Cronaca semiseria di una passata follia.

Esperienze di bordo n. 639, luglio 2015: storie di viaggi, crociere in mare o sul lago raccontate direttamente dai lettori di Nautica.

Cronaca semiseria di una passata follia.

Pubblicato su Nautica 639 di Luglio 2015

Luglio 1973 – Ho comprato una barca a vela, praticamente a scatola chiusa. È lunga 9,20 metri e larga 2,65. Immersa nell’acqua di Marina Piccola a Cagliari, dove l’ho vista la prima volta, mi rendo conto che non so niente di lei e che non ho osservato nessuna delle basilari regole che le riviste nautiche consigliano al fine di evitare guai. Ma avevo smania di concludere e mi sono sempre considerato fortunato. Doppiamente fortunato, perché il mio miglior amico risponde al nome di Dodo, un gentiluomo che sa tutto sulle barche e sui motori, ama l’avventura, non ha problemi di lavoro: è libero. L’ideale per me. Il suo giudizio sarà molto importante! Partiamo in aereo per Cagliari e noleggiamo una Fiat 127, con la quale andiamo al Poetto. Troviamo puntualmente la chiave della barca e, con mia grande emozione, apriamo il tambuccio. Odore di chiuso, apriamo gli oblò. Nella dinette due lunghe e larghe cuccette, un tavolo da carteggio e un cucinino; due sportelli dividono dal gabinetto marino con lavabo a scomparsa, un armadietto con un’ancora ammiragliato di 18 chilogrammi; a prua due cuccette a “V” e un passauomo. Passiamo in coperta, che è in teak massello con listature in gomma. L’albero non è passante. Notiamo subito che le sartie sono in bando; il paterazzo è isolato con due robusti isolanti, quindi fungeva da antenna per una SSB, radio che, naturalmente, non fa più parte della dotazione! Allora forse è vero che fosse destinata a una traversata in solitario dell’Atlantico, con al timone Edo Guzzetti. Almeno questo è ciò che mi aveva raccontato il vecchio proprietario, ma francamente l’avevo presa come un argomento di vendita. Attendo con ansia le impressioni di Dodo: “Questa barca ha il fasciame in laminato formato su stampo a più strati; il ché le garantisce indeformabilità, impermeabilità, durata e manutenzione minima”. Parla come un libro stampato e infatti mi rendo conto che sta leggendo un depliant trovato chissà dove. Di suo aggiunge “questa barca è realmente monolitica”: parole che mi riempiono di gioia. Il motore entrobordo è assolutamente sconosciuto in Italia. La batteria è morta, ma Dodo smonta quella della 127 e la collega a dei fili volanti. Preleviamo un pò di benzina, sempre dalla 127, e riempiamo quello che ha l’aria di essere un carburatore. Proviamo a dare corrente: niente. Ma Dodo non demorde: cambia i collegamenti e finalmente il motorino di avviamento gira provocando paurose scintille nel vano motore, ormai saturo di vapori di benzina. Inevitabile si verifica una vampata di fuoco, seguita da un boato e un principio d’incendio! Nella mia vita ho fatto anche l’istruttore dei Vigili del Fuoco; con sprezzo del pericolo e il sacrificio di una vela riesco prontamente a domare le fiamme. Usciamo dalla barca per riprenderci dallo spavento: Dodo ha ciglia, sopracciglia, peli delle braccia bruciacchiati ed emana l’odore caratteristico dei polli spennati passati sulla fiamma. Io sono sull’orlo del collasso solo al pensiero che la barca non è ancora assicurata!!! Ma sicuramente è fortunata, altrimenti non si chiamerebbe “Bonaventura”.

