La nostra prima barca.

Esperienze di bordo n. 629, settembre 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

La nostra prima barca.

Testo di Dario Ugenti
Pubblicato su Nautica 629 di Settembre 2014

“Monica” – dissi a mia moglie tanti e tanti anni fa mentre passeggiavamo su una banchina nel porto di Marina di Camerota – “il prossimo anno faremo le vacanze in barca a vela”. Stavo infatti ammirando un bellissimo Feeling di circa 10 metri appena arrivato da chissà dove e che stava ultimando la sua sistemazione nell’ormeggio assegnato in banchina. Mia moglie che, al solito, non mi contraddice mai perché poi le cose volgono nel verso che lei già conosce in anticipo, quella volta mi incoraggiò perché condivideva l’idea di fare le nostre vacanze su una nostra barca.

Non avevamo esperienza in tal senso, se non quella di piccoli gommoni o piccole barchette a motore. Ma eravamo giovani, con un bimbo di soli 3 anni e pieni di energia e di voglia di fare. Così rientrando a Roma iniziammo a frequentare i porti locali (Anzio, Nettuno, Fiumicino, Traiano, Civitavecchia), alla ricerca di una barca a vela possibilmente senza l’obbligo della patente. Ma più si cercava, più i modelli che si avvicinavano ai nostri desideri e alle nostre esigenze avevano la necessità del conseguimento della patente nautica. Il tempo passava, i mesi volavano e nei fine settimana era un continuo susseguirsi di incontri, visite, conoscenze, trattative. Insomma dovemmo arrivare a marzo per incontrare lei, la nostra prima barca a vela che si trovava sulla sua invasatura al marina del Nautilus di Fiumara a Fiumicino. Era un bellissimo Dufour 2800 del 1979, vecchio di 14 anni ma portati benissimo.

Per noi lo aveva trovato il Comandante Reggiani della CMM di Fiumicino, dove avevo preso la patente sudando le proverbiali 7 camicie con il Comandante Massimo Lampani, grandissimo istruttore e amico indimenticabile, e al Comandante Attilio, il poeta che decantava versi poetici quando noi, poveri diavoli alle prime armi nella conduzione di barche a vela, commettevamo errori orribili regolarmente nascosti dai suoi canti di versi omerici. Ogni uscita a vela era comunque una festa, così come le lezioni teoriche dove si incontravano le culture universitarie e quelle degli amici pescatori professionisti, costretti dalla norma di legge a conseguire la patente nautica. Non avendo informazioni di alcun tipo su questo modello, chiesi a “Nautica” se avesse provato la barca. E il Capo Redattore di quel tempo (sig. Rosola) mi inviò la prova dettagliata del Dufour 2800, che ci convinse definitivamente della scelta.

E così iniziai a formare la mia cultura nautica e contemporaneamente iniziò la mia carriera nautica. Ricordo che quando conseguii la patente, a luglio 1993, che in caso di fallimento avrebbe mandato all’aria le mie vacanze e quelle della mia famiglia, la voglia di prendere il mare fu talmente forte che io e mia moglie inaugurammo la prima uscita con il nostro Dufour prima dell’avere materialmente in mano la patente stampata, in spregio alla legge.

Comunque, nel bene e nel male, fresco di patente, la notte del 31 luglio 1993 salpammo dalla banchina del Nautilus di Fiumicino spinti, più che dalla voglia di prendere mare, dalla presenza di topi giganteschi in banchina – il cui squittire avevo scambiato inizialmente per stridii di uccelli notturni – subito scoperti allorquando buttai nel secchio della spazzatura la busta serale in preda al panico e alla paura. Lentamente, a motore, ci avvicinammo alla foce del Tevere con l’equipaggio del Dufour formato dal sottoscritto, mia moglie, mio figlio e il nostro più caro amico di sempre Steve, un americano di Roma, che aveva poco di americano e molto di romano. Ci dirigemmo subito verso Giannutri, accompagnati dalla spia sempre accesa del voltmetro grazie alla cinghia che slittava, per fortuna silenziosa, sulla puleggia dell’alternatore del motore e non riusciva a caricare la batteria. Arrivammo a Giannutri alle 8:00 e ci apparve uno spettacolo visto prima solo nei film: meraviglia, commozione, gioia, soddisfazione, compiacenza. Sentimenti indescrivibili che solo chi ha vissuto questi scenari può comprendere e apprezzare. E così facemmo il nostro primo bagno a Giannutri. Noi romani, abituati alle spiagge di Ostia o del litorale di Torvaianica, immersi in un’acqua che non trova ancora oggi adeguata descrizione per la sua bellezza e limpidezza, imparammo a giocare con i pesci che ti nuotavano intorno pizzicandoti le gambe oppure a scrutare il fondale davvero profondo di Giannutri, comunque bellissimo.

