Gita al faro… di Cape Lookout

Esperienze di bordo n. 598, febbraio 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

GITA AL FARO… DI CAPE LOOKOUT

Testo di Annamaria “Lilla” Mariotti
Pubblicato su Nautica 598 di Febbraio 2012

Quando mi trovo a Marshallberg, nel North Carolina, uno degli Stati Americani del Sud, non manco mai di andare a trovare uno dei miei fari preferiti, quello di Cape Lookout. Marshallberg non può neanche essere chiamato un paese, piuttosto si tratta di quello che noi chiameremmo un centro residenziale, abitato da circa 200 anime, con una via principale, Marshallberg Road, che è quella dove io solitamente risiedo, una via lunga a dritta fiancheggiata da casette bianche di legno o rosse di mattoni, con il loro bel prato davanti, con l’asta della bandiera americana, e tanti begli alberi in giro. In quella stessa zona si trovano due chiese, una battista e una metodista, tanto per non far torto a nessuno, la caserma dei vigili del fuoco, un piccolo supermercato gestito da una coppia di gentilissimi indiani, quelli dell’India, non quelli d’America, che qui si chiamano ora Nativi Americani, ed in fondo il nuovo Ufficio Postale, che da alcuni anni ha sostituito il vecchio, una piccolissima costruzione che risaliva al 1933. Da questa via principale si diramano altre vie, ognuna con la sua brava targa verde con il nome, e dappertutto casette linde, alcune con una barca posteggiata sul prato.

Marshallberg si trova sul mare e quindi ha il suo porticciolo, “marina” in inglese, fatto di assi traballanti di legno, traballanti, ma sicure, alle quali sono ormeggiate le barche dei privati, i pescherecci, che qui soprattutto catturano gamberi, si trovano all’estremo limite della piccola baia.

Nell’Ottobre del 2002 io mi trovavo in quel piccolo paradiso da almeno tre settimane ma, tra un impegno e l’altro e un alternarsi di belle giornate con altre decisamente autunnali, non ero ancora riuscita ad andare a trovare il mio caro faro, per me una visita obbligata, che però si può raggiungere solo via mare. Negli ultimi giorni, poi, il tempo non accennava a migliorare, niente pioggia, ma nuvole costanti che non lasciavano trapelare neanche un raggio di sole. Oramai si avvicinava il giorno della partenza, e sapendo quanto ci tenessi a quell’incontro, un giorno, nel primo pomeriggio, mio cugino, di cui ero ospite, mi ha proposto di andare al faro, sole o non sole. Non me lo sono fatta dire due volte, andiamo alla marina, rigorosamente in auto, anche se dista poche centinaia di metri, siamo saliti in barca, un bel quattro metri in resina, non elegante, ma comodo e, soprattutto, sicuro, attrezzato per la pesca d’altura, e abbiamo iniziato a seguire il canale bordato di boe rosse e verdi che guida verso gli Outer Banks, o Banchi Esterni, evitando le secche di sabbia, numerose e pericolose in quel tratto di mare, iniziando la nostra traversata di circa mezz’ora per arrivare al Capo. Al largo della costa del North Carolina si estende una vasta lingua di sabbia che la separa dall’oceano Atlantico, creando una sorta di mare lagunoso, tra la terraferma e l’oceano, da cui bisogna uscire attraverso dei varchi aperti da antichi uragani, per trovarsi in mare aperto. Il faro di Cape Lookout si trova appunto alla fine di questa lingua di sabbia, dove le correnti hanno formato una specie di porta, girata a uncino verso l’interno, al di là della quale ci si trova appunto in Atlantico. Durante la nostra traversata abbiamo costeggiato diversi isolotti su cui cresce una strana erba, che sopravvive nelle acque salmastre, e su cui vivono, protetti e in libertà, branchi di bellissimi Mustang, i cavalli dalla lunga criniera bionda che le leggende raccontano siano giunti in quella zona, salvandosi a nuoto dai naufragi delle navi dei primi esploratori spagnoli. Il cavallo era sconosciuto in America, e quella particolare razza ora vive indisturbata sugli isolotti di sabbia, cibandosi di quella strana erba e bevendo acqua salata. Naturalmente vengono anche foraggiati dai guardiani del parco, perché quella zona è tutta parco nazionale, il Cape Lookout National Seashore, istituito nel 1976 che si estende per 56 miglia lungo le isole sabbiose, anche se non tra i più conosciuti d’America, almeno tra i visitatori stranieri, che di solito si rivolgono verso parchi ben più noti.

