Wakatobi

Esperienze d’immersione: articoli dei nostri lettori che vogliono raccontare un viaggio, una crociera, ma anche una semplice immersione o un argomento tecnico

di Giovanni Marola

Il viaggio

Il viaggio è veramente lungo, ma le aspettative sono tantissime.

Giunti a Singapore si prende l’aereo che ci porta in tre ore a Ujung Pandang (tre milioni di abitanti), capitale del Sulawesi del Sud.

A Ujung Pandang si pernotta e il giorno dopo si prende il volo per Kendari (1 ora) dove si incontra il resto del gruppo ma sopratutto la dinamica Reneè, affascinante e simpatica signora malese moglie del proprietario del resort di Wakatobi.

A Kendari la prima sorpresa: il mare è molto mosso e il ‘cabinatò che in 18 ore di navigazione ci dovrebbe portare da Kendari a Wakatobi è lì che ci aspetta, ma per la sicurezza di tutti il capitano decide di non partire.

Pernottiamo a Kendari e quella sera con la compagnia ormai tutta riunita (eravamo in 13 persone) ci facciamo una bella bevuta di birra per dimenticare il contrattempo. Il giorno dopo alle 6 prendiamo il ferry boat per Bau-Bau, amena e caldissima cittadina di mare dalle belle case appollaiate sulla collina (vedi piantina). Un pulmino anfanante ci porta successivamente attraverso un interessante paesaggio di montagna fino al cabinato di cui sopra, che ci attende per l’ultimo tratto di mare. Arriviamo a Wakatobi alle 4 del mattino successivo.

Il Resort

Il resort è piuttosto piccolo ma molto bello e comodo ed ospita un massimo di 16 persone in camere a due letti poste al secondo piano. I servizi sono in comune al piano terra. L’acqua è razionata e si fa la doccia attingendola da un contenitore e versandosela addosso con un pentolino (a forma di cuore) Vi sono anche tre bungalows di cui due in costruzione. C’è qualche mosca e qualche zanzara nell’aria. La temperatura dell’aria non supera i 30° e la brezza marina rende il soggiorno estremamente confortevole. La temperatura dell’acqua era di 27° e la mia muta da 3 mm. insufficiente: tutti usavano una sottomuta. Il cibo è ottimo e sono disponibili le solite bibite a 2 dollari la lattina e altre più care.

L’ambiente è molto familiare ed amichevole, soprattutto i due DM il tedesco Kris e la sua compagna, l’americana Reneè (da non confondersi con la malese Reneè, padrona di casa) sono due ragazzi veramente simpatici e disponibili.

I fondali

Ve ne sono solo tre o quattro ma estremamente estesi: 200, 500 ed anche più metri. Sia pareti che cigliate con cocuzzoli. Distano da pochi minuti a mezz’ora. Sono generalmente facili: alcuni si percorrono in corrente (mai forte) altri (i cocuzzoli) si visitano con calma pinneggiando.

Sono i più bei fondali che io abbia mai visto: ricchissimi di vita e assolutamente intatti.

Unico neo la mancanza di fauna pelagica: nessun carangide, barracuda, qualche raro squalo pinna bianca. La visibilità è eccellente anche se qua e là vi sono zone con fioritura di plankton. È un paradiso per il fotografo. La stagione va da aprile a novembre. Da aprile ad agosto il mare è un poco mosso mentre da settembre a novembre (il periodo migliore) è liscio come una tavola e l’acqua raggiunge il massimo di limpidezza.

Le immersioni, tutte della durata di 1 ora, sono tre al giorno dalla barca: due al mattino, con uscita unica e pausa con spuntino, e una al pomeriggio. Ci si può immergere quando si vuole sul drop-off antistante il resort che è anch’esso molto bello.

Una giornata a Wakatobi

Qui cerco di descrivere come ho trascorso una tipica giornata in questo luogo. Ovviamente non tutto è immersione subacquea e vi sono altre occasioni di conoscenza interessanti. Mi scuso in anticipo se nel finale mi sono fatto prendere la mano dalla vena poetica.