Saziati da tali bellezze, il giorno dopo decidemmo di dirigerci verso il Giglio. E così arrivammo a Giglio Porto verso l’ora di pranzo, scoprendo che la banchina era praticamente deserta. La nostra ignoranza marinara non ci fece comprendere che le barche erano fuori a godersi il mare mentre noi ci stavamo ormeggiando tranquilli e in perfetta solitudine presso la banchina di transito, dando il via al pranzo e a un meritato riposo. Inutile dire che di lì a poco iniziarono ad arrivare decine di imbarcazioni che si ormeggiavano prima di lato e poi di prua, riempiendo le nostre piccole bitte di cime sempre più grandi. A sera avevamo davanti a noi ben 3 barche a vela che, sommandosi alla nostra, davano una distanza finale dalla banchina di oltre 40 metri. Non è tanto la situazione che verrà a generarsi di lì a poco (gente che per tutta la notte passava sulla nostra barca, brusii e chiacchiericcio fastidioso ma comunque sopportabile d’estate), quanto il fatto che decidemmo alla ore 8:00 del mattino successivo la nostra partenza per l’Elba. Quindi alle ore 8:00 del giorno successivo sveglia generale. Gli equipaggi delle barche davanti si svegliarono increduli: occhi stralunati, vestiario succinto, aspetto assonnato e disorientato. Ma la cosa straordinaria è che non ci fu alcuna lamentela, anzi tutti a disposizione per la nostra partenza.

Io, non avendo esperienza pregressa, non seppi spiegarmi tanta gentilezza mista a disorientamento da sonno. Mi diedi lì per lì una spiegazione legata all’educazione di gente abituata a navigare a vela, ma successivamente trovai l’esatta motivazione di tanta bontà: si liberava un posto in banchina e tutti ne volevano approfittare. Però a me è restata la loro cortesia e generosità che spinse il Dufour a motore fuori da Giglio Porto. Diedi il comando di alzare la randa. Steve quella notte aveva messo in bando la drizza della randa poiché sbattendo sull’albero faceva un fracasso a suo dire insopportabile. Quindi quando si tirò la drizza, questa non essendo collegata alla randa se ne andò a circa metà altezza d’albero. Rapidamente il porto si riempì di sguardi attenti alle nostre manovre. La vergogna per tale situazione fu enorme, tanto che costrinsi Steve a saltare sul boma e a prendere un raffio per abbordare la drizza della randa che, non chiedetemi come, fu presa dopo pochi tentavi da parte di Steve sotto il tifo indemoniato degli spettatori. E così issata la randa e aperto il fiocco facemmo vela verso l’Elba e Porto Azzurro con gli applausi entusiasti degli spettatori occasionali del Giglio. A Porto Azzurro arrivammo verso sera e notammo immediatamente un posto in banchina. Eseguimmo una manovra perfetta. Prua fuori, retromarcia, Steve molla l’ancora e la barca va dietro perfettamente dritta. Arrivammo in banchina e mettemmo le cime di ormeggio a poppa. Tutto ok. Ma a un certo punto la barca si traversò, appoggiandosi sulla fiancata in banchina.

Mentre accorrono gli ormeggiatori, mi accorgo che Steve non ha cazzato la cima dell’ancora sulla bitta, lasciandola in bando. Non solo. Gli ormeggiatori si accorgono subito che abbiamo gettato l’ancora sulle catenarie, in un posto occupato da un’altra imbarcazione che di lì a poco doveva rientrare, e ci dicono di alzarla subito, sperando per noi di non avere incattivito tutto. Tutto ciò si svolse sotto l’evidente preoccupazione ed eccitazione di tanti richiamati in banchina, oltre agli equipaggi dei grandi motoryacht ormeggiati ai moli e affacciati sui loro ponti. Come Dio volle riuscimmo ad alare l’ancora e ad allontanarci ormeggiando in rada, lontano da tutti e da tutto, soli con la nostra vergogna e la nostra inesperienza. E anche se le stesse situazioni si ripetettero quell’anno con sfumature diverse a Marina di Campo, a Portoferraio, a Marciana Marina, tutto contribuì alla mia formazione nautica e a quella della mia famiglia, tanto è vero che mio figlio iniziò a riprendermi quando il fiocco veleggiava perché la balumina non era tirata, oppure quando non mantenevo la rotta e lui correggeva con il pilota automatico, o anche a Riva di Traiano quando l’ormeggiatore del porto cercando inutilmente di aiutarmi nella manovra di ormeggio a retromarcia, mi invitava a ormeggiare prima al posto n. 1, poi viste le mie difficoltà in retromarcia, al n.2…, al n. 4…, al n. 5…, dicendomi infine “ormeggiati dove…. vuoi, basta che ne trovi uno che ti va bene”, avendo perfettamente compreso che non ero in grado di gestire la barca in retromarcia.

Oggi dopo tanti anni sia di mare sia d’età, abbandonata la vela per una vacanza più rilassante sulla terraferma, la voglia di mare è sempre forte. E così io e mia moglie (mio figlio ormai ci segue pochissimo) ci godiamo ad agosto il mare della nostra amata Sardegna nella nostra casetta nel Golfo di Marinella ospitati dalla straordinaria accoglienza sarda che ci consente di visitare le sue bellissime coste a bordo del nostro magnifico fisherman, del quale vi ho già parlato lo scorso novembre.

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