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Come due secoli fa.

Esperienze di bordo n. 628, agosto 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

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N. 2 – Giugno 2009

Saro di Lampedusa
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Come due secoli fa.

Testo di Bruno Uda
Pubblicato su Nautica 628 di Agosto 2014

Andando al supermercato a fare la spesa, una macchina in sosta nel parcheggio dei clienti attirò la mia attenzione. Sulla portiera c’era attaccato un manifesto, con una foto con un uomo che si lanciava da un aereo col paracadute. Sotto quell’immagine la didascalia invitava a fare lo stesso per festeggiare il proprio compleanno. “È un’idea, visto che ci siamo quasi” mi dissi pensando ai miei prossimi 50 anni, ma senza esserne molto convinto, visto che ricordavo ancora con terrore una discesa da uno scivolo altissimo all’Aquafan, qualche estate prima. Tuttavia la voglia di celebrare in maniera diversa dal solito il mio primo mezzo secolo di vita mi si insinuò nella mente come un tarlo nel legno. Trovai la soluzione qualche giorno dopo, per caso, passeggiando sul molo di Cagliari, dove era stata allestita una fiera del diporto nautico. Qui stavano all’ormeggio due meraviglie della cantieristica nordica che calamitarono la mia attenzione: uno schooner con lo scafo color beige chiaro, dalla prua a clipper, e un brigantino di cinquanta metri, nero come la “Perla Nera” di Jack Sparrow, interpretato da Johnny Depp nel film “Pirati dei Caraibi”. Entrambi i velieri battevano bandiera olandese. Una hostess, nell’apposito stand sul molo, consegnava le brochure e forniva le informazioni riguardanti le navi. Così venni a sapere che sul brigantino, che si chiama “Mercedes”, si organizzava per la domenica successiva un’uscita in mare. Il prezzo, 25 euro, era più che ragionevole per realizzare un sogno che mi trascinavo fin da bambino. E così acquistai il biglietto per la mia grande avventura.

La domenica successiva, parcheggiai lo scooter al porto e mi diressi con un quarto d’ora d’anticipo all’imbarco. Però i cancelli della fiera li avrebbero aperti solo alle dieci, proprio all’ora della partenza. Cominciai a preoccuparmi: infatti dal molo dove stavo fremendo per l’attesa, avevo sentito parlare a bordo fra loro i membri dell’equipaggio e la lingua era il tedesco. Conoscendo la precisione e la serietà di quel popolo, pensai che stessi correndo il rischio di restare a terra. Mentre andavo avanti e indietro nervosamente di fronte alle transenne, decisi di saltarle appena avessi sentito il rumore dell’accensione del motore e piombare a bordo al volo, una specie d’arrembaggio. Alle dieci in punto il pubblico venne fatto entrare. Mi diressi velocemente alla passerella, dove un signore corpulento dalla faccia simpatica, mi chiese il cognome. Come glielo dissi, tutto soddisfatto controllò la lista dei passeggeri, e mi disse con accento tedesco: “Zì, perfetto. Preco, zi accomodi”. Salendo a bordo, una ragazza carina stava seduta a gambe incrociate sul ponte, mi guarda e mi fa: “Buongiorno”. Risposi al saluto pensando fra me: “La tipica tedesca biondina. Deve essere la cameriera addetta al bar all’interno del salone, è troppo magra per manovrare.” Sul ponte la hostess, elegantissima nel suo tailleur blu, spiegava ai passeggeri (ma da dove diavolo erano entrati, visto che ero l’ultimo?), come comportarsi a bordo, mentre il capitano faceva vedere come indossare il giubbotto salvagente, nel malaugurato caso ce ne fosse stato bisogno. I passeggeri, una cinquantina, ascoltavano in rispettoso silenzio. Osservandoli, vidi che nessuno era vestito da lupo di mare e, benché questo fosse indice di maturità, tuttavia un abbigliamento più sportivo sarebbe stato più adatto, almeno per non soffrire il vento freddo che avremmo trovato al largo, considerato che era ancora il mese di aprile. Mentre l’hostess parlava, spiegandoci che il veliero era lungo cinquanta metri e riusciva a raggiungere i diciotto nodi con vento forte e tutta la tela a riva, mi chiesi dove fosse il resto dell’equipaggio.

