Un rimorchiatore da favola

Esperienze di bordo n. 597, gennaio 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

UN RIMORCHIATORE DA FAVOLA

Testo di Marco La Ferla
Pubblicato su Nautica 597 di Gennaio 2012

Avevo undici anni, ed ero un ragazzetto timido e sognatore.

Ero grassoccio e a scuola non andavo granché bene, e i miei sogni erano da sempre in secca sulla spiaggia.

Allora abitavo con la mia famiglia ad Augusta, in Sicilia, e mio padre navigava: quando si imbarcava stava via per mesi e mesi e non lo vedevo mai, ma quando tornava a casa mi raccontava di carichi di banane, di pescatori che assomigliavano a Tremal Naik e di onde alte come case.

Era stato lui a presentarmi al mare, ed a fare in modo che io me ne innamorassi.

Un giorno, tra un viaggio e l’altro, papà mi fece conoscere un suo amico, il capitano di un rimorchiatore.

Il capitano Manuele, così si chiamava: un uomo alto e sottile, dai grandi occhi chiari, serio e forte come la piccola nave che gli era affidata, il rimorchiatore “Ognina” (è il nome di una spiaggia vicino a Catania, e l’accento va stranamente sulla “O”…)

L’amico di papà mi prese subito in simpatia, e alla domenica, quand’era di turno, mi faceva partecipare alle uscite in porto.

Erano escursioni di poche ore, dei continui avanti e indietro nella rada di Augusta attorno a delle petroliere alte alte che parevano dei palazzoni di periferia, e che quando attraccavano parevano dei grossi elefanti un po’ tonti.

Ma a me pareva di viaggiare verso il cielo.

Con l’Ognina, i miei sogni da sempre in secca sulla spiaggia presero finalmente il largo.

L’Ognina era magico, aveva ancora la macchina a vapore: con una scaletta ripida di ferro gli scendevo giù fino al cuore, come Pinocchio nella balena.

E proprio lì nel ventre della nave lavoravano due strani uomini in tuta, che e a causa del frastuono comunicavano a gesti, e per dirsi le cose più importanti erano costretti a gridare, quasi litigassero. Quando li osservavo lavorare mi parevano il dottor Frankenstein e il suo assistente, e questo mi metteva una sottile inquietudine.

La luce fioca delle poche lampadine presenti mi spaventava e mi incantava al tempo stesso, mentre vedevo le bielle che si rincorrevano su e giù e l’albero a gomiti che si contorceva come un serpente impazzito: un serpente a cui qualcuno ha schiacciato la testa e che non vuole morire.

L’Ognina, che aveva l’anima a vapore, già allora era considerato tecnicamente superato, scomodo e soprattutto “vecchio”, ed i motori diesel erano più giovani, più puliti e più forti di lui. Chissà, forse anche lui aveva paura di morire, sapeva che un giorno la fiamma ossidrica non lo avrebbe risparmiato, ma a me lo nascondeva per non rattristarmi.

Ma una volta tornato in coperta a respirare il cielo, l’inquietudine svaniva, ed anche i due uomini della sala macchine risuscitavano per qualche minuto per prendere una boccata d’aria: la loro abitudine al frastuono era tale che continuavano a parlare a voce alta, anche se non ce n’era più bisogno. A vederli così, con le tute e le facce macchiate di grasso e le chiavi inglesi in mano, mi ricordavano Fred e Barney degli Antenati.

E una volta in coperta anche la paura di morire svaniva, la mia favola bella pareva non finire mai.

Di fuori l’Ognina era colorato di bianco candido e di nero nerissimo, col fumaiolo azzurro che gli faceva da sigaro e un girotondo di copertoni usati che gli si stringevano intorno.

Era serio come un vecchio generale, e incuteva rispetto. Ma era anche buffo come un cartone animato, come il rimorchiatore di Braccio di Ferro.

Come un vecchio signore che tiene a far sempre bella figura, l’Ognina non aveva un filo di ruggine.