Mi sveglio alle 5,30 ai primi raggi del sole. Spesso infatti dormo nell’amaca posta nella veranda e mi piace stare a osservare la vita che riprende lentamente nel resort con le ragazze indonesiane, così piene di grazia ed eleganza, che si muovono silenziose, mentre io mi crogiolo pigramente sotto la coperta. Alle 6 scendo e mi avvio lungo la spiaggia ancora umida e fresca. Torno alle 7 e trovo Claudio e Ralph pronti per l’immersione di prima mattina.

Con loro, entrambi Istruttori di Monaco di Baviera, raggiungiamo i 60 metri, tanto per scacciare gli umori notturni e i postumi della sbornia della sera prima) poi risaliti, compiamo una rilassante escursione lungo la barriera antistante il resort, illumunata dai raggi del sole ormai alto. Confesso che queste sono state le prime immersioni un pò profonde della mia pur lunga carriera di sub e sono rimasto stupito dalla facilità con cui, almeno qui, si possono raggiungere queste quote senza problemi.

Così oggi ho deciso di spingere un pò più a fondo l’acceleratore anche approfittando del fatto che, forse a causa dell’ incredibile quantità di birra ingurgitata la sera prima, Claudio e Ralph stamattina non si son fatti vedere). Scendo con David, il mio simpatico compagno di camera svizzero-tedesco e con Tedje un altro tedesco, entrambi OWD di scarsa esperienza. A 30 metri i due decidono saggiamente di fermarsi mentre io faccio segno di voler preseguire ancora un poco. Avuto il loro assenso scendo lentissimo lungo la parete pronto a cogliere anche il minimo accenno di cedimento psico-fisico. Supero i 60 metri, poi i 70 e infine arrivo a 75 metri.

Qui il buon senso (si fà per dire) prevale e benchè mi senta benissimo e non noti neppure in bocca la presenza del mio Ruby, tanto è dolce la sua erogazione, decido di risalire. A questo punto però la situazione cambia di colpo in modo inaspettato e drammatico. Non so se ricordo bene, forse non avevo gonfiato il gav abbastanza o non l’avevo gonfiato per nulla, forse non pinneggiavo come dovuto, forse da quelle quote è davvero così difficile risalire, fatto stà che invece di muovermi verso l’alto come previsto, sono rimasto lì fermo, inchiodato a quella quota incapace di risalire e pur lucidissimo, per un tempo che mi è sembrato una eternità.

A quel punto nella mente hanno cominciato a turbinarmi tutte quelle storie di sub svenuti in profondità a causa dell’ossigeno e, manco a farlo apposta, ho avuto la netta sensazione di essere lì lì per perdere conoscenza. Vengo preso dal panico! Mai successo prima! Pinneggio in modo scomposto e con le mani mi aggrappo alle sporgenze e rientranze della parete cercando freneticamente di issarmi a forza di braccia.

Fortunatamente il sistema funziona: riesco a risalire di 5 o 6 metri e questo mi ridona almeno in parte l’autocontrollo perduto. Guardo il computer e noto con sollievo che ora sono a 68 metri. Riprendo a risalire sempre a forza di braccia e in breve mi ritrovo a 60 metri: una quota ormai familiare. Ora pinneggio di nuovo con calma verso l’alto e a 50 metri mi sento di nuovo calmo e rilassato: a quanto pare anche stavolta riesco a portare la pelle intera a casa). A 15 metri inizio la ricerca dei mei compagni lungo la barriera e trovo i due che si apprestano a risalire in superficie. Segnalo a David che io non posso e gli mostro il computer che mi dà 10 minuti a 3 metri. Lui guarda e poi strabuzza gli occhi facendomi il classico segno del dito indice puntato sulla tempia. Evidentemente ha visto la quota che ho raggiunto.

