All’ombra del pino solitario

Esperienze di bordo n. 605, settembre 2012: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

ALL’OMBRA DEL PINO SOLITARIO

Chiacchere fra pescatori di ieri e di oggi sul molo di Marina di Campo

Testo di Raffaele Sandolo
Pubblicato su Nautica 605 di Settembre 2012

Nel tardo pomeriggio di sabato 29 luglio, il San Gaetano, motobarca da pesca comandata da Silverietto, si avvicina al porto di Marina di Campo. Ritorna dopo tre giorni in mare a sud dell’Isola d’Elba. Gira il molo foraneo, a sinistra, per andare verso il molo dei pescatori. Si trova davanti molte barche da pesca ed alcuni pescherecci. Le zaccalene, grandi barche come Condor, Rondine, Edda e Cesare, appaiono imponenti e occupano lo specchio di mare assieme alle barche da pesca più piccole. Si capisce che ci saranno difficoltà nella manovra di attracco. Silverietto, o meglio Silverio Avellino, riesce ad aprirsi un varco e si mette dietro Lo Sparviero.
Michele, giovanotto di venti anni imbarcato col padre, mentre lega la cima, chiede ad un amico che lo guarda incuriosito. “Hai visto nonno?” Un altro pescatore vicino risponde: “Chi? Scellone? Era con la moglie. Forse ora è seduto all’ombra del pino solitario con gli amici”.

Scellone, o meglio Giuseppe Avellino, abita a Campo da oltre cinquanta anni, è sposato con Vittoria ed ha una figlia Anna Vittoria e tre figli Silverio, Antonio e Giovanni. La moglie vende il pesce nella pescheria del paese. Lui ha fatto il pescatore per molti anni navigando a sud dell’Elba, fra Montecristo e Pianosa.
Molte delle sue abitudini sono rimaste quelle di un tempo. Parla ancora il ponzese stretto che si parlava una volta alla Calacaparra, frazione di Le Forna, anche se capisce la lingua italiana. Le sue battute, le sue frasi, i suoi detti hanno sapore di mare e sempre fanno riferimento alle proprie radici. Spesso Scellone è in compagnia di Ciaccionazzo, altro personaggio di origine ponzese, buon parlatore, proveniente da La Piana, sempre nella zona di Le Forna.
Angelo Feola, detto Ciaccionazzo, oggi ha quasi settantadue anni. È venuto a Campo quando era ancora ragazzo, assieme agli zii Raffaele e Rosaria Calisi. Come Scellone, parla raramente in lingua italiana e si esprime in ponzese. Gioca spesso ‘a maniglia, con carte napoletane. Tutti e due passano i pomeriggi estivi all’ombra del pino solitario del porto, seduti sulle due panchine in legno, in compagnia di altri pescatori provenienti da Ponza.