Rientrato a Roma, si pone il problema di come mettere la barca in condizioni di riprendere il mare. Chiedo a Michele, meccanico di fiducia, di occuparsi del motore. Per la parte velica, incarico Guido, un taciturno ufficiale di marina, di fare le opportune verifiche e la messa a punto della barca. Per telefono mi riferirà ciò che manca in modo che possa provvedere.
La lista è brevissima: manca tutto!
Il 10 di Agosto scattano le mie ferie. Parto per Cagliari col mio amico Jimmy, un’inglese filosofo, provetto uomo di mare. Guido ci accoglie silenzioso. A fatica riesco a cavargli di bocca alcune scarne notizie:
1) ha ritrovato la scotta del fiocco dentro un gavone e non c’era bisogno di ricomprarla;
2) il sartiame era ed è rimasto in bando e gli arridatoi sono avvitati al massimo;
3) l’impianto elettrico è accroccato con fili volanti;
4) i rifornimenti non sono stati fatti, ecc.
Decidiamo di ubriacarci, ma al ristorante “La Balena” hanno solo gazzose! Torniamo a bordo con l’autostop. Sono nero: neanche il tender è stato montato. Ci stendiamo per dormire: Jimmy russa, Guido pure; io no

Cagliari, 11.8.1973 – Notte praticamente insonne. Le uniche provviste imbarcate da Guido sono scatolette di carne di cui è ghiotto, alcune angurie e due meloni che rotolano sui paglioli ingombri di cime, chiavi inglesi, fili elettrici, catene etc.
Ore 5:30 – penso di farmi un caffè, ma il fornello non funziona perché manca la bombola; inutile chiedere spiegazioni a Guido. Mi vendico svegliando tutti all’alba. Cerchiamo di mettere un pò d’ordine. Facciamo i rifornimenti di acqua e benzina, cerchiamo inutilmente di tesare le sartie. Comunque vada, decidiamo di partire: ci aspetta un lungo viaggio fino alla Maddalena; quindi dovremo costeggiare tutta la costa orientale sarda.
Ore 10 – mettiamo in moto, seghiamo il maniglione del corpo morto e finalmente usciamo dal porto. Il motore va al minimo, poi accelera, poi si ferma. Molta benzina galleggia in sentina, meglio non fumare.
Ore 11 – si alza un leggero venticello da Sud Ovest, l’ideale. Jimmy passa una cima intorno alle sartie nel tentativo di tesarle. Issiamo randa e genoa leggero e Jimmy mi dà due buone notizie: le vele sono quasi nuove e la barca fila veloce come un falchetto. Facciamo un paio di bordi per doppiare Capo Carbonara. Se continua così avremo il vento ideale per risalire lungo la costa, ma il saggio filosofo Jimmy avverte: “i malefici genietti sardi sono soliti fare brutti scherzi”! Infatti, doppiato Capo Carbonara, il vento gira e lo abbiamo proprio in prua. Si ammaina; motore.
Ore 17: siamo al traverso dell’isola Serpentara.
Ore 19: al traverso di Capo Ferrato. Pranzo a base di carne in scatola e angurie. L’umore non è dei migliori e comunque stabiliamo i turni di guardia. Il motore ogni tanto si ferma e non capiamo il perché.