Una nave così aveva bisogno di una decina di uomini, mentre ne vedevo solo quattro, uno dei quali era il capitano che doveva stare al timone. I miei dubbi vennero fugati quando la hostess disse in tono cordiale: “È gradita la partecipazione dei passeggeri alle manovre.” Tutti risero, pensando che stesse scherzando e manifestando così la propria incompetenza per quel compito da pirati. Acceso il motore, si sentì il sibilo del turbo, mentre la nave, mollati gli ormeggi, si scostava lentamente dal molo, scivolando con grazia sulla superficie del mare. Lo schooner ormeggiato a pruavia mollò gli ormeggi prima di noi e si allontanò verso l’uscita del porto. “Forse si è spostato per permetterci di uscire” pensai, infatti lo spazio per manovrare davanti al brigantino era minimo. Vicino a me c’era una giovane coppia con una neonata che dormiva come un angioletto. Il capitano del “Mercedes” fece suonare tre volte la sirena a lungo, assordandoci. La neonata si svegliò piangendo terrorizzata. Io, che adoro il pianto dei bambini quanto l’acido muriatico usato al posto del collirio, mi allontanai velocemente verso il lato di dritta in direzione della prua, chiedendomi quando avrebbero beatificato Erode. Qui vidi la biondina che, come una scimmia, letteralmente si appendeva a una drizza e con forza la tirava giù, strattonandola. “Hai capito la cameriera?” mi dissi “Vorrei aiutarla ma non parlo tedesco, inglese ne so troppo poco” e rimasi come uno stoccafisso ad ammirare tutta quella energia. “Me ayudas?” mi chiese lei. “Espanola?” chiesi stupito per il suo aspetto poco mediterraneo. “Sì” mi rispose. Risolto il problema della lingua, con la quale mi arrangio discretamente, le diedi una mano. Mentre lei tirava, io recuperavo la drizza da sotto la caviglia della rastrelliera, senza aspettarmi di dover fare uno sforzo così grande. Verricelli? E cosa sono? Sul “Mercedes” si lavora con la forza delle braccia e basta. Uno dei tre fiocchi sul bompresso salì lentamente: era il mio, e con lui venne issato il mio orgoglio. A poppa la hostess chiese l’aiuto di otto uomini forti, testuali parole. Vidi che i volontari si accingevano a issare le drizze delle vele quadre, dirigendosi sghignazzando con aria da bulli – probabilmente per fare colpo sulla hostess che neanche li degnò di uno sguardo – verso il posto di manovra, alla base dell’albero dove c’erano le cavigliere con le drizze addugliate.

Il sorriso sparì appena si resero conto della forza che ci voleva a cazzare le drizze, mentre i due marinai tedeschi li incitavano ridendo, spiegandogli, a gesti, come fare. Intanto anche lo schooner aveva issato tutte le vele e si apprestava a navigare di conserva, uscendo dal porto. La ragazza mi disse di seguirla. Mi spiegò che bisognava ripetere la manovra sul lato di sinistra. Intanto si aggiunse un altro passeggero. Issammo non so cosa, visto che eravamo impegnati a guardare la cima che stavamo tirando e addugliando, non senza fatica. Se ci avessero lanciato in faccia mazzette di banconote da cinquecento euro, non ce ne saremmo accorti, tanto eravamo concentrati. Una polverina si staccò dalla drizza svolazzando nel vento, facendoci capire che le cime del veliero erano formate da canapa intrecciata, per poter partecipare ai raduni delle navi d’epoca, alle quali si chiedeva la massima fedeltà nel riprodurre anche i minimi particolari dell’attrezzatura, per cui capimmo il motivo della mancanza dei verricelli. Nel frattempo un altro passeggero era stato chiamato dalla ragazza per darci una mano. Chiedemmo alla spagnola quando avremmo ammainato le vele quadre. Lei, sorridendo, ci rispose qualcosa che voleva dire più o meno “una cosa alla volta”. Infatti, queste furono aperte successivamente: in poco più di un’ora tutte erano spiegate e gonfie di vento. “Ma come fai a capire quali sono le manovre di tutte le diciotto vele?” le chiesi guardando in alto quella ragnatela creata dal cordame. Aprì la tasca dei pantaloni ed estrasse una fotocopia con il piano velico del brigantino. I nomi delle vele erano scritti in inglese. “Io e lui” e mi indicò un ragazzo dell’equipaggio “siamo spagnoli. Per parlare con gli altri, che sono tedeschi, usiamo l’inglese. Non conosco i nomi delle vele in italiano.”