Rimango solo a cullarmi pigramente nell’acqua cheta e per festeggiare lo scampato pericolo mi scolo tutta la bombola facendo una sosta di 30 minuti anzichè i 10 richiesti. Rientro poi al Resort ma noto subito l’atmosfera ostile: tutti evitano il mio sguardo e non rispondono ai miei allegri e imbarazzati saluti. Anche Kerstin, la bella svedese dagli occhi azzurri, sempre così dolce e cordiale, mi lancia una lunga, gelidaocchiata carica di rimprovero. Dannato David, che chiaccherone, ha spifferato tutto!

Mi siedo da solo a far colazione, conscio della tempesta imminente. Dopo un pò infatti arriva Steffen, tedesco di Germania e grande Istruttore con più di 2000 immersioni all’attivo in tutti i mari del mondo. Mi si siede accanto e comincia un predicozzo sui pericoli dell’immersione oltre i quaranta metri, sulla necessità di essere sempre in coppia, sulla impossibilità di essere ricoverati in camera di decompressione in caso di incidente in quei luoghi remoti, ecc. ecc. Lo ascolto compunto e prometto solennemente di non farlo più. Ma non evito la giusta condanna: oltre ad essere additato al pubblico ludibrio quale persona priva di cervello dovrò saltare entrambe le immersioni in programma quella mattina. Mi oppongo fermamente a tale eventualità e alla fine riesco a strappare una riduzione di pena: salterò solo la prima immersione e farò la seconda senza scendere oltre i 15 metri.

Visitiamo un sito chiamato Mari Mabuk che in lingua locale vuol dire ‘ti ubriacheraì e vi assicuro che c’è veramente da ubriacarsi di splendide immagini di vita sottomarina. È tutto un susseguirsi di coralli duri, taluni di dimensioni gigantesche e molli, con le loro forme affascinati e coloratissime. E gli anemoni con i loro inseparabili pesci pagliaccio dalle tinte che variano dal rosso intenso al tenue bruno pastello. È impressionante essere in questo luogo così ricco di vita ancora assolutamente intatta e si viene presi da un timore quasi religioso di profanarlo. L’acqua nonostante qua è là vi siano zone con una notevole fioritura di Plankton è limpida e una debole corrente ci trasporta lungo la parete fiorita di gorgonie rosse, blu, gialle nei cui rami si annidano piccole creature che solo l’occhio esperto del fotografo sa cogliere.

Ad un certo punto, sotto di noi, scorgo una bella razza che si muove pigramente nella corrente. Svuoto i polmoni e con la Nikon puntata e avida di immagini scendo in picchiata come un falco sulla preda. Ma poi ricordo la promessa fatta a Steffen e saggiamente rinuncio. Ne fotograferò un’altra due giorni dopo a una quota di 50 metri. La gita prosegue. Scorgo nudibranchi dai colori sgargianti coi loro ciuffi multicolori. Spugne a candelabro e a botte di enormi dimensioni. Scorfani mimetizzati in modo così diabolico che solo Claudio riesce a scoprire e me li segnala. Trigoni maculati acquattati negli anfratti che schizzano veloci verso il fondo. Anche un piccolo pinna bianca ci affianca e poi si allontana col suo movimento fluido ed elegante. Lo fulmino con la Nikon.

Tornati al resort ci attendono dei piatti veramente squisiti: spaghetti al sugo di melanzane e peperoni. Pesce arrosto con contorno di patate e verdure varie. Che cuoca ragazzi! Mi viene anche ora l’acquolina in bocca a pensarci).

Oggi è domenica e al posto della solita immersione pomeridiana è prevista la visita al vicino villaggio di pescatori. È gente poverissima, al limite della sopravvivenza, che campa esclusivamente dei prodotti del mare.

