Un Re dagli abissi

Esperienze di bordo n. 616, agosto 2013: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Un Re dagli abissi

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 616 di Agosto 2013

Mancava davvero un niente per Horta nelle Isole Azzorre, dieci o forse quindici miglia, quando tutta la quiete della navigazione fu interrotta da un boato spuntato dal nulla. Non stavo attraversando l’Atlantico ma si trattava d’una classica e modesta veleggiata d’altura, considerando che abitavo sull’Isola Faial da tre anni. La barca “Santa Clara” di Miguelito, che divideva con me la Taverna dell’Albatros, proprio accanto ai famosi murales dei velisti, fu scaraventata in aria come spinta da forze ignote, gli navigavo vicino, a poco meno di un miglio sulla stessa rotta. Il mare era calmo, a parte l’onda lunga dell’aliseo. Provai subito a chiamare Miguelito sul canale di soccorso, poi con il cellulare, invano, non rispose nessuno. Lo scafo ricadde sull’oceano con un tonfo esplosivo, lanciando schiuma e zampilli come fossero fuochi d’artificio, poi scomparve dalla superficie lasciando nel mio sguardo un velato terrore misto a sgomento. Subito dopo, sotto la mia carena passò qualcosa di ignoto, come un’onda anomala. Pensai molte cose ma nulla serviva a placare questa forte sensazione d’inquietudine. Poteva essere una piccola eruzione vulcanica o lo scoppio d’una bolla d’idrato di metano, un gas disperso in grandi quantità nelle falde oceaniche.

Il cielo sprizzava azzurro e le nuvole non sembravano affatto minacciose, tutti gli strumenti elettronici di bordo non segnalavano alcun allarme e persino il bollettino meteo pareva l’invito a una scampagnata tranquilla. Non m’ero ancora mosso per la rapidità degli eventi inspiegabili, quando senza suoni premonitori o particolari coreografie, insomma nel silenzio più assoluto, si verificò l’impossibile. Con tutta la barca calai all’istante tra gli abissi oceanici e non feci neppure in tempo a spostarmi dal pozzetto, andavo giù a piombo, come fossi stato catapultato da un aereo. Andavo a picco inghiottito da una montagna d’acqua, ma tuttavia non ero sommerso. Vedevo la luce del Sole sempre più debole ma non sentivo la sensazione del bagnato. Sembravo piuttosto prigioniero d’una bolla d’aria, come quelle piccole navi rinchiuse nelle bottiglie. Dopo una discesa folle di centinaia di metri, toccai il fondo, questa strana forma di imbuto si richiuse e tutto l’oceano si riversò sullo scafo. Pensavo di morire sepolto per sempre. Non avevo avuto il tempo neppure di lanciare un mayday, una semplice telefonata.

Tuttavia, vincendo lo stupore respiravo e non era così buio, vedevo davanti la prua un grande bagliore. Fu appena una percezione, un battito di ciglia e si materializzò mura a dritta una donna, sirena, fata, ninfa, chi lo sa. Aveva sembianze multiformi e smisi di farmi domande. Mi lasciai trascinare dalla guida e navigando sul dorso dell’abisso s’arrivò davanti l’ingresso d’una città sommersa. Torri, templi, strade con statue ciclopiche, castelli a perdita d’occhio, arene e giardini tropicali tutto intorno con forti riverberi di luce e bagliori inusuali per queste profondità, ma il colore giallo dominava su tutti gli altri, si trattava sicuramente di oro, una città completamente dorata. Poteva essere Antilia, una delle sette città d’oro che il comandante Panfilo di Narvaez aveva a lungo cercato per volontà del Re di Spagna. Ma non c’erano certezze. La fanciulla disse di chiamarsi Bilquis, Regina di Axum in Etiopia. Ricordavo del mistero sul Regno di Saba e della sua antica capitale Marib verso il Mar Rosso. Ma cosa stava accadendo e soprattutto perchè ancora non ero morto. Infatti la barca continuava a scivolare sul fondale oceanico a circa mille metri dalla superficie raschiando pezzetti di tachilite. Una specie di lava vetrosa che risaliva verso l’alto, questo testimoniava che una volta questa città viveva tra le terre emerse. Tutto a bordo appariva in ordine, neppure una draglia rotta, una sartia spezzata o un candeliere ricurvo, nulla fuori posto e navigavo lentamente lasciandomi sfilare da prua templi e castelli ricoperti di gemme preziose, respiravo ed ero completamente asciutto. Non chiedetemi come fosse possibile tutto ciò, io non ero un profeta ma soltanto un modesto skipper delle Azzorre.

