Una notte in balia del mare

Esperienze di bordo n. 618, ottobre 2013: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Una notte in balia del mare

Testo di Mauro Balia
Pubblicato su Nautica 618 di Ottobre 2013

Così s’intitolava l’articolo che ci portò sulla cronaca locale dell’Unione Sarda il 2 giugno del 2011. Erano ormai tanti anni che con mio fratello Enrico si apriva l’estate con una battuta di pesca di qualche giorno tra bolentino e traina e questo era il periodo migliore per le ricciole e il passo dei tonni.

Questa volta avevo portato sul mio Riviera 38, denominato “Inshallah” (se Dio vuole), un caro amico viterbese, Modesto Casagrande, anche lui come me istruttore sub e grande esperto di mare, per fare qualche immersione e magari, perché no, anche in prossimità della tonnara dell’isola di San Pietro, più nota come l’Isola dei Genovesi (essendo un’ex colonia Ligure).

Era proprio il periodo ideale che stava a cavallo della settimana del “Girotonno – Uomini, storie e sapori sulle rotte del tonno” che si svolge a Carloforte sull’isola di San Pietro. Appuntamenti, incontri unici, legati alle tradizioni culturali, artistiche ed enogastronomiche, con musica e spettacoli, convegni e dibattiti per celebrare la cultura del tonno, storicamente legata al territorio, promuovendo l’antica tradizione delle tonnare che tuttora si pratica e si tramanda oralmente da rais a rais, da tonnaroto a tonnaroto. Candidando la città di Carloforte “Capitale del tonno di qualitò”, ossia il “tonno da corsa” che viene pescato nella tonnara proprio nei giorni della manifestazione. La kermesse internazionale coinvolge anche tantissimi sub come noi appassionati di foto e riprese subacquee, attratti dallo spettacolare rito della “Mattanza” che sfocia nella suggestiva rete denominata “camera della morte”.

Doveva essere una settimana da passare in totale relax tra le isole di Sant’Antioco e San Pietro e la costa Sud Occidentale della Sardegna che va da Capo Teulada a Bugerru. Avevamo pianificato tutto, certo… per quanto possibile, organizzato la cambusa, ispezionato la barca, tracciato le varie rotte da seguire e porti d’approdo e soprattutto, visto le condizioni meteomarine che ci avrebbero dovuto garantire una bella settimana di sole e mare calmo con giusto solo una giornata, massimo due, in cui si prevedevano venti forte da Maestrale (Nord Ovest).

Fu così che la mattina all’alba mollammo gli ormeggi, dal calmo e riparato porticciolo turistico di Sant’Antioco in direzione Nord, attraversando il tortuoso canale che apre le sue basse acque all’imbocco della golfata di Calasetta, in cui tante barche vi hanno lasciato deriva o elica, sia per la poca segnaletica presente in mare, sia per il basso fondale (malandati pali in cemento o vecchi tubi di ferro con attaccati alle loro estremità i catarifrangenti trafugati dai cigli delle strade) ne delimitavano per l’appunto il percorso.

Non fu certo qui che inizio la nostra odissea, anzi passammo una bella giornata facendo un pò di traina sino al faro di Capo Sandalo nella costa occidentale dell’isola di San Pietro, su batimetriche che vanno dai 30 ai 50 metri, per poi dar fondo all’ancora nell’isolotto del Corno a mezzo miglio dal faro, dove preparata l’attrezzatura da sub con bombole caricate ad aria e macchine fotografiche, con l’amico Modesto ci immergemmo alla ricerca di alcune cernie stanziali di cui ben conoscevo le tane, su un fondale fantastico, più volte utilizzato per i campionati di pesca in apnea, dove anche i pelagici non mancano mai. Risaliti in superficie e fieri delle belle immagini che eravamo riusciti a immortalare, ci organizzammo per il pranzo a bordo, con l’intento di spostarci nel pomeriggio verso Punta delle Oche, sempre nella costa settentrionale dell’isola ma più a Nord Est, non molto distante dalla tonnara.

Con alle spalle la scogliera, che calando a picco sul mare ha formato delle belle e ampie grotte, decidemmo di fermarci per una battuta di pesca a bolentino su fondali profondi e rocciosi dove certamente si sarebbe potuto pescare bene. È fu così che con mare piatto e quasi totale assenza di vento (la bonaccia prima della tempesta), ci mettemmo a pescare a scarroccio fino al tramonto, un bel paniere di una decina di chilogrammi di pesce, 300/500 grammi cadauno di Pagelli, Tanute e Sgombri.

Vista la bella serata decidemmo di calare l’ancora proprio sotto costa per fare l’ultimo bagno della giornata, cenare e poi rientrare al porto di Carloforte dove poter passare la notte.

