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Crociera a vela con riflessioni.

Esperienze di bordo n. 635, marzo 2015: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

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Crociera a vela con riflessioni.

Testo di Fabrizio Cecchini
Pubblicato su Nautica 635 di Marzo 2015

Venerdì 28 novembre partiamo da Ferrara, destinazione Croazia, isola di Krk, Marina di Punat, ove ci attendono all’ormeggio un 44 e due 50 piedi per il raduno d’autunno del Gruppo Velico che chiude la stagione delle crociere (per alcuni). La prima sorpresa è stata trovare le bitte di ormeggio di metallo piegate dal colpo di bora a 85 nodi di due settimane prima, tanto che le nostre cime sembrano sempre in procinto di sfilarsi e ci costringono almeno a dare una doppia volta al doppino. Dopo il check in e l’ottima cena con il solito piatto unico croato, peraltro ottimo ed economico, filiamo in cuccetta per svegliarci presto la mattina dopo. Si salpa e si punta sulla baia di Supetarska Draga sull’isola di Rab, la nostra barca che è la più recente, e quindi più appesantita, anche di accessori, soffre molto la leggera brezza di bora che qui soffia da Est, e restiamo ultimi della flotta; più avanti, uscendo dalla copertura dell’isola l’intensità del vento sale a 25 nodi e ci consente di rimontare e giungere per primi in marina, pensando già agli sfottò verso gli altri equipaggi che animeranno la cena. Il giorno seguente molliamo gli ormeggi alle otto in punto e tornando verso l’isola di Krk, ci fermiamo nella baia all’estremo sud per visitare il paesino di Baska. Un bellissimo villaggio la cui caratteristica sono gli strettissimi vicoli e le minuscole porte delle case, anche in altezza, che avevano l’obiettivo di difendere la popolazione dagli attacchi dei turchi che in questo modo riuscivano a passare solamente uno alla volta, facilitando la difesa. Nel primo pomeriggio rotta verso la città di Rab, purtroppo a motore, visto che l’alta pressione ci regala un bellissimo sole e una temperatura di oltre 20 gradi, ma causa anche la mancanza del nostro mezzo propulsivo preferito, il vento.

La città vecchia si trova su una penisola tra due meravigliose baie successive che formano un porto naturale. Tutto è pensato per il turista, ogni pochi metri un tabellone luminoso riporta la descrizione in diverse lingue, tra cui l’italiano, dei vari edifici religiosi e non. Le tre stradine parallele a diverse altezze, che portano sulla sommità della penisola e a un belvedere sull’altra baia, sono molto pulite e lastricate in pietra, deliziose. Il giorno dopo al briefing degli skippers leggendo sull’ottimo portolano 777 dell’esistenza dell’isola ex carcere di Goli, e mancando vere alternative per un rientro nei tempi, decidiamo, anche grazie alle ottime previsioni meteo, di fermarci per la notte. Sarà forse per caso, ma il destino ci porta in un luogo simile proprio la notte del 31 Ottobre, che per alcuni rappresenta la festa di Halloween, ma è pur sempre anche il giorno precedente alla ricorrenza di Ognissanti, nel ponte che riserviamo anche alla commemorazione dei defunti. L’ormeggio all’inglese delle tre barche avviene senza problemi nel porticciolo abbandonato, dotato di grossi bittoni di cemento e due scivoli che probabilmente servivano per il carico e scarico di uomini, merci e automezzi; su uno dei due sono ancora presenti due enormi blocchi di cemento armato che suonano vuoti e si trovano su alcuni rulli di legno, pronti ad essere varati e utilizzati per la costruzione di un molo. Sull’altro lato si vede un piccolo binario come quello in uso nelle miniere, che poco lontano si interrompe, forse per la necessità di utilizzare il ferro di cui era formato per qualche altra funzione. Il luogo è veramente spettrale, le uniche presenze siamo noi, lepri e pecore, le cui deiezioni ci costringeranno al lavaggio delle suole prima del rientro in barca. Decidiamo di partire per un’escursione, portando con noi le ovvie dotazioni necessarie su un’isola disabitata, senza energia elettrica. Intorno all’approdo enormi edifici abbandonati, molti con tetti semicrollati, rivelano la presenza della passata esistenza di un’enorme industria metalmeccanica che serviva anche per la costruzione di utensili atti a spaccare le pietre.

Troviamo una rudimentale barella che poteva servire a due uomini a trasportare le pietre, delle quali è infatti carica. Sono visibili alcune cave servite dai piccoli binari descritti prima, c’è un edificio con una cappa aspirante e un forno e la presenza di un maglio ci indica che era la bottega di un fabbro che poteva temprare gli utensili che costruiva. Grossi silos di cemento consentivano lo stoccaggio di materiali inerti come la ghiaia o la sabbia. Allontanandoci dalle imbarcazioni imbocchiamo un sentiero che porta a un enorme recinto costruito in pietra, un altra palazzina e un campo di calcetto; una targa indica che era il cinema facente parte del “circolo ricreativo” riservato alle guardie, ma dove venivano mostrati anche filmati di propaganda politica ai detenuti. Il carcere, ma sarebbe meglio chiamarlo lager, era infatti riservato soprattutto ai dissidenti del regime di Tito, in seguito divenuto colonia penale, ha funzionato sino al 1989. Continuando la nostra camminata ci imbattiamo in una vera e propria città industriale fantasma, caratterizzata da una strada centrale in cemento che scende sino a un altro porticciolo che avevamo già intravisto dal mare; capannoni a destra e a sinistra e in cima alla strada una grande cisterna in pietra, come un laghetto ora vuoto. Una componente dell’equipaggio che conosce bene la lingua croata, ci traduce la scritta che qualcuno ha composto con i sassi: “pietra, ancora pietra, perchè solo pietra… ?”

La cosa evidente è che mancano i locali adibiti a celle per la detenzione. Un’altra targa ci svela l’enigma: i detenuti erano costretti a vivere nelle tende montate all’interno dei recinti visti prima e costruiti con muretti a secco, con caldo torrido d’estate e il gelo, ma soprattutto la bora, d’inverno, e ricordo che il nome Goli Otok significa isola nuda, a certificare la forza con cui essa spira. Evidentemente l’intento era sì quello di farli lavorare ma anche di eliminarne parecchi. A volte la vela ti porta a pensare quanto sei stato fortunato a non nascere nel posto sbagliato e nel momento sbagliato; ti insegna ancora una volta di più a rispettare l’ambiente e la natura che ci circonda, ad essere solidale con il prossimo, in mare come in terra, a godere delle piccole cose che si possiedono e che troppo spesso si danno per scontate. Il resto della crociera, che è finita il giorno dopo senza problemi, di fronte alle sensazioni provate a Goli e alle successive riflessioni, è totalmente trascurabile e priva di interesse. Per diversi giorni non sono riuscito a togliermi dalla testa il pensiero dell’assonanza del nome Goli con la parola Gulag, magari veramente con significato simile all’interno del ceppo linguistico della sfera sovietica del passato.

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