Viaggio nella Terra del Fuoco: la fine del mondo in barca a vela

Esperienze di bordo n. 614, giugno 2013: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Sono solo, Emilio è partito

Testo di Andrea Jasson
Pubblicato su Nautica 614 di Giugno 2013

Un rincorrersi pigro agita piano il grigio del mare: onda, dopo onda, dopo onda. Del mare emergono immediatamente il rumore dolce, la quiete scura e l’odore lieve, mentre montagne e ghiacciai che affondano le radici in acqua salata lo costringono in un labirinto di canali, fiordi e isole, dando origine così alla Terra del Fuoco. Il mare che è movimento e le montagne che sono silenzio: insieme. Immerso nel paesaggio, contemplo e godo. Veleggiamo in meno di quindici nodi di vento con due mani alla randa e il fiocco tangonato e non riesco a capire il perché di tutta questa premura: Xplore, la nostra barca, deve fare i conti con le sue quarantuno tonnellate, e con questo assetto, in queste condizioni di vento leggero, siamo lenti.

Ma poi. Una specie di nebbia un paio di miglia sottovento attira la nostra attenzione. Steve, il comandante, la nota e ci dice di tenerci pronti, dato che quella che mi è parsa nebbia è in verità una raffica di vento – e quando il vento sull’acqua sembra nebbia, la parola raffica si accompagna sempre alla parola: forte. Ma io contemplo e godo, e deduco dall’espressione assorta degli altri di non essere il solo. Del mare, intanto, iniziano a emergere le sfumature più recondite, i segnali meno ovvi, gli accenni. Il vento gira appena a dritta, in direzione della raffica – ma non lo notiamo. La superficie grigio- verde sottovento a noi si increspa in modo impercettibile – ma non lo notiamo.

Poi, di colpo, una mano gigante accende l’interruttore. Il vento passa da dieci a cinquanta nodi, girando di centottanta gradi: ecco, adesso lo notiamo. Avvolgiamo il fiocco e, prima di potere ridurre randa, ci troviamo immersi nel grigio più assoluto e fradicio di una burrasca: il mare che è rumore assordante, le montagne che sono immobilità. Cinquanta nodi di vento ci rimbombano nelle orecchie – poi cinquantacinque – poi quasi sessanta. Il vento ha la meglio sui suoni e smorza in aria qualsiasi parola non venga urlata, mentre il mare è come se l’avesse sulle montagne, anch’esse adesso tinte di un grigio metallo e quasi indistinguibili dall’aria e dall’acqua. Il vento che è padrone assoluto. Sbatacchia le nostre vele gialle. Stacca una schiuma bianca dalla prua della barca. Fischia, soffia, cala, rinforza – si mette in mostra, splendido. Ma non è niente, in fondo. Il mare non ha spazio per gonfiarsi, confinato e capillare in questo dedalo di fiordi.

Nell’arco di un’ora, la stessa mano enorme spegne l’interruttore, il vento, appena a ridosso di una punta, scompare quasi del tutto. Sette teste sbucano da altrettanti cappucci fluorescenti, mentre navighiamo in un fiordo via via sempre più stretto. Ormeggiamo in un’ansa strettissima della baia chiamata Caletta Poza, con quattro cavi a terra. Appena il tempo di cambiarci e scendiamo a riva per fare una passeggiata. Calpestiamo i primi passi soffici, dopo avere tracciato le prime miglia bagnate, tra il continuo accostarsi di contrari vividissimi, che forse, più di ogni altra cosa, denota la brutale dolcezza della Terra del Fuoco. Il giorno precedente, il diciassette ottobre, quando siamo arrivati all’aeroporto di Punta Arenas nel sole pomeridiano, mi sono addirittura illuso che le cerate non sarebbero state necessarie. Dopo un breve tragitto il taxi si è fermato davanti al porto e, in un niente, ho capito che avrei dovuto ridisegnare completamente l’immagine pregressa che mi ero fatto del viaggio. Pur non aspettandomi un vero e proprio marina, chissà perché, nel mio calendario mentale, la casellina del primo giorno raffigurava qualcosa di simile a quei porticcioli liguri che ospitano qualche peschereccio di legno e poco più. Ma Punta Arenas non ha un porto. Ha una banchina – ruvida, alta, salata – che esce perpendicolarmente alla costa per circa duecento metri. I pescherecci di legno ci sono, ma sembrano quasi dei modellini, vicino agli enormi rimorchiatori ormeggiati all’inglese.

