A Manado ci torno!

Esperienze d’immersione: articoli dei nostri lettori che vogliono raccontare un viaggio, una crociera, ma anche una semplice immersione o un argomento tecnico

di Luigi Feliziani

Sapevo già che i cenotes sono pozzi sacri per i Maya perchè erano le uniche fonti d’acqua potabile nello Yucatan.

Ma solo entrarci per un’immersione mi ha permesso di capire meglio cosa significassero quei laghetti, collegati tra loro da una serie infinita di arterie sotterranee per questa terra bellissima e piena di misteri.

Peter, la guida, uno svizzero divenuto messicano per vocazione 15 anni fa, prima cuoco ed ora guida subacquea esperta in cenotes e ristoratore a Playa del Carmen, mi è venuto a prendere in albergo la mattina presto, a bordo di uno scassatissimo camioncino Dodge già carico di bombole.

Siamo passati al diving center, abbiamo preso a bordo le bevande e due ragazzi olandesi e siamo partiti verso il cenote Chac-mool (il cenote del giaguaro) che si trova nella jungla a circa 10 km da Playa del Carmen.

Il cenote è privato, come quasi tutti gli altri, e la famiglia messicana che lo possiede ci accoglie all’ingresso della stradina che ci condurrà al punto di immersione. A me, abituato alle immersioni in mare appare strano percorrere quei kilometri di strada sterrata nella jungla tropicale con in mano erogatori e maschera.

Arriviamo all’ingresso del cenote: una scalinata nella roccia ci fa scendere di pochi metri fino ad una grotta in cui c’è un laghetto di acqua limpidissima con alcuni piccoli pesci neri. Indossiamo le attrezzature e ci caliamo in acqua. Prima sorpresa: l’acqua è talmente limpida che le rocce del fondo che da sopra ci sembravano a portata di mano sono in realtà almeno a 5 metri di profondità!

Improvvisamente mi passano tutti i timori e le preoccupazioni che avevo riguardo l’immersione.

Sono cinque anni che mi immergo, ma finora sempre in acque marine, avevo letto abbastanza sulle immersioni nei cenotes, sapevo che se fatte con guide competenti e con le attrezzature a posto sono assolutamente sicure, sapevo che non presentano difficoltà tecniche, ma temevo di poter soffrire la claustrofobia, di non poter resistere sapendo che per risalire all’aria avrei dovuto percorrere molta strada sottoterra prima di concludere l’immersione.

Devo confessare inoltre che al primo impatto quella grotta non mi aveva fatto una buona impressione: l’acqua in cui ci dovevamo immergere mi sembrava troppo bassa e l’imboccatura del condotto in cui saremmo dovuti passare, troppo angusta.

Invece no! Sarà stato perchè sottacqua gli spazi avevano ripreso le loro dimensioni corrette, sarà perchè l’acqua era limpida, dolce e non fredda (circa 23 gradi), ma appena sotto io ed i i miei due compagni di immersioni (avevo letto anche nei loro occhi segnali di preoccupazione) ci siamo sentiti rilassatissimi ed abbiamo cominciato a seguire Peter verso il basso.

Viene con noi anche un altro ragazzo con una macchina fotografica che inizia a scattare fotografie. Peter ci ha detto che se vogliamo potremo comprare le foto che ci interessano.

Appena passato il condotto siamo entrati nella prima caverna e da quel punto ho cominciato a vedere tutta la magia di quel mondo: stalattiti e stalagmiti intorno a cui potevamo volare, che potevamo vedere da vicino (non toccare!) testimoniavano di quando, milioni di anni fa quelle caverne erano emerse dall’acqua. Nell’acqua non c’era più sotto e sopra, soffitto e pavimento, nuotavamo da un punto all’altro, tra stalattiti ancora che scendevano dalla volta, ma anche intorno a massi che erano caduti ancora con le stalattiti attaccate che erano perciò in posizione orizzontale o in diagonale. Le nostre torce sembravano impazzite, le dirigevamo verso un punto, verso un altro sempre a cercare angoli particolari o giochi di luce diversi.

Le stanze (o caverne) si succedevano, una più bella e particolare dell’altra, quando, imboccando un condotto, Peter che era in testa al Gruppo ha spento la lampada. L’abbiamo imitato tutti e nel buio più profondo abbiamo scorto in alto un debolissimo barlume luminoso; siamo saliti lentamente e pian piano abbiamo cominciato a vedere una fessura luminosa sempre più grande che si è rilevata essere un altro cenote visto da sott’acqua: tutti gli alberi e la luce che li attraversava creavano un effetto cromatico e di riflessi indimenticabile.

Siamo entrati in un altro condotto e in un’altra grotta, lì l’acqua nei secoli aveva eroso le pareti sciogliendo il calcare friabile di cui sono costituite, scavando fori, creando merletti incantevoli, mettendo a nudo fossili di conchiglie e pezzi di quarzo traslucidi che illuminati dalle nostre lampade creavano riflessi magici.

L’immersione è durata quasi un’ora, ma appena usciti confesso che avevo una gran voglia di rientrare e farne un’altra. Siamo restati fuori dalla grotta un tempo che mi è sembrato interminabile per smaltire quel poco di azoto che avevamo assorbito (non ce ne sarebbe stato bisogno, visto che la profondità massima toccata era di circa 12 metri con la maggior parte del tempo tra -8 e -6 metri), con una frenesia addosso e con la curiosità di vedere quali altre meraviglie ci aspettavano nel secondo ramo di Chac-Mool.

Il sistema di cenotes Chac-Mool è, insieme con quello di Dos ochos (due occhi), uno dei più belli della zona, chiamata Riviera Maya, tra Cancun e Tulum, sulla costa Est della penisola dello Yucatan. Non è sicuramente il più grande: i suoi fiumi sotterranei misurano poco più di 8 km; ce ne sono anche di 60 km.

Poche decine di metri dopo l’ingresso in acqua siamo risaliti verso la superficie in un ambiente completamente buio. Mi era già capitato in mare di immergermi in grotte che avevano dei sifoni terminanti in grotte con l’aria, ma non mi era mai capitato di vedere dentro queste grotte chiuse e senza collegamento con l’esterno le radici degli alberi della jungla soprastante. Nella grotta, infatti, c’erano due o tre colonne del diametro di circa mezzo metro, erano le radici di alberi cresciuti sopra le cui radici avevano scavato cinque-sei metri di terreno roccioso in cerca dell’acqua e quindi si erano allargate fino a diventare dei tronchi.

All’uscita dalla seconda immersione, bella quanto la prima se non di più, percorrendo il viottolo sterrato nella jungla ho potuto vedere una delle moltissime contraddizioni di questo grande Paese: in una radura, sotto una capanna di foglie di palma, c’era il fotografo, sdraiato sull’immancabile amaca davanti ad una tavolaccio su cui era piazzato un computer collegato alla fotocamera digitale che aveva utilizzato nel cenote, per mostrarci le foto scattate. La corrente per il p.c. veniva dalla batteria di una vecchio maggiolino VW parcheggiato accanto con il cofano aperto.

Grazie Peter, non dimenticherò facilmente quest’immersione.

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