12 Agosto 1973 – Ore 4 del mattino – il motore si ferma definitivamente. Ci svegliamo tutti di soprassalto… Il volano è bloccato, quindi abbiamo grippato! Jimmy commenta: “questo motore sta tentando di dirci qualcosa”! Almeno ci fosse Dodo! Ci guardiamo intorno per capire dove siamo. È buio pesto ma secondo calcoli complicati quanto inattendibili, portolano alla mano, dovremmo essere all’altezza di Perda Pera. Poco più a nord c’è N.S. di Buoncammino! Ironia del nome! Non c’è una bava di vento, per cui decidiamo di dormire. Jimmy si sdraia in pozzetto, russando così forte da dare, per un momento, l’impressione che il motore sia ripartito.
Ore 6 – sento il dovere di riprendere il dialogo col motore. Controllo l’asta di livello dell’olio dell’invertitore. È completamente a secco. Preparo un imbuto d’emergenza con un pezzo di giornale, verso un chilo d’olio, di cui solo un quarto va dove deve andare. Smonto e rimonto le candele, smuovo il volano che accenna a sbloccarsi.
Ore 7 – il motore riprende con scoppiettii e svenimenti che non lasciano prevedere niente di buono. Intanto Jimmy, visto come vanno le cose, decide di sbarcare ad Arbatax. A nulla valgono i tentativi per farlo desistere e non posso biasimarlo. Per la fine del mese deve essere a Roma e con questo ritmo… Scapoliamo capo Bella Vista ed entriamo in porto con tremendi scoppi del motore fumante. Approfitto per fare rifornimento di carburante e olio mentre Jimmy cerca di sapere con quale mezzo possa raggiungere Olbia che non sia la nostra barca. Ci concediamo anche il lusso di un caffè caldo, naturalmente al bar. Si riparte con equipaggio ridotto: Jimmy ci guarda dal molo con un’espressione triste e preoccupata: come fosse l’ultima volta! Anche io sono tutt’altro che tranquillo: ho letto sul Mancini che questa costa è spesso battuta da venti molto forti e che il porto di Arbatax è il solo rifugio sicuro fino ad Olbia. Per ora c’è un venticello fresco da est, per cui issiamo randa e genoa. Ma dura poco.
Ore 12:20 – tesiamo la cinghia del motore che ci sorprende partendo al primo colpo. Rotta 10° per Capo Comino, distanza 33 miglia.
Ore 13:15 – si alza un venticello da Sud; issiamo le vele e procediamo a farfalla.
Ore 14:10 – il vento rinfresca e mi ricordo di guardare il barometro. Segna 760! Guido continua a tacere ma non mi sembra preoccupato. Il mio vecchio Rolex è indietro di 20 minuti per cui non sentiamo il bollettino.
Ore 16:00 – il vento cala del tutto e mettiamo motore. Va bene per circa 45 minuti e poi si blocca quando siamo al traverso di Orosei. Mi viene un dubbio: che non sia un due tempi? Ripenso a quello che diceva Jimmy: forse il motore voleva dirci che avrebbe gradito miscela anziché benzina pura. Decido di tentare.
Ore 17:58 – il volano si sblocca e il motore riparte.
Ore 20 – ci si accosta un panfilo, bandiera francese: ci chiedono dov’è Siniscola! Stavamo per chiederlo a loro! Capo Comino al traverso. Il motore ronfa tranquillo; perde un pò d’acqua dal circuito di raffreddamento e un pò d’olio. Da dove non si sa. Dirigiamo sulle luci che dovrebbero essere di Siniscola, per il pernottamento. Scambio l’insegna di una farmacia per il fanale rosso, sospettoso perché non vedo quello verde. Infine, ecco l’imboccatura, ma il motore pensa bene di spegnersi nel momento meno opportuno; una brezzolina malefica ci spinge verso i massi esterni del molo frangiflutti. Issiamo precipitosamente il genoa e riusciamo ad allontanarci; siamo lividi in volto. Ripuliamo le candele chiudiamo e riapriamo il rubinetto della benzina, titilliamo i fili. Finalmente entriamo in porto esausti. Nel buio più completo mi fermo al centro della rada e ordino a Guido di dare fondo. Dopo due giorni di silenzio sento finalmente la sua voce: “ho già calato l’ancora da dieci minuti”. Devo avere pazienza: innesto la retromarcia per dare una stirata alla catena. Inutilmente: l’invertitore non funziona.
Ore 23:15 – Guido allestisce una luce di fonda a prua con un filo naturalmente volante; sembra una tomba! Tristi e sconsolati mangiamo una scatoletta di carne e l’anguria. In cuccetta penso seriamente di vendere la barca. Sento ammassarsi nubi nere sul mio capo, poi subentra un sonno ristoratore.