Siamo arrivati in due turni: io, Marco e Valeria nel pomeriggio, mentre, a notte fonda, Giorgina e Pietro. Non era banale salire a bordo visto che Xplore era ormeggiata di fianco a una motovedetta della Marina Cilena che, insieme ai piloni della banchina, costituiva l’unico vero ridosso dall’onda di traverso. Più tardi nel pomeriggio, dopo un giro per le strade di Punta Arenas, all’aumentare del vento il capitano del porto ci ha vietato di salire a bordo transitando sulla motovedetta (per il rollio eccessivo delle due barche di taglie molto diverse), consigliandoci invece “un bell’alberghetto in città” per trascorrere la notte. Ma non eravamo arrivati fin lì per dormire in albergo, così abbiamo optato per il gommone: passando dapprima su un peschereccio (di quelli piccoli e di legno), e poi sul tender, riuscivamo a salire e scendere piuttosto agevolmente dalla barca. Così, dopo una cena in un ristorante a base di “centolla” (cugina grassa della granseola), ci siamo ritirati a bordo, in trepidante attesa di Giorgina e Pietro – che, arrivati ore più tardi, hanno dato prova di grandissimo piede marino e – di più – di grandissimo spessore umano, non svegliandomi. Con Steve, il comandante, e Juan, il suo secondo, in totale eravamo in sette. “Come i sette nani”, dirà in seguito Marco con la precisione millimetrica tipica dell’architetto. “Così non ci si sbaglia”. Ma poi, chissà perché, avremmo sempre finito per contarne otto. Rara notte di stelle, la prima notte – il ciondolio sommesso di qualche oggetto sparso – il vento furtivo sulla barca, come in cerca di una feritoia da cui spiare le nostre facce.

Scorrono via veloci, il mattino dopo, le ultime case sulla costa, mentre navighiamo verso sud lasciando Punta Arenas alle nostre spalle. Erano le ultime che avremmo visto prima delle due tappe finali del viaggio (Puerto Williams e poi Ushuaia), fatta eccezione per un avamposto destinato a controllare il “traffico” navale, che si erge nella sua minuscola maestosità di singola abitazione nello spartiacque tra il braccio nord e il braccio sud del Canale di Beagle. Erano come una manciata di semi gettata in una direzione casuale: sempre più piccole e rade. E quando l’ultima casa è sparita alla vista, per un pò ho continuato ad aspettarmi di vedere fiorire improvvisamente nuovi agglomerati. Ma stavamo andando fuori tiro: nessuna manciata e nessun seme per centinaia di miglia. E questo è un pensiero che mi sono portato addosso per un pò, fino al mattino dopo, e forse più. Mentre guardavo la burrasca del primo giorno di navigazione, mentre dopo la passeggiata, Marco e Juan si lanciavano nell’acqua gelata della Calleta Poza per fare un bagno, mentre di sera al caldo del quadrato mangiavamo un pasto che non ricordo ma che era buonissimo, mentre l’indomani mattina all’alba dei pescatori ubriachi cercavano di barattare tante centollas per del vino e mentre il comandante li mandava via a mani vuote causando il mio più grande dolore, io che alle centollas ormai volevo quasi bene tanto sono buone – in tutto questo tempo mi sono portato appresso un pensiero, minuscolo, quasi banale, ma che mi riempiva di gioia: eravamo completamente isolati e autosufficienti.

Il mattino seguente siamo partiti alla volta della Calleta King. Rare lame di luce nel grigio pacato di questo giorno tranquillo. Dopo alcune miglia, ci siamo fermati a vedere il ghiacciaio del Seno Chico che, come un’autostrada azzurra, precipita quasi verticale in mare. Siamo entrati nella baia con il motore al minimo, lasciando che la prua si facesse largo tra i ghiacci galleggianti. Xplore, un cutter di acciaio concepito per regatare negli oceani del sud, rimbombava come un tamburello vuoto, nonostante la nostra velocità e le dimensioni dei “cubetti” di ghiaccio fossero entrambe ridotte. “Da queste parti, non si guarda mai il paesaggio” scriverò quel giorno nel mio quaderno, “è forse più corretto riconoscere che è il paesaggio a farsi guardare”. E, per quanto banale e ridondante possa sembrare questo pensiero, anche adesso non riesco a scampare l’impressione di essere stato un ospite, più che un visitatore. Di sera, dopo avere ormeggiato come al solito con quattro cavi a terra, Pietro e io abbiamo apparecchiato per otto. “Ma siamo in sette” ci ha rimproverati Giorgina con la dolcezza affilata di chi è costretto a trattare con menti inferiori “come i sette re di Roma, così non ci si sbaglia.” E in effetti questa sua similitudine era fulgida nel suo ingegno – ma poi, chissà perché, si finiva sempre per contarne otto.