Aveva piuttosto una fisionomia strana e dolce, senza nemmeno una linea retta, ma fatta tutta di curve più o meno accentuate. Pareva che volesse a tutti i costi assomigliare all’onda che cavalcava, per corteggiarla e accarezzarla con delicatezza.

Come salivo a bordo riconoscevo subito i suoi odori: l’Ognina sapeva di sale e di pittura, di stoppa e di catrame, di sugo di pomodoro e di carbone, ed era così vecchio che in cambusa non aveva il frigo ma una ghiacciaia con gli sportelli di legno.

Ma l’emozione più grande era quando salivo in plancia col capitano Manuele, al momento di salpare.

Il gran fumo nero che vedevo scappare in cielo e il carillon del telegrafo di macchina mi aprivano la porta del sogno.

“Molla, Pinuccio!” era la formula magica che il capitano Manuele pronunciava serio dall’alto, erano le due parole che facevano staccare la nave dalla banchina di pietra.

Pinuccio era il mozzo, un ragazzo con la faccia da discolo che dopo aver sciolto le briglie saltava a bordo per ultimo, quando la murata pareva ormai troppo lontana da terra per potercisi ancora aggrappare.

Io ero uno scolaretto goffo e troppo ancorato al banco di scuola, e Pinuccio che saltava per primo per dare volta alla cima mi pareva un folletto pazzo e felice.

Un folletto a cui il mare ha dato le ali, anche se solo per volare nel porto.

Una volta usciti dalla stretta darsena che faceva da parcheggio, una volta giunti in mare aperto, il capitano Manuele mi affidava la ruota del timone. Allora anch’io iniziavo a volare.

Insieme a Pinuccio era imbarcato anche un marinaio anziano, con un viso cotto dal sole e dal sale, un viso che pareva una ragnatela.

Pareva fosse uscito da un film western di Sergio Leone, forse aveva bucato lo schermo del cinema per vedere se è vero, come dicono, che il mare è più bello della prateria.

Salvatore era il suo nome, ma tutti lo chiamavano “zu’ Turi” e gli davano del voi, come si usa fare in Sicilia quando si parla ad una persona anziana ed esperta.

Alla sua faccia severa da capo tribù indiano, zu’ Turi univa un modo di fare semplice e dolce, un po’ rozzo ma buono. Anzi era addirittura delicato, quando preparava la pastasciutta per l’equipaggio, quando mi insegnava a fare i nodi, quando spargeva la pittura bianca quasi fosse fondotinta.

E l’Ognina, il grande vecchio che quand’era a tutta forza scricchiolava e ansimava afflitto da una strana asma, non si spaventava mai, e riusciva sempre ad aiutare gli elefanti di ferro a parcheggiarsi senza far danno: li teneva al guinzaglio con un cavo spesso e lungo oppure si appoggiava a loro con la prua, con la stessa delicatezza di un gatto che strofina il muso contro il padrone. Poi faceva appello a tutto il vapore che aveva nelle viscere e iniziava a spingere, a spingere mentre l’acqua intorno a lui ribolliva. E tremava, ma non di paura: tremava di forza, e pareva che quella forza la rubasse al mare.

L’Ognina si era preso l’impegno di proteggere tutti noi senza che ce ne accorgessimo: si prendeva cura del capitano Manuele che lo risvegliava dal sonno, dei due macchinisti che gli riempivano lo stomaco, del folle Pinuccio che gli svolazzava intorno, del serio Turi che per premio lo pitturava, e di me che col batticuore lo tenevo al timone.

Da allora sono passati più di trent’anni, da Augusta sono venuto via e non ci sono mai più tornato.

Mio padre purtroppo non c’è più, ed anche il capitano Manuele e zu’ Turi non sono più tra noi.

Pinuccio invece lavora ancora e tra poco andrà in pensione.

L’Ognina, ahimé, è stato demolito da tanto tempo.

I miei sogni invece non hanno mai smesso di andare per mare.

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