Versilia Rendez-Vous

Isola Asinara, memorie e ricordi.

Esperienze di bordo n. 638, giugno 2015: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Isola Asinara, memorie e ricordi.

Testo di Marina Rita Massidda
Pubblicato su Nautica 638 di Giugno 2015

All’Asinara si vivono momenti ricchi di forti emozioni, soprattutto abitando in un faro maestoso sul mare: è come gettare l’ancora da una barca e godere della bellezza del mare con il suo fascino e il suo mistero.

Discendo da una famiglia presente all’Asinara dal 1888 e io stessa ho vissuto per circa 24 anni al Faro di Punta Scorno poiché mio padre (oggi pensionato) svolgeva il lavoro di guardiano del faro. La bellezza della natura rimane ancora oggi, l’isola è lì e sarà sempre allo stesso posto come un gioiello prezioso che brilla, invece le “memorie” volano e si sgretolano senza rendersi conto di quanto importante capire e apprezzare l’umanità che viveva su questa terra. Non è facile trasmettere delle emozioni, soprattutto quelle che il mio cuore stesso ha vissuto e ha percepito, ma io ci provo lo stesso. Questo racconto lo dedico al paesello di Cala D’Oliva in memoria di tutte le persone che hanno vissuto con amore e dedizione all’Asinara ma rivolgo il pensiero anche a coloro che periodicamente dovevano recarsi sull’Isola Carcere per raggiungere i propri cari che lì scontavano una pena. I traghetti che collegavano Porto Torres con Cala D’Oliva sono stati diversi attraverso la storia carceraria. Io ho 43 anni e ho conosciuto la “Virtude” e il “Gennaro Cantiello”. Si viaggiava per raggiungere la terra ferma e tutte le volte sentivo parlare di “quelli dei colloqui” così venivano definiti – per far prima, non per irriverenza – i parenti dei detenuti, persone che perlopiù in vita loro non avevano mai “vissuto” il mare.

Dell’Asinara si parla spesso dei detenuti – che provenivano da tutta Italia – a proposito di cosa facevano, cosa mangiavano, come passavano il tempo e così via, ma non si parla mai (o raramente), dei loro parenti.

Mogli, figli piccoli ancora in fasce, genitori spesso anziani e malati arrivavano con la nave da Genova verso le otto di mattina, speranzosi di poter poi prendere alle 11.00 il traghetto per l’Asinara, ossia per Cala D’Oliva, partenza che in inverno con il brutto tempo era spesso rimandata costringendo queste persone a trovare alloggio a Porto Torres andando incontro a molte spese. Alcuni non demordevano aspettando che il mare calmasse, altri tornavano indietro senza aver rivisto il proprio caro. Ricordo numerosi episodi che avvennero durante la navigazione verso Cala D’Oliva oppure viceversa. Le giovani mogli dei detenuti con bambini cercavano scrupolosamente di controllare se questi ultimi fossero in ordine, ben pettinati, attente a non fargli sporcare il vestino “nuovo” e anche loro stesse, composte e con lo sguardo timido spesso cercavano velocemente di “abbellirsi” toccandosi più volte i capelli con le dita, raccogliendoli nel fazzoletto, che all’epoca (soprattutto negli anni 70) andava molto di moda annodato sotto il mento. Alcune con dei movimenti impacciati e discreti, azzardavano mettere sulle labbra un filo di rossetto, ma proprio un tocco leggero per apparire più belle al loro amore, al loro sposo, al padre dei propri figli.

Durante i viaggi con il levante il traghetto navigava a fatica creando panico e spavento nelle persone che soffrivano di mal di mare o che non erano abituate a navigare. Non potrò mai dimenticare i genitori dei detenuti, lo sguardo di quelle madri che per la prima volta andavano a trovare i figli. Madri di ogni età e cultura, povere o ricche, timide o estroverse, ma tutte cercavano di scambiarsi una parola, una frase di reciproco conforto, alcune con riservatezza, sottovoce, altre più espressive, ma tutte finivano per farsi delle confidenze, per riflettere, per cercare di capire il perché di questo figlio che aveva commesso un errore e quanto fosse dipeso dal loro compito di genitori, dall’educazione impartitagli sin dalla nascita.