Una coppia di francesi, marito e moglie, con una vaga inclinazione per il misticismo, arriva al Seno Occasion e ci rimane per quaranta giorni, senza mai spostarsi. Noi, arrivati il venti ottobre, ce ne siamo rimasti due, anche se io mi sono subito dichiarato prontissimo a restarci per sempre. La baia, il cui canale di accesso è relativamente stretto, è sovrastata da un enorme anfiteatro di granito, lisciato alla perfezione dal ritirarsi dei ghiacciai. Le cime, imbiancate da poco, facevano colare una miriade di rigagnoli e fiumiciattoli, che andavano a convergere in laghi limpidissimi – alcuni solo pochi metri più in alto rispetto al livello del mare. Ma quello che più mi ha colpito è stata la luce che, in questa conca riflettente, sembrava avere vita propria. Inarrestabile valanga luminosa, si stacca dalle cime cangianti delle montagne e prende a rotolare a valle. Dalle vette bianche, ai pendii rocciosi levigati dal ritirarsi dei ghiacciai, ai prati di muschio morbidissimo, fino ai minuscoli alberi che ricordano dei bonsai, curati dalla mano gigante, ferma e certa dell’indiscusso padrone di queste terre: il vento. Luce immensa, fortissima, contagiosa. Valanga possente che inonda e dona nuova vita al territorio: le vette bianche mostrano inaspettate striature azzurre che serpeggiano tra i seracchi; il grigio del granito risplende, scoprendo un groviglio di rivoli, torrenti e fiumiciattoli che convergono in cascate bianchissime; il verde della vegetazione si anima, sfumando incredibilmente. Luce che divampa, che elimina qualsiasi traccia di sedentarietà dal paesaggio: non ti passerebbe mai per la testa di dire “sembra una cartolina” o “è così bello che sembra finto”. Questo territorio è troppo selvaggio e severo per essere palesemente bello ma, al contempo, anche troppo dolce per non essere amato. E la luce non fa che mettere in rilievo le venature selvatiche di questi luoghi – nascoste sotto il muschio – dure come la pietra. Travolge ogni cosa. La scalda in modo così assolutamente necessario da rischiare quasi di rovinarla. Ma proprio quando questa valanga di colore e luminosità sembra avere la meglio, quando emerge nell’astante esterrefatto il sentore che non riuscirà mai, durante il viaggio, a connotare con la luce della propria soggettività anche solo il dettaglio più insignificante di questo paesaggio, ecco la fine inaspettata e al contempo naturale di questa valanga – ecco dove questa corsa luminosa va a stemperarsi – ecco una sorta di pace – non La pace, ma, a valle di tutto, una pace, scurissima, profonda – il mare.

