbo quello che mi hanno detto. Il suo sorriso è leggero. Secondo lui non ci vengono a prendere, non c’è pericolo di vita e le condizioni meteo-marine sono ancora troppo proibitive per permettere un soccorso, ma a noi dentro piace pensare che qualcuno ci sta cercando.

I minuti passano e tutto rimane uguale. Dentro siamo in silenzio e ogni venti minuti aspettiamo la chiamata della Capitaneria che si tiene in contatto con noi per aggiornarsi sugli sviluppi della situazione. Ogni tanto Simone si affaccia fuori. Gli occhi del babbo sono ridotti a due fessure. Sembra una colonna solidale con la barca. Le gambe larghe sono piantate in pozzetto e le braccia girano veloce il timone per governare la barca. Forse l’adrenalina, forse la paura, forse il suo amore per noi non lo fanno perdere d’animo, resiste nonostante il freddo sia ormai nel profondo del suo corpo e la desolazione appanni i suoi pensieri.

La Capitaneria ci richiama, dice di essere vicino a noi ma di non vederci, ci richiede le coordinate.

Ore 19:50. La nuvola bianca che prima ci avvolgeva scompare. Il vento diminuisce, adesso ci sembra calmo, è costante fra i trentatre e i trentacinque nodi. La visibilità è tornata, la forza del mare non ci è più nascosta. Usciamo tutti in pozzetto. Siamo al largo, vicino alle Formiche, le luci di Marina di Grosseto, il nostro porto, ci sfilano in lontananza sulla sinistra. Il sole rosso resta alle nostre spalle, la Mary Rose naviga verso il nero. Ci guardiamo intorno, all’orizzonte nessuna barca solo il faro di Talamone sulla sinistra, ancora distante una decina di miglia.

Simone aiuta il babbo a levarsi le scarpe e a mettersi un paio di chantilli asciutti, i suoi piedi sono cotti. Il fisico del babbo inizia ad essere a corto di energie. Le sue estremità tremano. È stanco, infreddolito e impaurito, sono ore che timona. Chiede a Simone qualcosa di alcolico che lo scaldi e lo tiri su, ma Simone gli ricorda che, dopo il lieve sollievo iniziale, l’alcol fa scendere la temperatura corporea, così la mamma prende dalla cambusa una tavoletta di cioccolata, io gliela spezzo e gliela passo. Dopo qualche minuto si notano già gli effetti. I suoi occhi ritornano svegli e attivi, le mani tornano salde e calde sul timone.

Ore 20:20. Chiama nuovamente la M/V CP 2087. Non possono raggiungerci, devono prima andare all’Isola del Giglio a effettuare un altro soccorso. Lo sconforto si fa largo nell’equipaggio della Mary Rose. Aveva ragione il babbo, prima non potevano venire da noi. Adesso è totalmente buio e siamo soli.

Le onde sono grandi e gonfie. La Mary Rose si fa portare da loro. A prua la scia della luna piena riflette sull’acqua, indicandoci il cammino. A un certo punto la nostra autostrada viene interrotta e la luna tagliata a metà. Inizialmente il babbo non capisce di cosa si tratta, sembra la schiena di una grossa balena, ma poi la vede, l’ennesima muraglia di acqua che minaccia la Mary Rose.

Ore 20:40. Siamo nuovamente in contatto con M/V CP 2087. Non vanno più al Giglio. Stanno navigando verso la Mary Rose. Il buon umore torna sulla barca.

Vento e mare girano a Ponente, noi poggiamo per fare rotta a Talamone. Abbiamo le onde di traverso, ma adesso sono onde lunghe, anche se sempre grandi, meno potenti di quelle che le avevano precedute.

Passano i minuti. Le telefonate con la motovedetta diventano sempre più frequenti. Giunti a quattro miglia da noi ci individuano sul radar.

In lontananza cominciamo a vedere una piccola luce bianca spesso nascosta dalle onde. Poi scorgiamo anche le luci di via e il piccolo lampeggiante blu.

Ore 21:35. Il lampeggiante blu è ormai a fianco della Mary Rose. Tiriamo un sospiro di sollievo, siamo felici di vedere accanto a noi la grande motovedetta. Ci chiedono se abbiamo bisogno di uno skipper sostitutivo o di un ambulanza in porto. Gli rispondiamo che stiamo tutti bene e che il babbo, con loro accanto, ce l’avrebbe fatta a portare la barca in porto. Siamo a quattro miglia da Talamone. La motovedetta si mette a fianco della nostra barca, alla stessa nostra velocità e ci accompagna fino al porto, come una mamma che protegge la sua piccolina.

Ore 22:30. Finalmente l’incubo è finito! La motovedetta entra nelle acque tranquille del porto di Talamone e noi la seguiamo. Ci fanno ormeggiare in seconda fila accanto a un due alberi. Poi si affiancano a noi. Vediamo uscire dalla motovedetta tre giovani ragazzi. Tre angeli la cui voce nelle ultime ore era stata per noi di vitale importanza. Tre angeli che avevano affrontato l’inferno per noi e per altre persone, sia prima che dopo, senza nemmeno conoscerci.

Tre volti che non dimenticherò mai per tutta la vita e a cui rivolgo, a nome di tutto l’equipaggio della Mary Rose, un immenso grazie.

Rileggendo quello che ho scritto ancora non riesco a credere di aver superato una burrasca forza otto con onde di otto metri (come ci ha confermato la Capitaneria). Sembra la trama di un film. Sapevo che il mare è forte e che sa essere cattivo, ma non mi sarei mai immaginata niente di tutto quello che ho vissuto e senz’altro non avrei mai creduto possibile che tutta quella forza e violenza avrebbe potuto essere sprigionata in così poco tempo e così vicino a casa.

Ringrazio mio padre, Angelo, per averci portato in salvo. Per aver resistito nonostante tutto.

Ringrazio mia madre, Anna, che con i suoi sguardi, i suoi abbracci e i suoi silenzi ha saputo darmi forza quando credevo che tutto fosse finito.

Ringrazio il mio ragazzo, Simone, era la sua prima esperienza in barca ma ha saputo mantenere la calma, ha saputo fidarsi di noi e ha aiutato quando ce n’è stato bisogno.

Ringrazio la mia cara Mary Rose, il mio grande guscio di noce che non si è arreso e che mi ha permesso di poter raccontare la nostra storia.

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