13 Agosto 1973 – Ore 6:30 – c’è un bel vento fresco. Chiedo a Guido che è in coperta di che vento si tratti. Risposta: boh! È proprio vero che un ufficiale di marina… Ma lasciamo perdere. Comunque è un buon maestralino e con randa e genoa lasciamo Siniscola. Rotta 360 gradi per 44 miglia, per scapolare Caprera.
Ore 7:30 – mettiamo motore con miscela più grassa. Calma piatta per cui ammaino il genoa. Guido scende in cabina per alcune impellenti necessità, mentre io ammiro e gioisco delle evoluzioni di un branco di delfini. Il mare è una tavola, l’umore è buono; decido di mangiare una fetta d’anguria. A 50 metri a prua l’acqua si agita. Altri delfini? Mi preparo a gustare lo spettacolo quando realizzo che si tratta di pericolosi scogli semiaffioranti. Accosto immediatamente gridando a Guido di venire in coperta. Per la cronaca trattasi della scogliera “Pedrame”.
Ore 8:20 – passiamo al traverso di Budoni, riconoscendo, portolano alla mano, punti già erroneamente riconosciuti in precedenza! Punta d’Ottiolu… Sarà per le scottature? Rido da solo della facezia. Inutile riferirla al compagno di viaggio. Il motore fortunatamente va bene; forse abbiamo indovinato la miscela! Perde un pò d’acqua da un tubo del raffreddamento e Guido stringe subito una fascetta. Asciugo la sentina e mi rendo conto che qualcosa trafila dall’astuccio dell’elica; il che non guasta. Superata l’isola di Molara, siamo al traverso di Tavolata. Torre dell’antico Faro. Rotta 340°.
Ore 12:30 – passiamo Capo Figari che, per assonanza, mi ricorda che devo farmi la barba. Passiamo tra Mortorio e Mortoriotto: mi sento triste, Guido non ne parliamo. Facciamo gli scongiuri e procediamo sulla nostra rotta. Sulla sinistra riconosco il Romazzino, lussuoso albergo dove il secondo anno di matrimonio ho portato Anna Maria. Due settimane d’incanto, spezzato dal conto finale che mi aveva tramortito! Quanti ricordi, quanti rimpianti! Intanto realizzo che Guido tace ormai dalle otto del mattino. Forse è morto di fame. Gli rifilo una fetta d’anguria che ingoia voracemente; le provviste infatti cominciano a scarseggiare.
Alle 14:40 – passiamo davanti a Porto Cervo, dove, secondo le cronache mondane, folleggiano i ricchi della Terra! Riconosco il panfilo “Cristina” di Onassis. Ah! Se ci invitasse per uno spuntino! Bando alle fantasie, mi richiama alla triste realtà la vista dell’ultimo spicchio di anguria, responsabile di un principio di nausea che nulla ha a che vedere con lo stato del mare!
Ore 15:10 – doppiamo Capo Ferro e issiamo il genoa leggero per sfruttare una piacevole brezza a favore. Proseguiamo sulla stessa rotta, lasciando sulla dritta l’isolotto dei Monaci. Sulla sinistra vediamo Cala Coticcio, ribattezzata, non so da chi “Tahiti”! Purtroppo non abbiamo tempo di fermarci e fare un bagno in queste acque meravigliose. Ormai sentiamo prossimo l’arrivo e forziamo l’andatura mettendo motore. Siamo a Nord di Caprera. Conosco l’infido scoglio dove non pochi motoscafi hanno finito le loro rombanti evoluzioni. Confesso che raramente ho provato compassione! Eccolo a circa un metro dalla superficie. Su questo fondale sono passato e ripassato infinite volte quando, con l’amico Carlo attiravamo branchi di occhiate con un brumeggio a base di pane e sabbia e micidiali sugarelli innescati con la pizza genovese! Devo dire che la ricetta ha sempre funzionato. Superata Punta Galera e il cosiddetto molo Garibaldi, cerco l’ingresso di Cala Peticchia: un’insenatura quasi invisibile tra La Maddalena e l’Isoleddu. Anche qui occhio agli scogli!
Ore 17 – siamo davanti a “Villa Luisa” e ci apprestiamo ad ammainare con perfetta sincronia randa e genoa. Nonostante le raccomandazioni e l’impegno, viene uno schifo e veniamo accolti da bordate di fischi da tutti gli amici schierati sul moletto! Finalmente mettiamo piede a terra dove ai fischi si sostituiscono reiterate secchiate d’acqua per festeggiare l’arrivo, ma suppongo anche perché il nostro aspetto reclama una buona salutare doccia!
Fine del viaggio… Tutto sommato bene. C’è sempre la mano del Buon Dio che protegge gli incauti e gli incoscienti.
Grazie a Dio!

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