L’ultima sera nel Seno Occasion, dopo che tutta la luce del giorno si era spenta nell’ossidiana del mare, mentre indossavo le pantofole che avevo infilato in valigia pensando che erano tutto, che la Terra del Fuoco senza pantofole non sarebbe valsa la pena di vederla, ho sentito Valeria dire: “Ma siamo in sette”, aggiungendo con il tono illuminato di chi ha finalmente trovato la risposta a una domanda antica, “come i sette peccati capitali – così non ci si sbaglia”. E, in effetti, il suo paragone era ingegnoso e potenzialmente risolutivo – ma poi, chissà perché, si finiva sempre per contarne otto. Le uniche rade in cui abbiamo passato due notti sono state, appunto, il Seno Occasion e la baia chiamata Estero Coloane, che avremmo visitato dopo avere lasciato il Seno Occasion e avere trascorso una notte nella Calletta Emalita. Posti come lampi e momenti come tuoni: non tutti rimangono impressi con la stessa nitidezza e non tutti occupano lo stesso posto nella memoria. E, mentre la bellezza della Calletta Emalita si confonde vagamente nello splendore dell’intero viaggio, la navigazione per arrivarvi rimbomba, tra i miei momenti di mare, nitidissima e completa. Il solito gioco tra nuvole e sole dava adito a diversi orizzonti di luce sull’acqua. Il vento oscillava tra i trentacinque e i quaranta nodi spingendoci verso il Pacifico, dove questa stessa perturbazione aveva gonfiato un’onda lunghissima. Poco prima di sbucare nell’oceano, mi sono impossessato, subdolo, del timone. Il vento è salito, costante attorno ai quarantacinque nodi, mentre gli orizzonti scomparivano sotto al cielo plumbeo. Xplore sembrava una deriva, assolutamente a suo agio in quelle che erano per lei condizioni ottimali. Nonostante le tre mani alla randa, guizzava giù dalle onde, la scia bianchissima. Nessuno mi ha strappato il timone dalle mani blu. Per ore, sono rimasto lì, incollato, mentre ormai rientravamo nei fiordi che ci avrebbero condotto al Canale di Beagle. Poi, Pietro, con l’aria pulita di chi davvero non intende alcun male, all’apparenza genuinamente preoccupato per il mio pallore gelato, è salito in coperta offrendomi del tè. Mai fu vista tanta misericordia – ma appena il tempo di prendere in mano la tazza che, ancora più subdolo, si è impossessato della ruota per non restituirla mai più: forse è ancora lì attaccato. Il vento è salito ancora, fino oltre cinquantacinque nodi. Dal cappuccio giallo un timoniere che digrigna di gioia, mentre sotto i suoi piedi piantati e i nostri sederi seduti, passa non il mare più grosso, ma certamente quello più vivo in cui mi sia mai trovato.

Poi rieccoci nuovamente nel costringersi di un fiordo: per ogni ansa perdiamo dieci nodi – finché ne avanzano che dieci, poi cinque, poi più. I soliti cavi a terra, la solita cena spettacolare. E, poi, tutti e otto a letto, due più stanchi del solito. L’Estero Coloane prende il nome dall’omonimo scrittore Francisco, che tanto ha scritto sul mondo alla fine del mondo. Anche in questo caso, l’accesso alla baia è un canale estremamente stretto e sinuoso, che abbiamo percorso a motore tra gli spruzzi e i fischi di un branco di delfini. Quando eravamo ormai quasi arrivati al punto in cui il canale si allarga e diventa un lago – perché questo è l’Estero Coloane: un lago alpino – guardando verso poppa abbiamo visto un muro d’acqua avvicinarsi rapidissimo, divorando una a una le anse del fiordo dietro di noi. Appena il tempo di chiudere il tambuccio e alzare i cappucci. Si chiamano “Willy-Wow’s”, e sono correnti catabatiche violentissime che schiacciano a terra di tutto: nel nostro caso pioggia, una visibilità inesistente, e la solita cinquantina di nodi di vento. Il Willy-Wow è scomparso con la stessa rapidità con cui ci ha sommersi. All’ingresso della baia, dallo schiudersi di un sipario di muschio, sono comparsi tre ghiacciai che, come fiumi gelati, si riversavano nella baia dalle montagne sovrastanti. Il fatto che piovesse o ci fosse il sole, che facesse freddo o caldo, che ci fosse vento o meno, ormai influiva unicamente sul nostro abbigliamento: i nostri programmi rimanevano inalterati sotto diversi strati di pile e goretex. Così, nonostante la pioggia fine, siamo subito saltati sul tender alla volta di uno dei tre ghiacciai – ritiratosi, avremmo scoperto una volta lì, di circa due metri rispetto a un rilevamento effettuato da alcuni amici di Steve l’anno precedente. Dopo un paio d’ore, siamo pertanto rientrati a bordo, con un vago senso di tristezza (forse un pò ignorante e dogmatica) per questo lento, ma neanche così tanto, scomparire. Nel pomeriggio breve passeggiata con Giorgina, Valeria e Steve. Pietro, con l’inflessibilità intellettuale propria dell’antropologo, si era chiuso in cabina nel tentativo di stabilire il numero esatto degli occupanti della barca, certo che fosse pari a quello delle meraviglie del mondo, mentre Marco era occupato con il nome Willy-Wow, il cui conio risaliva con ogni probabilità a un sorpresissimo e probabilmente affascinato Mr. Willy.

