Il messaggio di Ael

Esperienze di bordo n. 624, aprile 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Il messaggio di Ael

Testo di Ettore De Parentela
Pubblicato su Nautica 624 di Aprile 2014

Un pezzo di legno può contenere del buon vino oppure la pellaccia di Piero Falsèr, un fornaio danese che dopo quindici anni di panificazione era riuscito a comprarsi “Emma”. Una barca a vela di quindici metri con armo cutter di fabbricazione nordica, costruita per resistere agli oceani tempestosi. Un vera delizia salpare con i propri sogni, vedere e soprattutto sentire il profumo del mare dopo tante giornate trascorse tra farina e lievito con quella immagine del veliero appesa sul forno ormai sbiadita dal calore e dal tempo. I preparativi per la partenza dal porto di Copenaghen erano stati lunghi per via delle scartoffie ma anche per la paura di affrontare l’oceano. Il 15 luglio finalmente si salpava dal nord atlantico verso New York. Atterrare nella baia americana, accanto alla statua della libertà era come drogarsi di vita, dopo decenni rimasto in maglietta sporco di farina con l’anima malinconica. Falsèr non era mai stato sposato e non aveva figli, nè legami di alcun genere. Lavorando di notte e dormendo di giorno le possibilità di avere relazioni sociali diventavano minime. Appariva piuttosto alto di statura, robusto e ancora atletico per via del suo passato di pugile.

Non soltanto la morte viaggia veloce, spesso anche le idee, ed era stato proprio sotto il faro della città danese che Falsèr aveva deciso di vendere il forno e navigare per gli Oceani in solitario. Mentre si trovava al largo dell’Islanda a fotografare un branco di delfini che piroettavano davanti alla prua, vide un riverbero insolito sulla cresta di un’onda. Rallentò l’andatura lascando la scotta della randa e del fiocco, l’abbrivio della barca fece il resto. Sembrava una bottiglia, forse di vino o di liquore, la marca s’era cancellata ma sul rilievo vetroso compariva una scritta in polacco che ricordava una bevanda alcolica degli anni quaranta, all’interno c’era un manoscritto logoro ma ancora leggibile che dondolava avvolto nello spago di canapa. Sul testo, in tedesco, il nome di Ael Kersevan. Vi era scritto: “Sono rinchiusa nel campo di sterminio di Mauthausen sotto il comando di Franz Ziereis. Qui è un inferno ci ammazzano tutti con il gas, i nazisti sono peggio delle bestie. Vi voglio bene mamma e papà e spero di poter cantare ancora. Addio Ael. Mauth-1944”.

Falsèr non era certo un romantico ma una lacrima gli solcò il viso lasciandogli un senso di profondo smarrimento, promise che avrebbe fatto qualcosa al suo ritorno. Mancavano ancora duemila miglia per la costa americana, e sui Banchi di Terranova l’oceano diventa molto pericoloso a causa dei bassi fondali marini e delle forti correnti, le onde diventano montagnose come nella zona di Capo Horn. Mise da parte Ael nella sua mente quando il barometro cominciò a scendere paurosamente, cosa che non è mai un buon presagio in barca. Intanto preparava pane fresco con tutta la sapienza degli anni e curava i germogli di soia. Se ne stava in pozzetto protetto dalla cerata a gustarsi quei frangenti che danzavano come architetture organiche. Alcuni molto ripidi entravano in barca e ti schiacciavano come funamboli di schiuma salmastra. La notte successiva mentre la burrasca continuava il suo corso, alimentata da vento, lampi e tuoni, Falsèr ingannava il tempo ricercando Ael su internet, scoprendo per caso che alcuni Kersevan vivevano a Trieste. Su di lei c’erano molte interviste sui giornali d’epoca che parlavano dei suoi concerti, trovò anche un cinegiornale dove si sentiva appena la voce, una cantante lirica di notevole spessore su un viso angelico che Raffaello avrebbe usato come Madonna. Su quelle note di “O mio babbino…” di Gianni Schicchi che invasero l’oceano Falsèr pianse per la seconda volta, aveva perduto il padre qualche anno prima. Sei mesi più tardi dopo aver doppiato anche il Pacifico visitando i sempre incantevoli mari del sud, Falsèr bussò ad una porta nella città di Trieste. Aprì una donna piuttosto giovane e disse di non conoscere questa persona, ma ascoltando la storia si commosse e si ricordò che un falegname che aveva fatto dei lavoretti in casa, una volta aveva parlato di questa cantante e tra l’altro portava anche lui lo stesso cognome. Piero Falsèr andò subito a trovarlo. Tra lo stupore di entrambi, venne a sapere che l’ultima sorella di Ael viveva in Canada. Erano emigrati a Vancouver durante la guerra per sfuggire alla segregazione razziale della Germania contro il popolo ebraico. Tornando in Danimarca scoprì che i Kervesan provenivano da Leida Olanda meridionale e prima della guerra una grossa parte della famiglia s’era trasferita a Trieste. I campi di sterminio furono la più terribile atrocità commessa dal genere umano. Crimini ignobili come gli esperimenti del nazista Karl Brandt, i roghi nelle foreste dove venivano spinti bambini e donne ancora vivi, oppure lasciati nudi sul ghiaccio a morire congelati. Un orrore senza fine che lasciava il povero Piero Falsèr ancora una volta avvolto nei singhiozzi, mentre una tristezza infinita sembrava controllasse tutto il corpo lasciandolo indifeso e impotente. Il messaggio sarebbe stato consegnato in Canada a tutti i costi, rinunciando per qualche settimana ai suoi viaggi oceanici.

