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I 20 anni del free.

Esperienze di bordo n. 633, gennaio 2015: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

I 20 anni del free.

Testo di Gaspare Bertolini
Pubblicato su Nautica 633 di Gennaio 2015

Si era in due, due fratelli adulti ma un pò bambini, pochi soldi in tasca, stanchi di sistemare come ogni fine estate motoscafi logori, antichi, lenti e pesanti. Ma di tutte le virtù di cui peccavamo, la fantasia di certo non ci mancava. Io, Gaspare, una vena artistica affermata da tempo ma fino a quel settembre limitata al campo dell’arte, molti quadri altrettanti disegni, qualche foto e tante idee sempre. Juan, mio fratello, un preparatore motoristico autodidatta che già dai tempi delle medie elabora i ciclomotori degli amici. Tra di noi poche cose in comune, esattamente tre. La prima un padre eclettico che fin dagli anni ’70 veleggiava in hobie-cat tra le acque dell’isola di Favignana, irridendo quella gente che vedendo il piccolo catamarano come una specie di astronave pronosticava naufragi certi e rapidi. La seconda, appunto, la regina delle Egadi. La terza una passione smodata per lo sci nautico.

Dimenticavo, nessuno dei due svolge un lavoro incline alle proprie abilità. Settembre 1994: “Gaspare ho un motore da 25 cavalli che si può elaborare fino a 35, basta solo qualche cycler e un pò di buona volontà!!”, da giorni mio fratello mi ripeteva questa frase, ma 25 o anche 35 cavalli sono sempre pochi per portare un motoscafo alle velocità accettabili per il monosci. La mia mente pensava e forse anche creava ma io non lo sapevo. Inizialmente parte la ricerca dello scafo economico, leggero, comodo e veloce. Entrambi sondiamo il mercato dell’usato, niente di niente, solo vecchi scafi simili a quelli che avevamo avuto in passato.

Una sera esce l’idea dello scooter d’acqua, veloce sì ma troppo scomodo, l’idea viene bocciata prima di andare a letto. Ma credo che sia stata proprio quella notte che nella mia testa è scattato qualcosa, l’intuizione d’artista. Lo scafo non andava comprato, e nemmeno modificare un vecchio scafo era una buona idea, lo scafo andava costruito di sana pianta. Disegno, disegno e disegno, le matite si accorciano e le idee trovano la giusta via tra cervello e mano, il disegno mi soddisfa. Lo guardo bene, ho tolto tutto quello che non serve su un motoscafo, comprese le sponde laterali, somiglia lontanamente a un gommone senza tubolari con posto di guida e console arretrati sulla poppa. Scelgo il compensato per garantire la leggerezza, in questo modo tutte le nostre esigenze dovrebbero essere soddisfatte. Velocità con poca potenza, spazi sufficienti sia per lo sci nautico sia per qualche uscita ricreativa. Entusiasta presento i disegni a Juan, l’idea gli piace e mettiamo insieme i nostri risicati risparmi. Subito si calcolano i volumi, si fa il modellino e si prova in acqua nella vasca da bagno.

Il modellino supera tutti i test con disinvoltura, sembra immune da difetti. Inizia il lavoro vero e proprio, il cantiere è la veranda coperta della casa di Juan. Io e mio fratello entriamo in sinergia, chi ha un momento libero lavora sullo scafo, così facendo superiamo tutte le difficoltà incontrate derivanti dall’assoluta inesperienza cantieristica e a luglio 1995 ci presentiamo con un gioiellino tutto rosso, sulla prua scriviamo in bianco a caratteri molto grandi “Free”. Ma non è solo il nome della barca è un modo di pensare ed è anche il mio stato d’animo: sono “libero” di pensare e di realizzare. Il varo si trasforma in una festa, tutti vogliono salire a bordo per un giro anche i bambini più timidi e impauriti. Anche i nostri genitori vogliono provare, e chi può mai dimenticare lo sguardo di mia mamma e la soddisfazione di papà?

Faccio un giro con Juan, tenuta di mare eccellente, velocità oltre i 30 nodi con 35 cavalli, ricordo la stretta di mano con mio fratello e l’esclamazione reciproca “ottimo lavoro”. La ormeggio per la prima volta e allontanandomi dal porticciolo ripenso alle soluzioni tecniche adottate: carena a “V” profonda per assicurare buona tenuta di mare e braket di cm 50 per alzare il piede del motore di cm 4/5 e ridurre l’attrito garantendo velocità. In un breve ma intenso autocompiacimento mi sento davvero intelligente. Proviamo il monosci ed è la miglior barca che mi abbia mai trainato: gentile, ti perdona i piccoli errori ed evita traumi seri. Fin dal primo anno arrivano le soddisfazioni per questa bella impresa familiare, come quando da un Wally di oltre 20 metri mi chiesero dove potevano acquistare una creazione analoga.

Tante soddisfazioni ma anche tanti fastidiosi quesiti da parte della gente comune che riversando il proprio timore del mare su di me chiedono spesso: “È pericoloso? Ribalta facilmente? Cos’è?”. Ma io evito di rispondere a tali domande. L’evidenza è che in 4 metri e venti si va tranquillamente in 4 – ovvero la mia famiglia – c’è anche un prendisole per mia moglie e a volte siamo andati anche in 10, ma non è il caso di dirlo, per evitare problemi con le autorità. Tutti gli obiettivi sono stati centrati con incredibile precisione. Ecco appunto, il rapporto con la Guardia Costiera è stato sempre un pò travagliato per la presenza di tanti elementi: ignoranza delle leggi sull’autocostruzione, Area Marina Protetta e non nego una certa imprudenza personale a volte. Ma nonostante tutto, a luglio 2015 compirà il suo ventesimo varo e ogni volta da vent’anni è sempre la solita festa, ormai la usano i miei figli che se la dividono con rigidi turni a inizio estate, io giro su “Nuvole”, un’altra intuizione d’artista, ma quella è tutta un altra storia.

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