Breve passeggiata. Rimbalzando sul muschio verde. Scavalcando torrenti placidi, sotto archi di alberi bassi. Salendo. Passo dopo passo fino ai margini di un altro ghiacciaio che dal mare non avevamo visto. È stato Steve a dirmi di proseguire ancora per poco per arrivare fino al suo limite. Steve che questi posti li sa a menadito, che li disegna. Ma non me l’aspettavo, quando è sbucato bianchissimo impossessandosi della mia vista: non me l’aspettavo. Il giorno seguente siamo arrivati in quello che sarebbe stato il nostro ultimo ormeggio solitario. Dopo Calletta Olla, saremmo infatti giunti al paese più a sud del mondo: Puerto Williams, Cile. Calletta Olla è del tutto simile ai Carabi – nella misura in cui può esserlo una baia in Patagonia. Con le sue spiagge bianche e i delfini che sono venuti a giocare sotto il gommone mentre serpeggiavamo nella baia. Con la sua acqua limpida. Di sera abbiamo dato fondo alle riserve alimentari di bordo, estraendo dalle sentine (che in quei climi sono dei veri e propri frigoriferi) un quantitativo di carne che per un attimo mi ha fatto dimenticare le centollas. E sulla spiaggia caraibica abbiamo acceso un fuoco. Il barbecue più a sud del mondo, pensavo. Quella notte sono salito in coperta, nel vento teso. Regnava il buio più grande, il niente più totalizzante. Tutte e cinque le antenne drizzate. E con il barlume di un pensiero mi sono detto: tornerò. Ormai avevo capito che di porticcioli liguri non se ne faceva niente, ma quando ho visto Puerto Williams mi è parso che non avesse nulla da invidiargli – e che, semmai, aveva un tocco tutto suo. La banchina di ormeggio, nonché yacht club, è una vecchia nave di acciaio, giunta fino a lì dalla Germania al concludersi della seconda guerra mondiale. Conteneva armi come un involucro può contenere regali: se li vuoi, devi tenerti anche la carta. E come un bambino ingegnoso può decidere di impiegare la carta in altri usi, così a Porto Williams hanno lasciato affondare la nave di quel metro necessario affinché si appoggiasse sul fondo, trasformando la già ridossatissima baia in un vero e proprio porto. E proprio quella nave di carta, quella nave che doveva andarsene, è ironicamente la “costruzione” dall’apparenza più solida del paese. Il resto delle abitazioni è costruito secondo lo stile architettonico dell’incertezza: il prefabbricato. Tutto sembra come tinto dall’alone della provvisorietà, come del resto mi è sempre parso fosse in quei luoghi dove l’umanità non ha ancora capito bene se e quanto resterà. Avrei voluto entrare in una delle case per controllare che, sotto il letto, non ci fossero delle valigie fatte.

Ma non ho avuto tempo. Il giorno dopo, il ventisette ottobre, siamo partiti presto per solcare le ultime ventisette miglia che separavano Puerto Williams da Ushuaia. Vento che gira di continuo, bolina. Ho capito tra una raffica e l’altra che la costa in Terra del Fuoco è veramente immobile. Più di quanto possano esserlo il litorale ligure o quello tunisino. La costa da quelle parti è immobile come da noi possono esserlo le Alpi – e per un attimo mi sono perso nell’insensatezza di quel pensiero. Ancora contrasti. La dolcezza degli ormeggi nelle rade accostata alla ruvidità degli ormeggi nei porti. All’inglese di fianco a un peschereccio, una barca della marina, un pontile d’acciaio. Navi cargo vicino a barche a vela di tutti i materiali, di tutte le grandezze. Ciascuna distinta da pannelli solari, timoni a vento, matasse di cima galleggiante, colori accesi, colate di ruggine, armi e accorgimenti particolari; ciascuna, a suo modo, estremamente navigata. A Ushuaia, un qualcosa di meno tangibile ma al contempo più concreto del prefabbricato sembra volere radicare ventimila persone al territorio con la forza inarrestabile del progresso: il turismo. Il museo locale tratta di tutto. Dalla storia delle esplorazioni antartiche alla colonia penale che un tempo era l’anima della città. Dalla geologia alle popolazioni indigene. Più tardi, passeggiando nelle vie affollate, ci siamo lentamente scrollati di dosso il sale, entrando e uscendo dai vari negozi di souvenirs. Ma non ho comprato niente fino al giorno dopo, in aeroporto, quando acquistando una T-shirt ho davvero realizzato e sancito la fine del viaggio a bordo di Xplore. Ristorante, quella sera, come per riprendere la serata iniziale a Puerto Williams. Steve è stato costretto a sceglierne uno buono, visto che ormai a bordo ci eravamo abituati bene. Il vino era il “famosissimo” Rutini ma nessuno potrà mai togliermi il sospetto che anziché una succulente centolla mi abbiano portato un volgare granchietto. Ne ho presi due, forse più per principio che per fame.

