Hakuna Matata nel Golfo del Leone

Esperienze di bordo n. 603, luglio 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

ALBANIA – LUGLIO 2009

Testo di Ferdinanda Susa
Pubblicato su Nautica 603 di Luglio 2012

Dopo qualche giorno di meritato riposo nell’isola di Paxos, tra eleganti yacht, profumo di tzatziki e melodie del sirtaki, decidiamo di proseguire la vacanza con una meta alternativa: la vicina Albania.
Navighiamo su “Anemmomylis” (mulino a vento), un Westerly inglese 33 piedi dell’82, affittato a modico prezzo alla marina di Gouvia Corf. Siamo un equipaggio collaudato e collaborativo; io aziono il salpancora elettrico e, poichè sono poco tecnologica e questa barca è priva di strumentazione moderna, mi occupo un pò di cartografia e rotte, ma tracciate rigorosamente a mano e supervisionate dall’esperto capitano!
Poichè ho “perso” la mia valigia nello scalo aereo di Fiumicino, mi sono ritrovata solamente col bagaglio a mano, purtroppo molto soft: una chitarra, tre bikini, una bandana con l’effige dei pirati, una tovaglia a mò di pareo e due t-shirt, queste ultime comprate successivamente al volo. Come la volpe e l’uva ho deciso che mi possono bastare, che apprezzerò questa vacanza “selvaggia”, proprio perchè nel quotidiano indosso sempre la maschera del rigore e della serietà.

Lasciata dopo due giorni di mistral la baia di Mourtos Sivota, costeggiamo l’Epiro, patria di Pirro (quello degli elefanti), veleggiando verso la fascia litoranea della Grecia settentrionale.
Sayada ci sorprende piacevolmente, con la sua ovattata atmosfera surreale senza tempo, con la sua secca caraibica color smeraldo e le “dita rosa” delle guglie quasi dolomitiche. Pernottiamo gratuitamente in banchina, dopo una scorpacciata di gamberoni innaffiati da una fresca Retzyna e un improvvisato concerto-revival di musica italiana anni ’80, alla luce del lampione.
Doppiata baia Ftelia (qui passa il confine greco-albanese) e i numerosi allevamenti di pesci, facciamo rotta verso Capo Stilo. Non c’è nessuno in mare; per varie miglia non incrociamo nessuna imbarcazione, nessun traghetto. Solo cielo incredibilmente azzurro, sole, silenzio; nel cuore la voce del mare…
Ma… eccola là all’orizzonte, Saranda! (un tempo Porto Edda, in onore della figlia del duce).
Nel leggero mistral Carlo issa, accanto al nostro tricolore, la bandiera albanese, l’aquila nera a due teste in campo rosso di Shquiperia.
Quel gesto, compiuto con raccoglimento, ha rappresentato il simbolo della nostra vacanza: un pizzico di coraggio e di spirito di avventura rappresentano il sale e il pepe per sfatare falsi pregiudizi o ipocrisie preconcette!

Arriviamo in porto; la banchina ha ancora posti liberi. Quello che si definisce “il nostro agente”, il signor Agim Zholi, ci guida all’ormeggio; parlando in buon italiano, con toni gentili, ci aiuta a sbrigare le formalità: ci richiede passaporti, documenti della barca, patente nautica e lista dell’equipaggio facendoci pagare una tassa di 50 euro; ci rilascia infine un documento valido come visto d’ingresso, fornendoci anche alcune spicciole informazioni turistiche. Vicino a noi, quasi contemporaneamente, ormeggia un lussuoso catamarano italiano, con quattro simpaticissimi amici di Roccella Ionica, con cui, in modo inaspettato e spontaneo, condividiamo l’esperienza albanese.
Nel pomeriggio lasciamo la zona protetta del porto, per addentrarci nella cittadina. A Saranda si vive così, con paradossi e contraddizioni: case spesso fatiscenti, enormi e colorati “alveari umani” in costruzione affacciati sul lungomare, antenne satellitari, cani randagi, aiuole fiorite, odore di fogna a cielo aperto, moderne moschee (in Albania il 70% è di religione musulmana) accanto ai ruderi di una vecchia sinagoga, gruppi di uomini che giocano a carte nei cortili.
E ancora, musiche orientali sparate a tutto volume dalle auto dei tamarri, galline razzolanti, anziane tutte vestite di nero, frutta e verdura esposte su strade polverose, banche modernissime con insegne dai caratteri cubitali, enormi mucchi di spazzatura su cui aleggia, trasmessa dagli altoparlanti, la voce del muezzin. Ma, soprattutto, tante, tantissime Mercedes, che sfrecciano disordinatamente sulle strade sconnesse, vecchie o recenti, ammaccate, arrugginite, che rappresentano lo status symbol di valore assoluto… Ci sediamo in un bar ad angolo con i tavolini disposti sul marciapiede, sorseggiando birra “Tirana”; quindi, in un negozio per turisti, (i negozi aprono solo alle ore 19 locali) acquistiamo ogni genere di souvenir, dall’occhio di Allah contro il malocchio alle t-shirt con l’aquila da 3 euro. Il negoziante compiaciuto esclama, guardandoci sornione: “italiani e albanesi, stessa fassa, stessa rassa”. Non sappiamo se sia stato un complimento o ci abbia dato dell’albanese!

