Da Creta a Malta. E oltre.

Esperienze di bordo n. 625, maggio 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Da Creta a Malta. E oltre.

Testo di Andrea Melloni
Pubblicato su Nautica 625 di Maggio 2014

La cena procedeva lentamente nell’uggiosa serata milanese di fine marzo, discutendo di scuola, delle ultime notizie e dell’organizzazione del fine settimana. Alessandro, 9 anni, aveva una festa, Francesco, 13, era impegnato in un torneo di tennis e Matteo, 15, non voleva mancare a una difficile gara di sci, “in più oggi ho sentito Silvio che ci propone una gita di scialpinismo” – dissi con una certa sfida – “e poi mi ha confermato che anche questo agosto “Te Quero” è libera e che vorrebbe riportarla a casa…”. Seguì un breve silenzio e ci ritrovammo in sala attorno alla carta del Mediterraneo. Lo spezzatino poteva aspettare. Silvio, l’armatore di “Te Quero”, un Grand Soleil 34 del 1982, l’aveva portata in Grecia due anni prima dove vari equipaggi si erano alternati per godersi l’Egeo. Quest’anno avrebbe voluto far vela su Creta e poi lasciarla a noi per il rientro. La rotta diretta Creta-Malta, 450 miglia nel cuore del Mediterraneo, sembrò subito la più logica anche se forse un pò azzardata. Tornammo allo spezzatino, ma uscite tipo “ci vorrà una capretta per avere latte fresco tutti i giorni!”, “e qualcosa per lo scorbuto…” indicavano che il pensiero era rimasto sulla carta.

E poi dal pensiero siamo passati ai fatti. Il 9 agosto arriviamo a Rethymno, costa Nord di Creta e iniziamo immediatamente i preparativi per mettere “Te Quero” in assetto da grande traversata. Il programma prevede una sosta a Gramvousa, sotto il forte Veneziano, ex base dei pirati sull’estremo nord ovest di Creta, e poi traversare. Il meteo è buono, vento da N-NW forza 5 con locali rinforzi, poi in calo, ma sempre da Nord. La prima notte di acclimatamento è subito dura: i locali rinforzi sono di fatto un forza 7 con onde corte e ripide che ci bagnano in continuazione fino all’alba. Bolinare di notte in queste condizioni non è il massimo per passare dai ritmi da ufficio a quelli marini estivi e così ci fermiamo a Gramvousa fino al pomeriggio successivo. Il posto è fantastico, permeato di storie di navigatori greci, mercanti veneziani e pirati e non è difficile passare il tempo. Il meteo (11/8) è sempre uguale, N-NW 5 con locali rinforzi, in calo. Ok, si parte, questa è la volta buona.

Appena ci allontaniamo dalla costa, il vento gira a W facendoci subito capire che non ha intenzioni di farci fare rotta diretta su Malta. Con mare agitato e incrociato e il vento che raffica oltre i 30 nodi, “Te Quero” tiene rotta verso nord dove spero di sfruttare il riparo di Antikythera e Kythera. Si avanza di bolina facendo lo slalom tra enormi muri d’acqua irregolari e ripidissimi alcuni dei quali, per uno strano gioco di luci nel tramonto assumono un sinistro colore marrone scuro. Mi vengono in mente certe descrizioni del purtroppo famoso Fastnet del 1979 (la sfortunata edizione della regata nella Manica dove 5 barche colarono a picco e 75 provarono almeno una scuffia) e cerco di indovinare da che parte arrivi il prossimo muro pronto a infilarmi in eventuali corridoi. Quando sbaglio, “Te Quero” infila la prua nell’acqua fino a far scomparire il winch sull’albero per la mano di terzaroli, una scena piuttosto impressionante. Quando accade trattengo il respiro per l’attrezzatura, e anche per me e Francesco che un istante dopo facciamo la stessa fine… Sotto coperta Silvia asciuga come può e si riposa in attesa del suo turno, Matteo studia “I Promessi Sposi” al carteggio (ma ha lo stomaco?) e Ale sbatacchia qua e là. Antikythera sembra non arrivare mai e intanto il vento raffica oltre i 40 nodi. “Te Quero” si comporta egregiamente, è veramente marina, io sono un pò in tensione per l’attrezzatura, non per i ragazzi che reagiscono come si deve. Almeno fino a quando l’Ale appare dalla scaletta, vomita nel pozzetto e ci guarda enunciando: “la vita non è un’impresa, la vita è godimento!” dopidichè sparisce in cuccetta. La notte si preannuncia agitata. A mezzanotte passata sul canale 16 arriva un Mayday lanciato da una barca che si trova 40 miglia a sud di Creta. Troppo distante per noi. Qualcuno risponde, ma noi non lo sentiamo. La conversazione è disturbata, chiede soccorso, poi all’una di notte con una voce particolarmente calma e lenta fornisce le coordinate e chiude dicendo “we are sinking, the boat is sinking, this is our last call”. Poi più nulla, ma non abbiamo trovato un riscontro su giornali o riviste al nostro arrivo.