Montagne che svettano austere nel buio. Passiamo sazi sul traghettino di fianco al quale ci eravamo ormeggiati. Cigola il vento nelle cime, nei passacavo, nel sartiame del porto. L’ultima notte. Che è la prima del resto di questa nostra vacanza. Illumina nerissima i trascorsi undici giorni. Tesse la trama degli eventi nell’ordito del viaggio. Trovano compimento tutti i pensieri e collocazione i sentimenti. Ma resta aperta una domanda. Come mai non siamo in otto? L’uomo in più è presente in diversi contesti, e può assumere significati diversi. Nel calcio, per esempio, dove è il dodicesimo, rappresenta il tifo. Filippo Tuena (autore del libro “Ultimo Parallelo”, sulla spedizione di Scott al Polo Sud) lo descrive come “una divinità antartica che si desta con la presenza degli esploratori e si spegne con la loro partenza”. Nel nostro caso l’ottavo uomo era largamente imputabile al fatto che, appena finite le passeggiate abituali e ormeggiati al sicuro, scattava perentoria “beer o’clock”, che dal pasteggiare del tardo pomeriggio ci accompagnava fino a sera, quando su ordine del comandante ci vedevamo costretti a un’attenta degustazione di vari vini cileni e argentini. Il nostro ottavo aleggiava felice nel quadrato, tra empanadas e Malbec. Eppure, il motivo per cui non siamo mai riusciti a imbrigliarlo ed eliminarlo definitivamente con il rigore quasi scientifico dei nostri paragoni, che pure erano tanti e palesi, è forse che una sua sfumatura esisteva – nel modo più etereo concesso dal termine – al di là dei fumi dell’alcool, nel tessuto dell’immaginario di bordo costantemente stimolato dalla magnificenza dell’esperienza quotidiana. Forse anche un’avventura vissuta nell’agio e senza dolore può elargire a tal punto, a patto che sia condotta in un luogo fuori dal comune, come la fine del mondo. Può darsi che l’ottavo fosse l’eccesso, quello che il giorno ci aveva dato e che non eravamo stati in grado di metabolizzare. Oppure la meraviglia (l’ottava?), che ci portavamo addosso tra i molteplici strati, ma che, a differenza del capilene o della lana, non ci toglievamo mai (c’è anche chi non si è mai tolto nemmeno la maglietta di lana merino, ma questo è un altro discorso). O forse, più semplicemente, l’ottavo rappresentava, proprio nel suo giocoso manifestarsi, il vero lusso di questo viaggio.

Il ventotto mattina siamo migrati in volo verso nord, alla volta di El Calafate, da dove sono partite le nostre “escursioni” dei giorni seguenti in luoghi ugualmente belli e più rinomati di quelli che avevamo appena lasciato: El Chalten (da dove si vedono, tempo consentendo, Fitz Roy e Cerro Torre), il Perito Moreno e, infine, una magnifica e isolata estancia, l’Estancia Cristina. Nonostante la ricchezza di questi luoghi, era come se mancasse qualcosa. Il Perito Moreno, per esempio, è nettamente più grande dei ghiacciai che avevamo visto dalla barca. È una distesa sconfinata, che dalle vette segue il suo corso blu fino ai tuoni costanti del suo disgregarsi. E la vegetazione della zona, come arricchita dalla perdita di qualche grado di latitudine, si erge rigogliosa, contrastando enormemente con il ghiacciaio. E il posteggio degli autobus, il fast-food attiguo e il camminamento che indica un sentiero obbligato da cui ammirare il paesaggio, non detraggono dalla bellezza del posto; non potrebbero. Ma disintegrano l’esperienza, questo sì. Eravamo visitatori, non più ospiti. La bellezza era d’un tratto contrapposta allo stridio degli ingranaggi turistici e non più alla brutalità di una terra desolata. Era una bellezza asettica, indicata, quasi evidente. Come dire. Sembrava una cartolina.

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