L’ansia venne sedata dalla voce di un ragazzo di nome Menelik, principe e custode del grande tesoro affidatogli da Re Salomone per ascendenze divine. Davanti a me nel Tempio sommerso di Axum si nascondeva l’ “Arca dell’Alleanza”. Un mito per tanti popoli e dai poteri inspiegabili per i comuni mortali. Passai di prua davanti al tempio di Baran, con cinque colonne che una volta s’innalzavano nel deserto, ora circondate di pesci variopinti e ignoti bagliori astrali. Bilquis si fermò davanti la chiesa copta dove una carovana di ombre in bianco celebravano la Santa Arca dell’Alleanza che custodisce le sacre tavole della legge, che Dio consegnò a Mosè. Forse era soltanto un messaggio per me che non sono mai stato molto credente. Ma provavo timore e un vento quasi gelido mi sfiorò il viso come una carezza. Non c’era molto tempo per pensare, il paesaggio emanava indescrivibile bellezza. La regina salì sulla barca fin dentro il pozzetto, camminava senza muoversi, come spinta da forze immateriali. Disse qualcosa in una lingua semitica a me sconosciuta, poi mi afferrò la mano destra e con gesti intrisi d’amore la guidò verso la ruota del timone. Avevo visto abbastanza.

Pilotato dalla musica dell’Olimpo e trainato da un gruppo di angeli multiformi sentivo la prua risalire verso la superficie, circondato da una piacevole sensazione d’armonia. Guardai di sotto e i bagliori lentamente si offuscavano, mentre ancora nitida la mano della Regina di Saba oscillava in un lento saluto. Pochi attimi, forse minuti, e mi ritrovai nuovamente a galla. Le vele appena toccarono l’aliseo ripresero a gonfiarsi, mentre la carena tagliava l’acqua gorgheggiando, puntai la ruota del timone verso casa. Ero in uno stato di trance, sopraffatto dallo stupore, da lontano con la coda dell’occhio vidi la barca di Miguelito che convergeva verso lo stesso atterraggio. Provai una piccola emozione di gioia. Nessuno sapeva spiegarmi cos’era successo e alla radio avevo sentito che per molte ore tutti e due sembravamo scomparsi dai radar. Forse si trattava di un sogno. C’eravamo addormentati al timone in una giornata troppo tranquilla per la navigazione. Quando ormeggiai nella baia di Porto Pim, in cabina trovai sulla cuccetta di guardia, accanto al tavolo di carteggio, un piccolo trono fatto d’oro massiccio, sul piedistallo compariva una scritta: “Tempio Sabeo devoto ad Almaqah, dio della Luna”.

Ho raccontato spesso questa storia e mi sono addirittura immerso in quelle stesse acque, senza mai riprovare la stessa beatitudine o serenità vissuta in quella magica visione. Mai ritrovato tracce di città perdute o di regine misteriose, così col tempo ho smesso di parlarne. Eppure i pescatori di Faial prima di avventurarsi in oceano passano sempre da casa a toccare il piccolo trono che custodisco gelosamente, dicono che porta fortuna e in mare siamo tutti superstiziosi. In quei rari momenti, cosi sereni, quando ospito in casa quella gente semplice piena di rughe solcate dal vento e modellate dal salmastro mi sento davvero come un re. Un re riemerso dagli abissi.

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