L’arrivo del San Gaetano nel porto è annunciato dall’amico di Michele. Il nonno ascolta… e poi: “Addostà ‘a varca?”… quindi si interessa del pesce pescato: “Scurfanielli? Sauarielli? Raoste?” Nessuna risposta da parte del ragazzo che subito ritorna alla barca. Riprende Scellone: “Aggia’ì a vedé figlieme”. E, rivolgendosi a Ciaccionazzo: “Tu… nun viene cumm&eacute?”. La risposta è immediata: “Nu mument! Mo’ vene frateme”.
Mentre Scellone si allontana arriva Silverio Feola, detto Margherita, pescatore da molti anni a Campo. Aveva saputo che il fratello era stato male e gli chiede: “Cumme stai? Muglierete m’a ditt c’a ieri non stavi bene. Hai lavorato nei campi e ti sei affaticato”. Risponde: “Nun te da’ pensiero. Me sent ‘i camminà e sto bene.”. Continua a parlare e racconta dei dolori alle gambe e della nottata passata male. Altre persone arrivano piano piano. Lo ascoltano, in silenzio, Agostino Mastaitano, Gaetano Sacchetta , Antonio Anellone, Leopoldo u’ pastore, Mariotto ‘i Tobia, Francesco ‘i Sacco, Peppe Insomma, Gennaro ‘a Volpe, Bruno ‘i Pizze, Girotto ‘i Moisè.
Poi, con la bicicletta, arrivano zio Ugo e Cesare ‘i Musolino. Si affiancano a Enzo ‘i Sciortino, appena arrivato. Mario ‘u Pastore sul suo triciclo arriva poco dopo. È affaticato ma quando sente Ciaccionazzo parlare e lamentarsi, interrompe: “Fatelo smettere! Si lamenta sempre… i suoi racconti mi spaccano la testa”. Continua: “Vengo dal molo. Ho appena parlato con Scellone e mi ha detto che il San Gaetano ha fatto una bella pescata. Tre quintali di pesce… una cassa di Aragoste, cinque casse di Scorfani, tre Dentici, alcune casse di Pacielli ed una decina di casse di Naselli. Silverietto ha faticato e si è meritato l’aiuto di San Silverio!”.
“Mi sembri don Gennaro Sandolo, u’ prieute ‘i Salardo” risponde Sacchetta e poi continua: “Oggi ormai tutte le barche hanno il GPS ed anche il Plotter. Arrivare sulla secca di Casciaforte è facile con questi strumenti. E poi… ti aiutano anche a trovare i pesci”. “No non sono daccordo” risponde Anellone “ci vuole anche competenza e abilità”.
Margherita, che è stato a lungo in silenzio, irrompe:”Ma che state dicendo! Ai miei tempi si pescava senza GPS e altri strumenti moderni… eppure si riempivano le barche di pesce”. Riprende “Stefano Panzone con lo Za-Za, Giovannino ‘i pizze con i Tre fratelli, Aniello-Aniello e Aniello ‘u Mago con il Sant’Emiliano e anche Don Biase con il Mario navigavano orientandosi di giorno con i segnali e lo scandaglio a mano mentre di notte si aiutavano con le stelle e i fari della costa. Eppure caricavano le barche di castardelle e di naselli, come pure di Aragoste”.
“Si…ma i mari erano più pescosi. Oggi sarebbe diverso” dice ‘a Volpe. Zio Ugo con i suoi modi gentili, osserva: “Ascoltate. Capisco le parole di Ciaccionazzo come pure parlano bene Sacchetta e ‘a Volpe”. “Ai miei tempi, con le Zaccalene si pescava molto. Ognuno di noi si è fatto una casa in quegli anni” e prosegue: “È vero che i ponzesi, appena arrivati a Campo, dopo il 1960, si mettevano a fare anche altri mestieri come il falegname e il commerciante, ma le Zaccalene sono state la nostra fortuna, grazie a Aniello-Aniello, a’ Tramontana, Aniello u Mago, Casciaforte, Raffaele Murtas e Capitan Fracassa. Hanno vinto l’esperienza e la tecnica insieme”.
E poi: “Ricordo che con il Padre Pio, negli anni attorno il 1980, prendemmo tremilaseicento casse di pesce …acciughe, boghe e lacerti. Il capobarca Domenico, figlio di Sacchetta, decise di portare il pesce a Piombino …trenta tonnellate di pesce!”

“No, nun è accussì” dice con veemenza ‘u calabrese, nato da famiglia ponzese ma con i nonni calabresi. Aggiunge: “Siamo nel 2005. I pescatori sono più bravi! Abbiamo gli strumenti moderni ma anche conoscenze ed esperienza! La pesca oggi, nel mare toscano, è più difficile! Ad ogni modo, con la mia zaccalena, La Rondine, mi tolgo ancora tante belle soddisfazioni. “Va bene…va bene.” dice Margherita “Stanno arrivando in porto altre barche. Andiamo a vedere”.

Con passo lento alcuni pescatori si incamminano verso il molo mentre altri vanno casa attesi dalla famiglia.
Rimangono solo alcuni ad ascoltare Dario ‘u Calabbrese, che si esprime impetuosamente a gesti. Altre persone arrivano… Donato ‘a Fucetola, Elbano ‘i Pizze, Andrea ‘u Rangiottolo.

Un ragazzo si avvicina. È Davide Calisi, nipote di Peppe u’ Squarcione. Si siede sulla panchina, stanco, con le gambe aperte e ascolta. Passa Peppe, Giuseppe Morlé, che proviene dal molo foraneo e cammina lentamente con la bicicletta a fianco. Si ferma a guardare Davide ancora affaticato e domanda: “Che fai? Come è andata la pesca col San Gaetano?” La risposta &egrave immediata: “Bene… ma un inferno! Vento e schizzi d’acqua salata in faccia”. E poi, dopo un momento di pausa ed essersi asciugata la fronte con un fazzoletto, sbuffa: “Meglio studiare! A scuola si suda di meno…”.
Beppe sorride e prosegue verso il suo guzzo ancorato al moletto, per controllare gli ormeggi.

Le parole continuano sotto il pino solitario. Il sabato è giorno di riposo per la pesca e le barche non devono uscire in mare per la notte. Mentre il sole tramonta, il cielo si tinge di un rosso purpureo sopra S. Piero e una leggera brezza viene dal mare. I bar sul lungomare si ravvivano di turisti festosi pronti per l’aperitivo serale mentre la musica dei ritmi sudamericani si espande nell’aria.
Ogni giorno, al calar del sole, il rito si rinnova sotto il pino solitario. Il passato ritorna e si raffronta con il presente mentre la vita continua.

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