Il relitto dell’Anna Bianca

Esperienze d’immersione: articoli dei nostri lettori che vogliono raccontare un viaggio, una crociera, ma anche una semplice immersione o un argomento tecnico

Giannutri, Arcipelago Toscano

Ancora una volta ci incontriamo a Porto S.Stefano per la consueta immersione del Sabato.L’inverno è ormai nel suo momento più freddo e la barca dei sub non è mai così vuota come in questo momento dell’anno. Solo noi, veri “staKanovisti” dell’acqua marina, ci ritroviamo a pianificare una discesa sul relitto più accessibile di Giannutri.

Alle 08.00 il nostro gruppo è già in banchina a caricare l’attrezzatura; otto bibo per altrettanti sub, 10 mono da 15 per eventuali seconde immersioni e/o travasi di aria, otto mono da 3 e5 lt caricati con EAN 66 per la decompressione e tutti i Kit di ossigeno medicale. In barca c’è chi viene da Roma, chi da Viterbo, chi da altrove. Alle 10.00 siamo sulla verticale dell'”Anna Bianca”, ancorati a circa 100 mt dalla costa.

Il relitto, affondato nell’aprile del 1971, si dice a causa del maltempo, è spezzato in due tronconi: la parte prodiera è a circa 52 mt ed è da lì che cominceremo la nostra immersione.

Il gruppo si divide in due: tocca a noi la prima discesa e dopo i consueti segnali di “OK”, giù verso la prua del relitto. In breve siamo tutti e quattro sulla sabbia presene sul fondo. La visibilità è sempre ottima in questa parte dell’Arcipelago Toscano, anche se, a queste profondità non si può fare a meno di ottimi e potenti illuminatori che restituiscono alla scena i colori filtrati dalla profondità. Giriamo attorno alla carcassa della nave incontrando branchi di anthias, alcuni dentici e una ricciola che ci segue incuriosita a distanza. Lo spettacolo del ferro incrostato è superlativo! Ci inoltriamo all’interno del relitto, il passaggio è largo e comodo.

Troviamo lo stesso astice, custode impassibile del naufragio, ad ogni nostro tuffo sull'”Anna Bianca”. Lui è sempre lì, come il grosso gronco che, nella parte poppiera di quel che resta della nave, abita uno dei ripari più comodi. Chissà quanti subacquei avranno visto questi animali nel tempo calarsi davanti la loro dimora!

Risaliamo qualche metro per esplorare la poppa del relitto e per non avere troppo carico di azoto, visto che i computer ci segnalano già un importante “fuori curva”. A circa 38 mt, sulla parte meno profonda della nave, due grossi saraghi innescano una danza d’amore davanti a noi, che contempliamo la scena carichi di emozione. La catena dell’ancora è lì vicino e ci prepariamo al segnale di risalita.

Ci aspettano 27 minuti di decompressione, in parte respirando l’EAN 66, (che ognuno di noi porta con sè oltre al bibo 10+10 e tutte le attrezzature di ridondanza e di sicurezza per immersioni oltre i 40mt) e in parte respirando ciò che resta dei 4.000 litri di aria che avevamo sulla schiena al momento del nostro primo tuffo.

Sulla stazione “deco” non mancano mai gli scherzi e le smorfie per rendere l’attesa più gradevole, mentre il pensiero viaggia su ciò che si è appena visto e su tutto quello che ancora c’è da vedere!

Roberto

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