Mi stavo beando a quella vista, quando a un tratto cominciò a sprinare, una pioggerellina quasi estiva, e il mare accennava ad arruffarsi. Mio cugino, nativo di Camogli e vecchio navigante, mi ha detto “Sprinna, ghe un po’ de ma’, ma ghe a femmo”. Abbiamo indossato le giacche a vento e un berrettino con la visiera, abbiamo tirato su la capottina per ripararci e abbiamo proseguito. Io guardavo avanti, cercando il faro, quando un lampo di luce ha spazzato il mare davanti a noi. “Eccolo”, ho detto, con troppo entusiasmo, perché eravamo ancora distanti, ma quel faro rimane acceso anche di giorno, per tenere lontani i naviganti dai pericolosi banchi di sabbia in continuo movimento.

Intanto la pioggerellina si era trasformata in pioggia decisa, ma noi, sempre più decisi, abbiamo indossato le cerate, tirato su il cappuccio e abbiamo proseguito. Tentativo inutile, siamo arrivati quasi sotto l’alta torre che con i suoi 50 metri d’altezza domina tutta la parte terminale dei Banchi, ma abbiamo dovuto fermarci, le condizioni del tempo e del mare, ormai quasi minaccioso, non ci hanno consentito di avvicinarci di più, ne tanto meno di sbarcare alla base del faro. Mio cugino ha messo il motore al minimo ? mai fermare un motore in mare in quelle condizioni ? e io ho potuto alzarmi in piedi, scattare qualche foto con lo zoom, e guardare l’alta torre, dipinta a rombi bianchi e neri. Questa volta mi sono accontentata di vederlo da lontano e non ho potuto che ripensare a tutte le volte che avevo passeggiato sulla spiaggia che si estende ai suoi piedi, raccogliendo conchiglie o rotolandomi nelle onde dell’oceano. Poi ho dovuto dirgli arrivederci, e siamo tornati indietro a tutta manetta sotto una pioggia battente e con il mare che ormai era diventato decisamente minaccioso. Sulla via del ritorno un pensiero ha attraversato la mia mente : forse il faro aveva scatenato gli elementi, anche se non si era trattato di una tempesta, e mi aveva impedito di sbarcare ai suoi piedi perché era offeso con me che, con tante belle giornate di sole che c’erano state nei giorni precedenti, avevo aspettato proprio uno degli ultimi giorni della mia permanenza per andarlo a trovare. Ma i fari hanno un’anima e un cuore? Chissà.

Poco prima del nostro arrivo alla marina di Marshallberg il mare si era calmato, un timido raggio di sole si è fatto strada tra le nuvole, la pioggia è cessata e io avevo dentro il rimpianto di un incontro mancato, che avrei potuto solo rinnovare non prima di un altro anno.

Vorrei però raccontare la storia di questo faro, che, come quella di tanti altri, si perde nel tempo.

La sua costruzione definitiva risale al 1859, ma questa è la seconda torre costruita in quella località. Lungo gli Outer Banks si trovano ben cinque fari, posti a 40 miglia di distanza uno dall’altro, in modo che una nave, appena perdeva di vista uno dei fari, subito avvistava il prossimo e la navigazione poteva procedere sicura, non per niente quella zona di mare viene chiamata “Graveyard of the Ocean”, il Cimitero dell’Atlantico, a causa dei moltissimi naufragi che si sono verificati nei secoli. Da Nord a Sud questi fari sono: Currituck, Bodie Island, il famoso Cape Hatteras, Ocracoke, sull’omonima isola, e infine Cape Lookout, tutti costruiti con caratteristiche simili e più o meno nella stessa epoca.

La costruzione della prima torre a Cape Lookout fu completata nel 1812. Si trattava di una torre cilindrica alta 29 metri, costruita in mattoni e rivestita da una struttura esagonale in legno dipinta a strisce orizzontali bianche e rosse. Questa struttura diede dei problemi fin dall’inizio, la sua luce era troppo debole, aveva una portata di sole 9 miglia e anche l’installazione di un nuovo impianto di illuminazione nel 1815 non migliorò la situazione. Si rendeva necessaria la costruzione di un nuovo faro.