Certo non è piacevole navigare in quelle condizioni con in testa quella voce e con le raffiche che arrivano a 42 nodi, ma teniamo duro per stare attaccati ad Antikythera e ormai guardiamo il faro a sud di Kythera come l’agognata meta. Ci arriviamo la mattina poco prima dell’alba, le ultime 4 miglia fatte tirando bordi con due mani, fiocchettino e motore in un tempo infinito… e nell’accogliente baia ci restiamo per un giorno intero ad asciugarci e riposarci. La mattina del 13/8 è il momento opportuno. Abbondante colazione e via, rotta 240° con vento a 15 nodi, “… ma sarà presto 270°, il meteo dà una rotazione a nord e fenomeni in attenuazione!”, qualcuno dice. Il saggio Ale ci guarda e proclama “Sì, certo, la storia insegna!”. E infatti il vento si mette fisso a 22 nodi da WNW su un mare agitato e incrociato (ma come fa, visto che il Peloponneso è 100 miglia più a nord?). Matteo e Francesco pescano a traina mentre voliamo di bolina larga, inutile impiccarsi, verso sud ovest. Al tramonto siamo già cotti, tutto è fradicio e gli stomaci protestano. Ci mettiamo in cappa e Silvia si esibisce in un acrobatico purè e wurstel in grado di rifocillare anche le bocche più affamate, come quella di Matteo. Turni da 2 ore bagnati quanto basta, il pilota automatico non ce la fa. Ma almeno si va veloci, prima o poi si calmerà anche il mare che, per la cronaca, rimane confuso.

Il 14 mattina il vento gira leggermente a NW e cala a 19 nodi, sempre molto regolare. Il mare è affascinante, siamo soli e non vediamo navi da ieri mattina. Progrediamo con una media oltre i 5 nodi, Matteo ogni 3 ore riporta il punto del GPS sulla carta, e anche l’Ale ogni tanto fa un giro in pozzetto. Con il sestante riusciamo a rilevare la latitudine che, nonostante le onde, ci conferma che ci troviamo tra la Sicilia e la Libia (per fortuna c’è il GPS!). Alla sera il vento cala ancora un pò e con lui il mare, sono condizioni da sogno. Il cielo stellato è così luminoso che stentiamo a riconoscere le costellazioni più elementari, e la Via Lattea è una striscia omogenea di una brillantezza sconvolgente. Stelle cadenti ovunque. A proposito, notiamo che allo Zenith le stelle cadenti vanno dall’alto al basso (ovvio, non sarebbero cadenti…) ma quando sono basse sull’orizzonte vanno da destra a sinistra. Secondo Silvia è colpa di Coriolis… mah, andiamo a letto, và! Ma no, aspetta, a prua… a una distanza incomprensibile, c’è una luce fissa gialla molto intensa. Restiamo a guardarla per un paio di minuti: è il faro di Malta! No, è un sommergibile. O un ufo? Contrabbandieri? Poi si spegne. Forse è solo sonno, ma tutti e cinque? Mah, meglio non farsi domande e tenere gli occhi aperti. Verso la fine della notte avvistiamo due navi in rotta verso est (fa quasi piacere) e l’alba di Ferragosto è di una bellezza indimenticabile. Tutte le gradazioni dal viola scuro al rosso, arancione e giallo. Vento a 15 nodi, rotta 280° e mare tranquillo, questa sì che è vita, anche l’Ale se la gode! Si pesca, o meglio si seminano cucchiaini e Rapala, e poi anche la traina con il finale in cavetto d’acciaio, strappata come una stringa di liquirizia. Ma che bestie girano da queste parti? Ora siamo veramente in mezzo al Mediterraneo, qui profondo 3500 metri, a 250 miglia dalla costa più vicina. Fa effetto a pensarci. Niente e nessuno nei paraggi, la vista spazia ovunque all’infinito… o meglio, a meno di tre miglia, visto che l’orizzonte è a una distanza pari a 2 volte la radice quadrata dell’altezza dell’occhio. Pochissimo, un fazzoletto di mare! La formuletta è ben nota (almeno a chi ha la patente nautica, cioè non io, visto che ho preferito sposare una che la patente l’aveva giè), ma prima non mi ero mai reso conto di quanto l’orizzonte fosse vicino.

