Dalla parte dello Skipper: quando l’ospite non ascolta.

Esperienze di bordo n. 632, dicembre 2014: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Dalla parte dello Skipper: quando l’ospite non ascolta.

Testo di Salvatore Moreno
Pubblicato su Nautica 632 di Dicembre 2014

Imbarcare ospiti non sempre si rivela una scelta priva di conseguenze, nei casi più nefasti si rischia di perdere la barca semplicemente perché chi sale a bordo non ascolta e nello specifico del mio racconto proprio questo ho rischiato. “Sono 30 anni che vado in barca!”, questo mi dice l’ospite che imbarco a Mindelo (Capo Verde), bene penso, ci si può fidare, in un trasferimento di 1400 miglia per la prima e sola tappa, Fernando de Noronha, una mano e un occhio in più sono sempre ben accetti. Il primo dubbio mi sorge quando l’ospite, che afferma avere smesso di fumare da molti anni, mi dice di avere con sè poche gomme alla nicotina e cerca una farmacia per farne scorta ed ovviamente non le trova. A Capo Verde come in tutti i paesi non ricchi semmai il problema è scroccare le sigarette ai turisti, pensa te se vendono le Nicorette! Bon, si salpa.

Parliamo della navigazione e l’ospite afferma di aver insegnato teoria in una scuola e, controllando con puntiglio carta e rotta, mi chiede come mai la rotta bussola è diversa dalla rotta segnata dal GPS, non si rende conto che qui c’è una declinazione di oltre 20°. Arriva la notte e scambia la rotta di una nave come in papabile abbordaggio non riconoscendone le luci di navigazione, il mercantile è a oltre quattro miglia e in rotta al nostro traverso. L’ospite registra con dovizia le variazioni barometriche e non conosce le oscillazioni di marea barometrica, teorizza pronostici meteo inaffidabili. L’ospite si lamenta per la fatica fisica che impongono le manovre, è chiaro che non è abituato a maneggiare tela e il solo prendere una mano all’arrivo di un rinforzo e poi ridare tela è per lui un lavoro gravoso. Mi rendo conto che dovrò rinunciare all’idea di una mano e un occhio fattivo in più, in buona sostanza mi adeguo alla situazione e riprendo il ritmo della navigazione del solitario.

Anche nel quotidiano si evidenziano le differenze, sono tali da rendere non facile il colloquio, da un lato uno fattivo e dall’altro un inconcludente, uno “rock” quanto l’altro “lento”, troppo lontani. Inoltre con il passare del tempo realizzo che l’ospite soffre di una forma di vittimismo, mi parla di un altro trasferimento oceanico con uno skipper che non gli faceva toccare nulla e che a suo avviso essendo un incolto non sopportava il sapere dell’ospite. Mi confida di essere stato vittima di mobbing nel lavoro da parte di colleghi che (ma guarda un pò, anche questi…) erano invidiosi delle sue qualità e afferma con malcelato astio che quelli che nella vita hanno fatto carriera sono solo degli yesman. Mi rendo conto di avere a che fare con un inetto e pure vile che sparla alle spalle del prossimo, mi fa un pò pena ma anche rabbia, non ho mai sopportato chi per giustificare la propria incapacità ha bisogno di colpevolizzare il prossimo. Il comico è che l’ospite inizia a contestarmi, parla delle sue regate in quarta classe e non comprende le regolazioni basiche di una vela, mi considera un maniaco per la mia attenzione alle manovre. Non comprende neanche che un pilota a vento necessita di regolazioni affinché la rotta da percorrere sia la più congeniale e contesta anche questo. Lascio passare, considero il fatto che magari è un navigante che si è formato da solo, senza scuola o confronto con altri ha ormai metabolizzato il proprio modo di andare per mare, ha sempre fatto così e così va bene.

Un giorno l’ospite esordisce affermando che non serve essere così performanti nelle regolazioni delle vele, sostiene che anche se guadagnassimo un solo nodo sarebbe poca cosa in confronto alle energie spese. Gli faccio notare con tono pacato che il nodo guadagnato consentirebbe di atterrare oltre tre giorni prima e che questo in caso di un appendicite o una seria malattia costituirebbe la differenza tra la vita e la morte, che per percorsi così lunghi maggiore è il tempo navigato e maggiore è il rischio meteo oltre al fatto di una economia d’usura (meno motore per ricaricare le batterie, meno carburante ecc.) e che la barca sente molto le regolazioni, in particolare, essendo un deriveur per deriva e scarroccio occorre buona velocità. Nel frattempo l’ospite con 30 anni di esperienza rischia di intasarmi il wc con la carta igienica, intanto qualche bottiglia di superalcolico evapora, cambiando la bombola del gas mi dice che il gas non arriva al bruciatore perchè ci vuole un pò di tempo per farlo affluire e non aveva aperto la valvola, tocca la radio HF e sposta i parametri, non assicura le cime sopravvento di trinchetta e yankee nonostante più volte glielo faccia notare. La tensione sale, l’ospite inizia a innervosirmi.