Solitamente le famiglie portavano ai loro carcerati dei doni consistenti in cibo: spesso si trattava di dolci o prodotti tipici della regione alla quale appartenevano, inoltre potevano portare indumenti intimi, qualche maglione di lana, ma non potevano regalare vestiti che avrebbero potuto sostituire la loro “divisa” composta da pantalone marrone (tendente al ruggine) come la giacca e gli scarponi robusti. Ogni dono veniva accuratamente controllato dalla guardia (attualmente chiamata Personale di Polizia Penitenziaria), i dolci venivano tagliati a pezzi per controllare che non vi fossero oggetti contundenti o altro non ammesso in carcere.

Quando si approdava a Cala D’Oliva, dopo circa novanta minuti di navigazione, il porticciolo si animava con un via vai di guardie e detenuti per il carico e scarico di merci di ogni sorta. I parenti dei detenuti venivano accompagnati al carcere dell’Asinara che era composto da otto piccole unità dislocate in tutta l’isola con le celle e una minuscola caserma dove solitamente stavano un appuntato e un brigadiere con le loro famiglie, più un recinto in pietra dove venivano rinchiusi gli animali alla sera.

I colloqui (dopo il controllo della persona) avvenivano nelle apposite sale. Per sole due ore tanti cuori battevano, tanti occhi si imperlavano di lacrime, tante mani che si volevano sfiorare, e questo luogo a parer mio, in questi momenti così toccanti diventava sacro, perché regnavano l’amore, la riflessione, la dignità.

Delle volte si partiva da Porto Torres per l’Asinara con il mare piatto ma durante la navigazione il mare si agitava. Allora non si approdava più a Cala D’Oliva, bensì a Cala Reale, strategico punto approdo e difesa sin dal tempo dell’antica Roma. Capitava raramente che il traghetto non potesse ripartire da Cala D’Oliva per l’aumento del levante e in questo caso le “persone dei colloqui” venivano ospitate nella foresteria. L’ultima dell’Asinara (durante il periodo carcerario ci sono state diverse foresterie anche a Fornelli, ma sempre una alla volta) si nota immediatamente: è una casa rossa con le finestre bianche proprio sul mare dal blu intenso della cala. In questa foresteria venivano accolte le varie autorità che soggiornavano sull’isola per motivi di lavoro legati strettamente al carcere, vi furono ospitati anche i giudici Falcone e Borsellino. Ho ancora nella mente l’immagine viva di essi.

Oggi l’isola è Parco Nazionale. Arrivando a Cala D’Oliva soprattutto nelle belle giornate di sole il panorama è di straordinaria bellezza, e oltre all’ultima foresteria, notiamo un antico cannone proprio ai piedi di una torre costruita agli inizi del 1600 alta dieci metri e posta a circa 20 sul livello del mare. Troviamo tre torri in tutta l’Asinara, oltre a quella di Cala D’Oliva ci sono anche la torre di Punta Trabucato e di Cala Rena più o meno delle stesse dimensioni ed epoca storica.

Questo cannone all’Asinara ebbe una vera e propria storia che desidero raccontare. Nel 1939 questo pezzo di artiglieria si trovava a Porto Pagliaccia nei pressi del porticciolo della banchina di Fornelli (a sud dell’isola) sotto i tamerici (un tipo di albero diffuso nei luoghi salmastri) con la parte anteriore immersa nell’acqua di mare. Non si sa perché questo cannone fosse posto proprio in questo luogo… forse perché in un passato era stato portato oppure lo avrebbero dovuto portare (e non lo hanno fatto) al “Castellaccio” ossia il famoso “fortilizio” che domina Fornelli da circa l’anno 1000. Il massiccio granitico alto più di 210 metri si può benissimo ammirare passando in barca tra l’Asinara e l’Isola Piana e dalla spiaggia della Pelosa (località Stintino). Il direttore del carcere che vi era in quel periodo fece portare il cannone nei pressi del sanatorio e lo fece adagiare su un basamento in pietra, aveva deciso di recuperalo accortosi del valore ornamentale e storico.

Alla fine della guerra all’Asinara vi era una ditta proveniente da Livorno che aveva preso l’appalto dei mezzi navali di trasporto per il collegamento marittimo tra Porto Torres e Cala D’Oliva; uno di questi bastimenti raccoglieva ferro vecchio da tutta la Sardegna, pertanto (non si sa il motivo) il cannone venne prelevato da Fornelli assieme al rottame e portato sulla banchina di Cala Reale per essere poi imbarcato in tempo brevissimo.