Ma… il pericolo era in agguato, durante la cena intorno alle 22,00 iniziammo a sentire il vento da Maestrale che saliva, facendo montare le onde e decidemmo di sbrigarci a rientrare perché nell’arco di poche decine di minuti il vento si era fatto molto teso e il mare si stava sempre più ingrossando, probabilmente il vento forte che era atteso per l’indomani stava già entrando in maniera repentina. Enrico, che sino a quel momento aveva fatto da skipper, prese i comandi della barca e nel momento di salpare l’ancora con il verricello, si rese conto che si era impigliata sul fondale roccioso, e un’ancora “Force” da 30 chilogrammi con oltre 50 metri di catena, che probabilmente a sua volta si era imbrogliata su qualche masso (come poi verificai quando andammo a recuperare le ancore nei giorni successivi), non era certo una cosa facile da districare. Insistette con il verricello cercando in vari modi di tirare su l’ancora, ma un’onda più violenta delle precedenti mise in tensione fortissima la catena e con il beccheggio della barca piegò lo scorriancora in acciaio, sgranando irrimediabilmente anche il verricello.

Attimo di panico… fu allora che con Modesto prendemmo in mano la situazione, cercando di sganciare l’ultima maglia della catena per poi mollare il tutto in mare e prendere così il largo, ma quell’ultima maglia all’interno del pozzetto era completamente arrugginita e imbullonata allo scafo.

Nel frattempo che si cercavano gli attrezzi, martello, pinze e chiavi varie, ed evitando di farmi prendere dal panico, mi organizzai per lanciare dalla prua della barca altre due ancore di rispetto di cui disponevo come emergenza, fissandole con delle cime alla bitte di babordo e tribordo, in maniera che… se per qualsiasi motivo, nel frattempo che si operava ci fossimo disancorati, almeno avremmo evitato di finire sugli scogli, visto che ormai eravamo vicinissimi e che con il mare sempre più grosso e onde alte due metri, sembrava ci fossimo sopra.

Fu allora che mi resi conto nel chiamare mio fratello per farci dare una mano, che non rispondeva più. Lo trovai poi disteso sulla dinette con gli occhi socchiusi e completamente bagnato dal sudore in uno stato semicosciente, cercai di farlo riprendere dandogli da bere dell’acqua e qualche schiaffetto sul viso, ma non servì a nulla, non rispondeva, era ormai svenuto. Se, per qualsiasi ragione avessimo dovuto abbandonare la barca, una persona svenuta a bordo sarebbe stata in grave rischio di vita, così decisi di chiamare con la radio di bordo, la Capitaneria di Porto di Carloforte sintonizzata sul canale 16, ma con il frastuono delle onde e la posizione della barca che risultava in “ombra”, non riuscivo a farmi sentire in maniera chiara. Per fortuna il cellulare aveva linea e così chiamai il soccorso in mare 1530, mi rispose la Guardia Costiera di Cagliari che immediatamente mi mise in contatto con la C.P. di Carloforte e nell’arco di 25 minuti la motovedetta “CP 869” ci raggiunse a Punta delle Oche, dopo averci individuato anche grazie ai fuochi d’emergenza che avevamo acceso.

Furono i 25 minuti più lunghi della mia vita, nell’oscurità con il mare mosso, l’imbarcazione in avaria e mio fratello svenuto, avevo cercato di mantenere una calma indispensabile in queste circostanze, sereno che la barca era ben ancorata, ma pur consapevole che se fosse stato necessario, dando massima potenza ai due motori Caterpillar da 370 CV, in qualsiasi modo sarei dovuto uscire da quella situazione incresciosa.

Era ormai tarda notte quando la motovedetta, con non poche difficoltà nell’abbordaggio, ci affiancò e, sorreggendo mio fratello, riuscimmo a trasbordarlo al sicuro su di essa per poi affidarlo alle cure dei sanitari di Carloforte. Nel frattempo Modesto era riuscito con la sua maestria di esperto meccanico a liberare la catena dell’ancora principale e dopo aver mollato in mare anche le altre cime delle ancore di rispetto, prendemmo il largo scortati dalla C.P. L’Inshallah entrò in porto ormai quasi alle quattro della mattina, dove vi rimase ormeggiata per altri due giorni in attesa di calare il mare. La brutta avventura era finita, l’incubo svanito, ma che paura… !!

P.S. Un infinito grazie ai ragazzi della motovedetta 869 e di tutta la C.P. di Carloforte, che mettendo a rischio la propria incolumità non hanno esitato a prestare il loro soccorso.

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