Poi arriva il fattaccio: stiamo navigando verso l’Equatore, ogni tanto arriva qualche groppo, niente di grave, di giorno sono ben visibili e di notte altrettanto al radar. Sto dormendo a prua e mi sveglio di soprassalto per il forte rumore dell’acqua che scroscia sulla tuga, corro in pozzetto e realizzo subito che l’ospite si è fatto sorprendere in pieno giorno da un bel groppone con tutta la tela a riva, è in uno stato confusionale, in chiara difficoltà. Mi metto al timone, lo rassicuro invitandolo alla calma e gli dico di prendere le mani, l’ospite rolla lo yankee in malo modo, ammaina e la randa è completamente a ciondoloni con le stecche che sbattono violentemente, la pioggia è battente, il mare monta, comunque al gran lasco anche se a secco di tela la barca avanza bene, 5 nodi. Non inveisco, non serve, dico all’ospite di mettersi al timone, accendo preventivamente motore e gli preciso di inserire marcia solo ed esclusivamente in caso di straorzata, per il momento mi devo preoccupare di assicurare la randa al boma prima che qualcosa si rompa. Fatico un pò a sistemare la tela e quando rientro in pozzetto l’ospite mi chiede del perché del cicalino d’allarme motore. Uno sguardo, da un winch dello yankee manca la scotta, anche stavolta non è stata assicurata, è sgusciata dalla pastecca e l’ospite contravvenendo alla più elementare norma ha pensato bene di dare marcia senza controllare se ci fossero cime in acqua e tutto ciò senza alcuna necessità! L’ospite bofonchia “Che colpa ne ho io se la scotta è sgusciata?”

L’asse dell’elica è bloccata, è una situazione pericolosa che l’ospite non comprende, sottovento abbiamo i bassifondi e gli scogli dei Penedos di Sao Pedro e Sao Paulo che dovremo scapolare con una corrente di 2 nodi che porta quasi verso gli stessi e per di più di bolina che non è di certo l’andatura piè performante per un deriveur. Non mi perdo d’animo, indosso pinne e maschera ed assicurato alla barca provo a disfare le spire, ma c’è troppa onda formata e una piccola volta si è incastrata all’interno della boccola dell’asse, troppo pericoloso per insistere. Il resto è storia, il vento fortunatamente non ha mollato altrimenti senza propulsione velica avrei perso la barca, abbiamo scapolato i Penedos e si è potuta raccontare. Così non è andata per una barca inglese che l’anno prima invece al traverso ad 8 miglia dei Penedos è affondata. A Fernando de Noronha, subito dopo aver dato fondo all’ancora sotto vela, la prima cosa che ho fatto è stata risolvere il problema della cima incattivita. E l’ospite? Beh, lui mi ha aiutato illustrandomi come dovevo immergermi in sicurezza per tagliare la cima, il comico è che io sono Dive Master. Il poco di buono che c’è in questa storia è che quantomeno l’ospite ha preso poi coscienza del pericolo corso e causato per sua imperizia, questo una sera che argomentavamo a proposito del “fattaccio” con l’amico skipper del ketch “Tango” che essendo salpato un giorno prima in quella navigazione ci precedeva e aveva già scapolato i Penedos. Mi auguro che abbia anche compreso che non si può così irresponsabilmente mettere a repentaglio l’altrui bene, io con lui ero stato ben chiaro raccomandandogli di svegliarmi qualora si fossero presentate o evidenziate difficoltà. Ora sono in Argentina, ho goduto di belle navigazioni e buon vento in Brasile e in Uruguay, senza l’ospite ovviamente! Saprò solo poi che l’ospite in occasione di un’altra traversata oceanica si è rifiutato di stare al timone sotto maltempo e che ha manifestato sintomi di panico sulla sua barca alla fonda in occasione di un rinforzo di vento. “Sono 30 anni che vado in barca!” diceva. Questo racconto non vuole essere sterile polemica ma fonte di esperienza vissuta.

Morale, per sdrammatizzare sarcasticamente, tra il serio ed il faceto: difendi i tuoi diritti di skipper, divulga questa informazione affinché “l’ospite” non combini guai. Nel caso che “l’ospite” salga a bordo non perdere la fiducia, puoi sopravvivere all’esperienza, altri lo hanno fatto prima di te.

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