Al nostro arrivo ci accoglie festoso un gruppo nutrito di ragazzini curiosi. Dopo la distribuzione di caramelle la visita prosegue lungo la strada che attraversa il villaggio con le sue povere case di legno. Francamente dopo il primo entusiasmo mi sembra però che la festa langua un poco, così decido di estrarre dalla manica l’asso di briscola. Ho con me una fotocamera digitale con display a colori. Scatto una foto a tre ragazzini e poi, voilà, gli faccio vedere l’immagine a colori bella e pronta: stupore, meraviglia, entusiasmo. Non ci sono parole per descrivere i sentimenti che si susseguono su quei volti innocenti. Scatto ancora e la scena si ripete. Scoppia il finimondo: vengo preso d’assalto. Tutti vogliono essere ripresi e vedere subito il proprio ritratto. La notizia si sparge in tutto il villaggio. Cammino lungo il viale tra lo stupore dei miei compagni di viaggio che non capiscono il motivo di tanta confusione, preceduto da una moltitudine di bimbi in posa che mi implorano con gli occhi di riprenderli ancora. Noto che sull’uscio di ogni casa c’è una giovane donna col bimbo in braccio. Capisco: vogliono essere riprese. Le accontento tutte ed ogni volta è la stessa meraviglia lo stesso entusiasmo, la stessa gratitudine. Qui riporto alcune di quelle immagini. Bimbi, Bimbi, Signora, Bimbo col gallo, Bimbi Guardatele, ne vale la pena.

La sera, subito dopo cena, con Claudio, David e Ralph esco per la consueta notturna sul drop-off antistante. Ecco qui il ritratto dei quattro moschettieri della notturna: da sinistra a destra David,Io,Ralph e Claudio. L’acqua è limpida e non c’è corrente: i pesci tutti in posa lungo la parete nella calda luce delle lampade. Un granchio enorme, incredibile tenta di sottrarsi goffamente al fascio luminoso. Non ho mai visto niente di più grottesco e affascinante insieme. Una bella aragosta dalle lunghe antenne esce dalla tana. Grossi pesci leone dal colore scuro si cullano pigramente nell’acqua immobile. Le gorgonie e gli alcionari splendono come gioielli preziosi dai vividi colori. Nudibranchi dalla livrea variopinta calamitano l’obiettivo macro della mia Nikon. Che spettacolo di fiaba!

Tornati dalla notturna, tutta l’allegra compagnia si riunisce nella veranda. Austriaci, americani, svedesi, svizzeri, tedeschi e io unico e screditato rappresentante del Bel Paese, tutti affratellati dall’amore pel mondo sottomarino. Le storie di avventure e di immersioni si susseguono. La birra scorre a fiumi. Ralph tira fuori da non-so-dove una bottiglia di Chivas e l’allegria cresce in modo catastrofico). David, una delle persone più allegre ed estroverse che io abbia mai conosciuto, capitombola dalla sedia per il gran ridere (e la troppa birra bevuta) sbucciandosi un gomito. Ma ormai è tardi ed è tempo di ritirarsi. Io però sono troppo brillo ed eccitato per le emozioni della giornata e decido di fare un pò di moto all’aperto per smaltire tutto quell’alcool.

Esco nella notte senza luna e corro lungo la spiaggia buia, sulla sabbia fine. Da un lato il sussurro del mare e la sua tenue luminescenza, dall’altro le palme, ombre nere sul cielo luminoso. Un fiume di luce mi sovrasta: la Via Lattea. Mai vista così luminosa, così splendida in tutta la sua maestosa bellezza. Le forze mi vengono meno e crollo sfinito sulla sabbia morbida. E mentre il battito tumultuoso del cuore si va lentamente spegnendo, le stelle, così vicine, mi avvolgono in un tenero abbraccio, come solo una donna che ama sa fare. Una scia luminosa solca il cielo. Voglio esprimere un desiderio, ma quale? Sono ebbro di una sensazione di appagamento, di gioia agognata e finalmente raggiunta ma mi rialzo e riprendo a correre. Fuggo timoroso da questo istante prezioso e irripetibile, ma troppo bello, troppo intenso. Fuggo dai miei desideri irrealizzati, solo in questa spiaggia deserta, in un luogo lontano, in un mondo senza tempo.

Conclusione

Wakatobi è veramente fantastico. Se non vi spaventa un viaggio lungo e disagevole (ma interessante) e avete il budget necessario, non perdete tempo: andateci di corsa). Il Tour Operator che organizza il viaggio in Italia è la Nosytour di Torino.

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