L’occasione si presentò a Tunisi, una manovra errata con troppo abbrivio o una scarsa lettura dell’ecoscandaglio e la povera “Emma” urtò il fondale, forse con la pinna del timone o con la deriva. In ogni caso la carena andava controllata da cima a fondo. Lasciò la barca in cantiere per l’alaggio e partì per il Canada. La domenica successiva riuscì o localizzare la sorella di Ael che viveva da sola con due figlie. Furono momenti davvero intensi di grande tenerezza e commozione, poi seduti sul divano vittoriano che affacciava sulla baia del porto, Falsèr sorseggiava un tè mentre la sorella fece partire un disco di Ael Kersevan. Tutta la stanza fu invasa dalla musica, una melodia pura che sfociava in un religioso silenzio di approvazione. La voce sembrava divina, guidata da Dio, come se dicesse “gli angeli non possono morire”. Dalla fine del 1945 la sorella non aveva più avuto nessuna notizia di Ael, questo semplice messaggio, ingiallito dagli anni, restituiva serenità ed amore dopo anni di silenzi e morte distribuite a milioni di famiglie dai lager nazisti. Quando Piero Falsèr riprese il mare da Tunisi, con la sua “Emma”, era un uomo felice, non si sentiva certo un eroe, ma il messaggio aveva trovato casa e questo gesto lo ripagava, una specie di riscatto pacifico contro gli orrori della guerra. Non avrebbe mai smesso di pensare ad Ael. Si tornava a casa in Danimarca, le vele gonfie di vento spinsero “Emma” verso Gibilterra. Tra rumori di sartie e drizze che tremavano sull’albero maestro, dalla cabina proveniva il canto lirico olandese che girava con armonia senza sbalzi o intervalli, a proprio agio tra il rollio delle onde. Tutto filava liscio, troppo liscio, Falsèr per un attimo s’era dimenticato di trovarsi nel Golfo di Guascogna con una brutta depressione atlantica che stava incrementandosi come uragano. Questa forza devastante alzava il mare come nei quaranta ruggenti. Ed eccola finalmente, la nemica di tutti i velisti, la prima onda anomala di “Emma”, alta e incavata come scendere in miniera, sovrastata da giganteschi pennacchi salati. Piero Falsèr si girò a guardarla e rimase come una statua, pietrificato, non sapeva cosa fare, ed era la prima volta che succedeva, troppo alta e poco tempo per fare qualsiasi cosa. E poi ne spuntavano altre dal nulla, all’improvviso, e non ti mandano certo un messaggio, tipo sei un brav’uomo Falsèr salvati. No niente, arrivano e basta e travolgono tutto quello che c’è, da una piccola barca alla grande nave da crociera, poi spariscono come rapite dal vento lasciando spesso soltanto silenzio e inquietudine. Beh disse il marinaio, questa è la mia ora, la morte ti coglie quando meno te l’aspetti, d’accordo, disse calmo e senza paura, era cosciente che “Emma” non avrebbe mai superato questo tipo di onda, l’artiglio si sarebbe richiuso presto portando negli abissi barca ed equipaggio. Non lanciò neppure un SOS via radio, non fece nulla se non continuare a fissare quella montagna che si piegava su di lui. Poi uno sfrigolio di luci improvvise come una piccola esplosione davanti a prua, una roccia, un miracolo, una bolla di metano, non saprei proprio come dirlo, ma la montagna si aprì in due parti, lasciando scivolare “Emma” intatta senza neppure uno schizzetto di schiuma. Tra un inferno di frangenti impazziti e rumori assordanti la prua passò tranquilla e beata, come navigasse in un canale. Poi subito dopo, il mostro marino si rigonfiò ed esplose con tutta la potenza a poppa della barca lasciandosi dietro una lunga coda di soffice neve salmastra. Falsèr sapeva che in mare succedono tante cose strane ma nessuno aveva mai visto un frangente mortale dividersi, come se la natura in quel momento obbedisse ad altre divinità, forse a quella dell’amore che potrebbe dominare persino le tempeste e salvare vite umane. “Forse…”, sussurrò Piero Falsèr, ancora incapace di muoversi, mentre la musica continuava a girare e la voce di Ael Kersevan rimbalzava sull’oceano pronta a proteggere gli intrepidi marinai.

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