Mio padre, Gianfranco Massidda, all’epoca aveva circa quindici anni di età, si recava molto spesso a Cala Reale con suo padre a trovare suo zio che aveva un negozio (tipo un emporio) e mentre mio nonno chiacchierava con suo fratello, mio padre faceva un giretto per la località e passando sulla banchina si accorse che in mezzo al rottame si trovava il “povero” cannone di Fornelli. Al suo rientro a Cala D’Oliva mio padre andò a riferire il fatto al medico che con lui aveva una grande amicizia e poi insieme andarono da Direttore il quale diede subito ordine che il “Monumento di Guerra” non venisse prelevato, quindi venne caricato su un carro trainato da buoi e trasportato a Cala D’Oliva dove fu depositato su un terrapieno che costeggia la discesa che va al porticciolo e lì rimase per anni, sino alle metà degli anni 60, quando il brigadiere Agnelli (costruttore delle quattro dighe, due a Fornelli, una a Campu Perdu e una a Cala D’Oliva chiamata Maria Rosaria) fece i lavori di cementificazione della strada che va da Cala D’Oliva alla Cala della Lavanderia (oggi chiamata Cala dei Detenuti) per la passeggiata illuminata per le poche famiglie. Con l’occasione infatti fece anche costruire un basamento in cemento sulla curva sotto la torre del 1600 per deporvi sopra il cannone che ancora oggi è di grandissima attrazione per tutti i visitatori… vedendolo si sogna ad occhi aperti… uno sfondo con l’orizzonte color indaco e sfumature turchesi!!

Quando ero bambina non esitavo a salirci sopra, per non parlare del periodi di carnevale che si immedesimava ancora di più con le vicende storiche di pirati, dei galeoni e così via, spaziando l’immaginazione ed entrando in un mondo fiabesco e irreale.

Come ho detto poc’anzi la passeggiata proseguiva sino a Cala della Lavanderia (oggi Cala dei Detenuti) dove si trova un edificio che a vederlo ricorda la casetta illustrata nei biglietti di Natale. Questa Lavanderia fu attiva dal 1885 sino al 1960 approvvigionata d’acqua leggermente salmastra della sorgente vicina, provvedeva al lavaggio degli indumenti e della biancheria dei detenuti, delle guardie e dietro autorizzazione del direttore anche delle famiglie.

A Cala D’Oliva vi era anche la festa della torta… sì, proprio così non si sa bene l’origine di questa curiosa tradizione ma per molto tempo, quando ero una bambina le massaie di Cala D’Oliva preparavano delle torte che presentavano in via anonima a una giuria composta dalle autorità del posto e veniva votata la migliore e naturalmente festeggiata la vincitrice. Tutto ciò accadeva nella bella spiaggia di Cala Sabina, (oggi conosciuta da numerosissimi visitatori), il giorno di Ferragosto. L’Asinara è un susseguirsi di vicende storiche dove il mare è sempre il protagonista principale. Ho voluto raccontare delle storie per le quali nutro un profondo sentimento, ogni scorcio, ogni angolo mi parla della mia vita trascorsa in una dimensione che oserei dire singolare.

I lettori che hanno visitato Cala D’Oliva – il piccolo porto che in tanti anni di carcere ha subito numerose modifiche per diventare sempre più grande e dove oggi approdano molti operatori del Parco Nazionale e turisti – rivivranno (mi auguro di cuore) attraverso questo racconto delle belle sensazioni.

Non c’è giorno delle mia vita che non rivolga il pensiero all’Asinara che mi ha permesso di conoscere e capire valori profondi.

Oggi il mare con le sue infinite espressioni, dovute al cambiamento dei venti, delle correnti e del colore del cielo, “circonda” un meraviglioso Parco Nazionale, ma invito a non dimenticare che lo stesso per più di un secolo ha circondato e protetto un microcosmo penitenziario dove oltre ai detenuti e le guardie vi era un’umanità costituita da donne e bambini, tanti bambini tra i quali la sottoscritta, che vivendo in un faro bianco e maestoso, durante le notti d’estate si sentiva sospesa come per magia tra il mare e le stelle!

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