Si naviga spediti ma tranquilli e appena dopo colazione avvistiamo un grosso galleggiante di polistirolo ben avvolto in una rete con un grosso numero scritto sopra. Qualche galleggiante perso dai pescatori, pensiamo e passandoci vicino Matteo e Francesco lo agganciano con il mezzo marinaio. È pesante e ha una corda lunga un paio di metri con legato in fondo un grosso pacchetto accuratamente avvolto nella plastica. Mi vengono i brividi e chiedo di buttarlo immediatamente, non voglio trovarmi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ne vedremo parecchi altri, uno ogni miglio o due. Meglio non sapere, certo questo non è il Tirreno. Il vento cala e con l’onda residua si arriva a malapena a 3 nodi. Purtroppo il motore, acceso solo per caricare le batterie – visto che a bordo c’è chi vuole fare tutta la traversata esclusivamente a vela – tossisce e si spegne. È il mio regalo di Ferragosto e, tra cambio filtri, spurgo, sostituzione di un pezzo di tubo e sniffate varie di gasolio, arrivano le 4 del pomeriggio quando finalmente il Volvo Penta ci fa tornare ai 5 nodi di media mentre io ho assunto la forma del gavone di poppa. Prima di sera dritto a prua appare un’enorme nave nera dalla forma indefinita, ma soprattutto ferma. Impossibile vedere una bandiera, una scritta o qualcos’altro per identificarla. Ci avviciniamo ma, prima di cambiare rotta, la ‘cosa’ si muove e si sposta verso sud est per fermarsi nuovamente. Dietro lascia una densa scia nera e puzzolente, una chiazza di olio, petrolio o chissà cos’altro. Sta lavando le cisterne, se non peggio, ma ormai ci siamo in mezzo, spengo il motore e proseguiamo a vela, rendendoci ben conto del disastro, dell’attentato criminale al nostro Mediterraneo.

Il segno su “Te Quero” resterà a lungo. Difficile rispondere alle domande dei ragazzi… Il vento che riprende deciso su un mare piatto, un buon aperitivo e i manicaretti della mamma ci trascinano in uno stato di euforia irrefrenabile. “Ragazzi, il primo turno da 3, anzi 4 ore lo fate voi!” Che notte tranquilla: sciabordio e fosforescenza, stelle cadenti e un buon libro, fantastico! Il 16 si preannuncia noioso. Sale il sole, scende il vento. Si smotora e, se forziamo, questa sera siamo a La Valletta. Un infantile desiderio di prolungare il sogno di arrivare ci fa indugiare tra bagni e tartarughe. Tante tartarughe, le classiche Caretta Caretta che in genere si immergono rapidamente, ma qualche volta si lasciano avvicinare e fotografare. Vaghiamo, senza più guardare bussola e strumenti, tra due branchi di delfini, un pò da inseguitori e un pò da inseguiti, alternando foto e bagni, delfini e tartarughe. Certo che fare il bagno in 3600 metri d’acqua fa un certo effetto e il giro della barca a nuoto costituisce la prova di coraggio per i più valorosi. Solo vari mesi più tardi Alessandro scoprirà che il più grande squalo bianco mai pescato è stato catturato proprio qui, a est di Malta. Beh, meglio non averlo saputo!!! La sera arriva su un mare calmo come l’olio e senza un alito di vento. Il tutto ha un aspetto madreperlaceo, non si intuisce nemmeno la differenza tra acqua e aria, con un colore indefinito e continuamente in evoluzione. Grigio, viola, rosa, petrolio… restiamo a osservare e scattare foto non si sa a cosa, visto che è tutto identico in qualunque direzione. Affascinante. Sembra impossibile che il solito panorama, un semplice cielo sopra un normale mare possa assumere sembianze, colori, aspetti e sfumature così diverse e suscitare emozioni e sensazioni così varie.