Fu solo nel 1857 che il Congresso degli Stati Uniti stanziò la somma di 45.000 dollari per la costruzione di un nuovo faro in mattoni che fu completato nel 1859. Gli Enti competenti si erano resi conto che la costruzione di un faro a basso costo non era la scelta migliore, il nuovo faro di Cape Lookout venne costruito per durare nel tempo.

La torre cilindrica è alta circa 50 metri, è stata equipaggiata fin dall’inizio con lenti di Fresnel di 1° ordine e la sua luce ha una portata di 19 miglia. La sua base ha un diametro di otto metri e mezzo e lo spessore del muro in quel punto è di quasi tre metri. All’interno venne installata una scala di legno, che si dimostrò però inadatta e fu sostituita con una scala a chiocciola di ferro nel 1867. Fu proprio questa scala il punto debole del faro: durante la costruzione il suo ancoraggio al muro interno non fu eseguito alla perfezione, per cui rimase sempre un po’ pericolante, adatta per la salita e la discesa del guardiano, ma non per il passaggio di molta gente, ed è questo il motivo per cui oggi il faro, automatizzato e senza più guardiano, non è aperto al pubblico. In compenso, in quello che era il cottage del guardiano del faro, è stato aperto un piccolo museo dedicato alla torre e alla sua storia, dove si possono trovare le fotografie del suo interno e tante altre informazioni.

All’origine il faro si innalzava verso il cielo con il rosso dei suoi mattoni, ma sorse un problema, anche gli altri fari degli Outer Banks, con l’eccezione di quello di Ocracoke che è sempre stato dipinto di bianco, erano stati costruiti in mattoni rossi, qualcuno aveva una mano di pittura alla base, come quello di Capo Hatteras, ma erano tutti talmente simili che i marinai, dal mare, avevano difficoltà a distinguerli uno dall’altro, così, nel 1873, fu disegnato uno schema per differenziarli: il faro di Currituck non fu dipinto, venne lasciato in mattoni rossi, il faro di Bodie Island ebbe delle bande orizzontali bianche e nere, il faro di Capo Hatteras venne dipinto a strisce bianche e nere a spirale e il faro di Cape Lookout ottenne il glorioso aspetto che ha oggi: il disegno a diamante bianco e nero e di nero venne dipinta anche la lanterna. Questo segno distintivo non serve solo per distinguerlo dagli altri fari della costa, i diamanti neri sono orientati nella direzione Nord/Sud, quelli bianchi verso Est/Ovest fornendo ai naviganti un ulteriore segnale per trovare un sicuro ancoraggio in caso di condizioni di mare sfavorevoli: il lato della torre con i diamanti bianchi mostra dove l’ancoraggio è più sicuro.

Naturalmente gli impianti di illuminazione usati nel faro di Cape Lookout subirono cambiamenti nel tempo con l’avanzare della tecnologia. Le Lampade di Argan a riflettore parabolico furono sostituite da una lampada a vapori di olio incandescente, finché nel 1933 arrivò l’elettricità e nel 1950 il faro fu automatizzato. Ora all’interno delle sue lenti si trovano due lampade da 1000 watt, ognuna delle quali produce 800.000 candele di potenza che porta la visibilità della sua luce a 20 miglia, emettendo un breve lampo ogni 15 secondi.

Ecco la breve storia della mia gita al faro e anche la storia di questo bellissimo faro che, come quella di molti altri, è cominciata tanto tempo fa a prosegue nel tempo fino ai giorni nostri. Ma se il faro di Cape Lookout potesse parlare, cosa ci racconterebbe ancora? Storie di naufragi, di navi in pericolo, delle terribili tempeste che hanno squassato l’oceano ai suoi piedi, di guardiani coraggiosi, di salvataggi eroici.

Io, a parte in quella giornata di pioggia, ho sempre visto il Capo in splendide giornate di sole, come l’ultima volta che ci sono tornata, nell’Ottobre del 2005, quando ho potuto girare intorno alla sua base e visitare il piccolo museo con tutta calma, ma non è difficile immaginare cosa può succedere in quella zona quando gli elementi si scatenano. Così, ogni volta, guardo il faro silenzioso, lo saluto e gli do appuntamento per il prossimo incontro, sperando che abbia ancora in serbo qualche sorpresa per me e che, magari, si decida a parlare.

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