Per strada incontriamo gente cordiale; alcuni parlano italiano, altri sono incuriositi dal fatto che trascorriamo alcuni giorni nel loro paese… Si cena da “Tani”, vicino al porto. Pesce ottimo e freschissimo, spesa davvero contenuta, pagamento (per scelta) in lek, cambiati poco tempo prima in un modernissimo bancomat: antipasti vari, prelibati datteri di mare, cernia e pescespada al cartoccio, salsine dagli inaspettati tocchi esotici.
Sul lungomare, per l’animato “struscio” serale, coppie in luna di miele, ragazze truccatissime, giovani famigliole con bimbi, venditori ambulanti di pannocchie abbrustolite e gelati, “vuccumprà” locali che espongono generi vari.
Il giorno seguente, un fuori-programma: eccoci a terra, a Butrinti, che dista una ventina di chilometri da Saranda per un “tuffo storico” nell’omonimo sito archeologico. Non siamo dei grandi appassionati d’arte, ma i resti illirici, greci e romani, le rievocazioni del mitico Odisseo e delle vicissitudini della guerra di Troia, hanno sempre un certo fascino…
Il luogo, rigoglioso e suggestivo, si snoda elicoidale sulla penisola di Butrinti, il cui canale si può risalire con barche di poco pescaggio.
Anche al ritorno viaggiamo su un confortevole ma economico pullmino prenotato a Saranda; di fronte agli isolotti di Ksamil, costeggiamo un mare limpidissimo, con piccole baie e insenature cristalline, frequentato da numerosi bagnanti.

Arrivati al porto, siamo coinvolti dall’atmosfera rilassata e chiassosa: vicino a noi, nella piscina naturale, un mister allena un gruppo di ragazzini; più in là alcuni bambini pescano a mano dei polpi, altri ancora si tuffano dal molo, raggiungendo a nuoto la nostra barca, per salutarci. Anch’io, sebbene fuori età, mi unisco a loro, ai loro sorrisi… “stessa fassa, stessa rassa”…
Dopo un grande, metaforico abbraccio a tutti quei ragazzini simpatici e curiosoni, si decide di tornare all’ormai imminente appuntamento in terra greca. Ma, per lasciare il porto, si deve annunciare la partenza… Non fate come noi che, partendo alla chetichella (l’agente aveva omesso queste regole e noi avevamo dimenticato di chiedere…), abbiamo suscitato per qualche minuto un putiferio in porto!
Un’agente di polizia in gonnella, infatti, ci richiama urlando in modo brusco, facendoci tornare immediatamente in banchina. Ci ancoriamo come possiamo, affiancandoci al catamarano dei nostri amici stupiti; poi, ammutoliti, attendiamo ordini, immaginando di aver commesso chissà quale crimine…
È stato un momento, l’unico, di timore!

Dopo frenetici via-vai di persone in divisa e animose consultazioni coi loro cellulari, finalmente si sbrigano le ulteriori ultime formalità, con la firma del “foglio di via” da presentare, eventualmente, in un altro porto albanese.
La partenza della nostra barca, finchè la prua non è stata in mare aperto, è assistita dalla poliziotta con pastore tedesco quasi incorporato, da un membro della capitaneria e dal nostro agente, assonnato e scarmigliato, disturbato forse nel bel mezzo della siesta pomeridiana…

Mirupafshim, ciao, Shiperia, paese delle aquile!
Ti sogneremo nei respiri azzurri del vento, qui nelle nostre montagne!
Alla prossima…

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