“Nemmeno noi!” le dicemmo. “E fra voi due come le chiamate, in spagnolo?” “No, sull’albero dall’alto in basso le chiamiamo con i numeri: quella più in alto è la uno, sotto la due e così via. E così avremo la cima della uno, della due eccetera.” Ingegnosità latina! Intanto ci stavamo spingendo sempre più al largo, verso il centro del Golfo degli Angeli, accompagnati dallo schooner che navigava alla nostra dritta, dandoci una visione che sembrava uscita dall’antichità attraverso uno strappo nello spazio-tempo. All’improvviso un elicottero ci sorvolò per riprenderci e l’hostess ci chiese di fare ciao ciao con la manina, perchè il filmato sarebbe servito per uno spot turistico. Purtroppo pochi risposero a quella richiesta che dovette sembrare un pò idiota. Intanto il vento rinforzò e il brigantino si piegò leggermente su un fianco. L’hostess ci comunicò che se fossimo scesi sottocoperta, nel salone, avremmo visto un bello spettacolo. Incuriositi, scendemmo e vedemmo che gli oblò erano sotto il livello del mare, poichè il veliero era inclinato su quel lato. Come se fossimo dentro una gigantesca maschera subacquea, si vedeva dietro lo spesso vetro, l’acqua trasparente e azzurra sotto la superficie del mare, illuminata dal sole, il cosiddetto “effetto lavatrice”. A tratti l’oblò riemergeva facendo scorgere sul pelo dell’acqua l’altro veliero che avanzava vicino a noi. Risalii sul ponte. Era giunto il momento di tornare indietro a motore. Furono serrate le vele quadre, con la solita grande fatica. Uno dei passeggeri, conosciuto per l’occasione, mi chiese: “Bruno, ma poi ce li daranno i bastoncini di pesce?” alludendo alla pubblicità col veliero del capitano Findus. Ridemmo senza esagerare per non diminuire lo sforzo sulle cime che servivano per serrare il fiocco. Ancora mi chiesi che forza dovevano avere i marinai di allora per manovrare durante le tempeste, visto che noi ci stancavamo facilmente in una giornata con poco vento. Anche lo schooner aveva acceso il motore e, serrate le vele, navigava contro vento.

Ora che l’aiuto dell’equipaggio dei principianti non era più necessario, venne servito uno spuntino a base di specialità regionali, nel salone all’interno. I passeggeri si tuffarono come un branco di piranha. Decisi di mangiare dopo che la ressa fosse diminuita, non volevo perdere un solo momento di quella magica mattinata. Mentre stavo fuori sul ponte, appoggiato allo stipite dell’ingresso della dog house, guardavo all’interno, osservando quella scena che mi ricordava il quadro che raffigura la zattera coi naufraghi della nave “Medusa” che, affamati, si diedero al cannibalismo. Uno dei commensali da dentro il salone, mi tese la destra. Non l’avevo mai visto prima, per cui, pensando che volesse salutare qualche suo amico alle mie spalle, proseguii per i fatti miei. Invece sentii che diceva all’uomo che gli aveva preso la mano, che voleva essere tirato fuori da lì perchè la nave era inclinata e non riusciva a salire i gradini per uscire all’esterno sul ponte. Arrivati in porto, il brigantino accostò al molo. Uno dei marinai tedeschi lanciò la sagola per fare recuperare la gomena. Come l’ormeggiatore a terra la assicurò alla bitta sul molo, il tedesco diede di volta, ansimando dallo sforzo, infatti la gomena avrà avuto una circonferenza di una trentina di centimetri, in più c’era il peso dell’acqua. Ma il capitano non era contento. Per tre volte fece ripetere la manovra per accostare al meglio la nave al molo, con pignoleria teutonica. La terza volta, il marinaio tedesco ringhiò una parola che, pur non conoscendo la sua lingua, non mi sembrò un’esclamazione di felicità. Dopo oltre quattro ore di mare sbarcammo, i passeggeri contenti di aver fatto una bella esperienza, io di aver realizzato un desiderio che accarezzavo sin da bambino.

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