La Valletta ci accoglie alle 6.30 del mattino del 17, con le sue imponenti mura cariche di storia. Alessandro disegna rapidamente una bandiera maltese grandezza A4, che servirà come bandiera di cortesia, mentre il motore al minimo ci fa godere fino in fondo l’arrivo all’agognata meta. Ce l’abbiamo fatta. Chiamiamo subito Silvio e i nonni, poi doccia e colazione e ci trasformiamo in perfetti turisti, la cultura ci attende! Due giorni in giro per Malta, un salto a Gozo e Comino, troppo popolate per i nostri gusti, e siamo di nuovo in navigazione per le Pelagie, “Te Quero” va riportata in Sicilia. E allora via verso Lampedusa, Linosa e Pantelleria, troppi posti da vedere e vivere. A Lampedusa arriviamo all’alba dopo una notte di temporali da “Pot au noir”. In piena notte, durante l’ennesima presa di terzaroli, Matteo si accascia in pozzetto gemendo e tenendosi la testa… una bomata? sta male? Lo scopriamo presto, quando si rialza mostrando uno sgargiante pesce volante di dimensioni oceaniche che si era schiantato contro la sua tempia! La manovra viene abbandonata e il pesce soccorso e messo in un secchio, ma è troppo tardi: finirà, quindi, in pentola il giorno dopo. Purtroppo le ali, desiderate da qualcuno come segnalibro, puzzano troppo e devono essere restituite al mare. Proseguiamo facendo rotta verso Linosa, 26 miglia spinti dall’MPS gonfiato da un sud est più che allegro. Un’isola di classe, quest’ultima, i cui colori, sapori e odori resteranno a lungo impressi nella mente. Ormeggiamo alla banchina, posta sotto una colata di lava multicolore che termina su una spiaggia di sabbia nera scelta dalle tartarughe Caretta Caretta per deporre le uova. La notte è magica e calma e qualcuno chiede “ma stanotte non si naviga?”. Il giro dell’isola, la salita al Monte Nero e la visita al centro di assistenza delle tartarughe sono d’obbligo prima di partire per Pantelleria, dove arriviamo alle tre del mattino nel bel mezzo di uno sbarco di profughi. Via vai di barchini senza luci e intervento di carabinieri e guardia costiera che recuperano i fortunati lasciati su uno scoglio affiorante nel mezzo della baia. Poi finalmente si dorme. Pantelleria ci accudisce per due giorni con le sue cale, il suo interno rigoglioso e le sue granite. Ringraziamo e poco dopo mezzanotte si parte per la Sicilia, anzi per il Banco di Pantelleria, 9 metri di fondo nel mezzo del canale di Sicilia dove ancoriamo alla bretone (ancorotto a grappino e cimino sottile senza catena – e già così non è semplice recuperarlo per la forte corrente) per una fortunata battuta di pesca. I pesciolini che Silvia è riuscita a procacciare intenerendo un cameriere di un ristorante di Pantelleria fanno gola alla fauna locale e quattro grossi “cagnaz” (i ragazzi li chiamano così, non ho idea del vero nome) finiscono in forno su un lettuccio di verdure delle isole quando, finalmente, il vento ci lascia mettere la prua su Marsala. Marsala con i suoi stupendi palazzi, e poi Favignana con la caraibica Cala Rossa (subito ribattezzata Cala Azzurra) e le cave di tufo romane, Levanzo e via verso San Vito lo Capo dove uno scirocco ustionante e violento ci spinge verso Palermo stabilendo il record di velocità di “Te Quero”: 9.4 nodi. È il 30 di agosto.

Ventidue giorni di vita intensa, 1200 miglia di mare e avventure indelebili, riportare verso casa “Te Quero” è una esperienza che ci ha arricchito. Non è la prima e non sarà l’ultima, ma rimarrà sicuramente unica.

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