La buona stella.

Esperienze di bordo n. 631, novembre 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

La buona stella.

Testo di Marco Bernardi
Pubblicato su Nautica 631 di Novembre 2014

Alcuni anni fa mi trovai in una situazione ingarbugliata e pericolosa che mi portò alla mente un passato ancora più remoto, trovando poi, anni dopo, spiegazioni misteriose e inquietanti. Dopo aver navigato tutta la notte, in compagnia di moglie e figlio – all’epoca ne avevo uno solo – ero ormai nelle vicinanze della Feniglia, diretto a Cala Galera e proveniente da Fiumara grande. Era una bella mattina e navigavamo di conserva, io con lo “Zub’g’bi”, un Pierrot 9,16 del ’75, e il mio amico Giorgio con “Eulalia”, un Comet 801. Fino a quel momento avevamo incrociato diverse boe di segnalazione di reti e palamiti, il mare era tranquillo e il vento – era mattina – ancora poco intenso. Chi ha navigato da quelle parti conosce bene le sventolate pomeridiane, ma in quel momento la navigazione era piacevole e tranquilla.

A un certo punto, una boa lasciata a sinistra, a una distanza di sei o sette metri al massimo, iniziò a muoversi con noi. Capii immediatamente che avevamo preso una rete o un palamito con la pinna della barca che pesca almeno un metro e ottanta. Probabilmente la stanchezza o l’eccessiva confidenza mi avevano fatto commettere un errore, il primo. Virai immediatamente in cappa, cercai cioé di fermare la barca, che navigava solo a vela, con la speranza di liberarmi dell’intralcio. Ottenni l’effetto opposto – secondo errore – ma daltronde non avevo molte altre scelte per fermare la barca che navigava a vela. Una volta fermata la barca, mi guardai intorno: si vedevano solo delle piccole barche in lontananza, “Eulalia”, la barca del mio amico a una trentina di metri di distanza, e null’altro. Il mare era tranquillo, quindi dissi a Donatella che sarei entrato in acqua per sbrogliare l’intralcio al più presto, anche per evitare di litigare con i pescatori che lo avevano messo in opera. Presi quindi solo la maschera, niente pinne e – terzo errore, il più grande – niente coltello, ed entrai in acqua. Si trattava di un palamito, composto da un trave di cordino arancione, lo ricordo ancora bene, e da terminali di nylon molto grossi con ami così grandi che non avevo mai visto tra i pescatori dilettanti, ogni amo era innescato con delle sarde intere.

Il cordino arancione si era ingarbugliato tutto intorno all’elichetta del log, al bulbo, all’elica e alla pala del timone. Iniziai da prua, con lo sbrogliare l’elichetta del log, poi passai al bulbo, infine alle parti di poppa. All’improvviso mi si gelò il sangue – chi ha fatto il bagno in alto mare conosce bene la sensazione di insicurezza che dà il cono di luce che si restringe nel blu del mare profondo – qualcosa aveva afferrato la mia caviglia destra e tirava verso il fondo. Con terrore abbassai lo sguardo verso la mia caviglia, un terminale del palamito si era avvolto intorno a questa e l’amo minacciava di entrarmi nella carne da un momento all’altro. In quel preciso istante, sembrerà strano, ebbi un flashback, mi tornò alla mente il padre di un mio compagno di scuola delle medie, amante delle immersioni, che fu trovato morto tra reti di pescatori. La situazione era veramente grave o poteva diventarlo, se l’amo mi fosse entrato nella carne non so se sarei riuscito a strapparlo, visto che non avevo il coltello per tagliare il nylon, troppo grosso per essere rotto a mano. Sembrerà retorica, anche se più avanti la penserete diversamente, ma una mano invisibile mi aiutò.

A un certo punto la tensione sul palamito si allentò, le spire del grosso nylon del terminale si allargarono quel tanto che bastò al mio piede, senza pinna, per scivolare fuori dalla trappola. Uscii dall’acqua come rinascendo a nuova vita, chiesi a Donatella, che non si era resa conto di nulla, di passarmi un coltello, tagliai velocemente tutto e, risalito a bordo, ripresi a navigare con il cuore ancora in subbuglio. Anni dopo, incontrando di nuovo Marco, il mio compagno di scuola delle medie, rievocammo ricordi e avventure di mare che ognuno di noi aveva vissuto separatamente. La famiglia di Marco, malgrado il lutto che l’aveva colpita e dimostrando quell’amore così profondo per il mare che avevano trasmesso anche a me in età adolescenziale, aveva aperto una bellissima libreria di mare in centro a Roma e lui aveva navigato molto a vela.

Quando gli raccontai l’episodio del palamito e il frangente del flashback del padre, al momento della localizzazione del luogo in cui era avvenuta l’avventura, Marco rimase a bocca aperta. Nel raccontarlo ancora sento un brivido e vedo l’immagine del padre che, nei miei ricordi di dodicenne, appare come somigliante ad Hemingway. Il luogo in cui era avvenuta la mia avventura era lo stesso in cui egli era morto. Ci guardammo negli occhi e rimanemmo senza parole, accomunati da tante cose che, a volte, non c’è bisogno di dire.

Si possono pensare cose molto diverse riguardo a ciò che accadde, può essere stata semplicemente una corrente a spostare la barca quel tanto che ha fatto allentare la tensione sul palamito, può essere stata la fortuna che, a volte, aiuta gli audaci o può essere stata una mano benevola, un’energia positiva che ancora vive in quel tratto di mare. Ognuno può trarre la sua conclusione ma perchè, in un frangente così particolare, in quel luogo, a distanza di almeno venti anni da quando era accaduto e dall’ultima volta che lo avevo visto, mi apparve proprio la figura del padre di Marco? Non tutto è spiegabile, né deve esserlo per forza, io però ricorderò sempre con affetto quella figura e l’amore per il mare che permeava la sua casa e la sua famiglia e che forse ha risuonato in sintonia con il mio.

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