Walindi

Esperienze d’immersione: articoli dei nostri lettori che vogliono raccontare un viaggio, una crociera, ma anche una semplice immersione o un argomento tecnico

di Giovanni Marola

Anzitutto il viaggio. Tutto è andato regolarmente fino all’ultima tappa che dalla capitale Port Moresby mi doveva portare a Hoskins. Arrivo alle 6 del mattino e attendo in aeroporto fino alle 3 del pomeriggio, quando annunciano che il volo è cancellato. Rimango di sale: che ne sarà di me solo e abbandonato? Fortunatamente un papuaso con cui avevo attaccato bottone mi indirizza all’ufficio giusto e dopo poco sono già in viaggio verso un albergo lì vicino dove passerò la notte. Un commento sui papuasi a questo punto si impone. È un miscuglio di razze e alcuni sono veramente affascinanti. Hai presente quelle statue dell’isola di Pasqua? Beh qui certi uomini hanno un volto del tutto eguale! Emanano una calma, una pace e sembrano guardare a distese sterminate di mare, invece che agli orari degli aerei. Altri invece, come Joseph la nostra guida a walindi, sono del tutto eguali agli aborigeni australiani. Certo vi è un abisso evolutivo tra noi e loro. Ma non mi fraintendere: sono tutte persone istruite e intelligenti.

L’albergo è molto bello e poichè appaio solo e spaesato le ragazze del ristorante vogliono sapere tutto di me. Gli racconto in tono drammatico la triste storia della mia vita e così si commuovono fino alle lacrime e non mi danno più pace: mi vengono dietro al buffet e mi fanno mangiare praticamente tutto. Alla fine riesco a liberarmi e dopo un commiato con baci e abbracci vado a letto. Alle 4 del mattino vengo svegliato di soprassalto: mi dicono una certa Miss Susie ha telefonato dall’aeroporto che c’è un posto per me sul volo delle 5. Arrivano in tre, mentre tento di vestirmi loro mettono tutto alla rinfusa nel mio zaino e mi caricano più morto che vivo sul van. Dopo 5 minuti di folle corsa la Susie mi da il buongiorno in aeroporto. Si informa se ho dormito bene e mi annuncia la lieta novella: il mio volo è per le 11 cosicchè posso tornare in albergo fare una bella dormita, e poi colazione. I due che mi accompagnano scuotono mestamente la testa: tsk, tsk, tsk… Vengo ricaricato nel van e riportato in camera dove giaccio fino alle 8 con gli occhi sbarrati senza riprendere sonno.

Beh alla fine arrivo a Hoskins. L’aeroporto è poco più di una baracca di legno e io mi aggiro all’aperto sperduto tra la folla chiedendo se vi è qualcuno venuto da walindi a prendermi. Nessuno ne sa niente (poi scoprirò che quasi tutti i passeggeri vanno a Walindi). Alla fine mi abborda un ometto piccolino in calzoni corti e dall’aria dimessa. Sarà lui a condurmi a walindi. Scoprirò poi che è Max in persona, il ricco e famoso proprietario della piantagione. Partiamo a forte velocità su di un grosso furgone che dopo poco perde una ruota che finisce nei campi. Sembra una gara di formula 1. Si rischia il capottamento ma il pilota controlla bene il bolide e ci fermiamo senza danni. Superato l’intoppo e stipati come sardine su un altro van arriviamo a Walindi.

Il primo impatto è deprimente. L’area è recintata con filo spinato, ci sono baracche che ospitano officine e lavanderie e il mare arriva attraverso un canale che causa la bassa marea è quasi in secca. Il fondo di sabbia nera dà un senso di sporcizia e di abbandono. Ma ecco che come un angelo salvatore appare Linda. Che donna straordinaria! Ci conforta, ci rifocilla ci rallegra con la sua risata cordiale e spontanea. A me poi dice che poichè vuole che mi trovi bene invece che nella plantation house (in cui si paga meno) mi alloggerà senza sovrapprezzo in un bungalow (che costano 85.000 in più al giorno). Sono commosso fino alle lacrime e l’abbraccio: Linda, Linda, poter rimanere qui con te per sempre!!!

Quel pomeriggio stesso decido di fare la prima immersione.

Si parte su di un piccolo cabinato di alluminio in compagnia di un gruppo davvero eterogeneo di persone: un vulcanologo, una antropolaga, un esperto della Fao, tutti giovani venuti in Papua per fare esperienza. Appena un pò lontani da riva il mare si fa grosso e alcuni cominciano a vomitare. Mi informo presso il capitano quanto tempo ci vuole per arrivare: mi mostra due dita della mano. Venti minuti? un po lunghetto… ma poi mi rendo conto di aver capito male: ci son volute due ore.

Alla fine arriviamo al Susan’s Shoal, una scogliera sommersa il cui ancoraggio è posto in una zona ristrettissima di acqua tranquilla nel mare agitato: sembra un miracolo. Finalmente ci immergiamo: beh ne valeva la pena, cherroba!! stupendo, c’è di tutto. Unico neo un pò troppo plankton che intorbida l’acqua. Mi dicono che questo è il periodo dell’anno peggiore per la visibilità. In marzo ad esempio le acque sono cristalline ma pare faccia molto più caldo di ora.L’indomani dopo una bella dormita sotto la zanzariera nuova di zecca portata dall’italia e che costituirà l’unica profilassi antimalarica da me adottata, si riparte per una nuova immersione.

Alla compagnia si aggiunge un simpatico avvocato californiano che viene a walindi per la settima volta (alla partenza gli offriranno un attestato di benemerenza). Anche lui fa il fotografo e guarda caso ha una attrezzatura identica alla mia: si prospetta quindi uno scontro tra giganti :-)))

Il mare è un poco più tranquillo e dopo un’oretta di navigazione giungiamo al Vanessàs Reef, la regina delle immersioni nella baia di Kimbe. Qui l’acqua è notevolmente limpida e il paesaggio da fiaba. Alcionari giganteschi che al lampo del flash si colorano di un rosso rubino, anemoni stupendi con i loro inseparabili pesci pagliaccio dalla livrea che va dal tenue grigio pastello al marrone e al rosso con vivide bande bianche e gialle. Una vera festa per la mia Nikon. E poi tutti i pesci di barriera senza dimenticare stupendi nudibranchi che qui assumono dimensioni mai viste. In poco tempo finisco il rotolo e poi mi godo il resto dell’immersione osservando le creature microscopiche, sopratutto gamberetti che si annidano nel corallo e che Joseph la nostra guida mi indica in continuazione. Avessi un bel obiettivo macro molto spinto. Una immersione davvero memorabile.

Metto fuori la testa dall’acqua vicino alla scaletta e che ti vedo? L’avvocato già a bordo che sbraita e gesticola con fare concitato. Appena a bordo mi chiede se ho visto quella stupenda manta. Dannazione, vuoi vedere che mi ha fregato? Quale manta? La gioia del californiano esplode: l’ha vista e seguita e fotografata, 8 scatti e blah ..blah.. Io sono chiaramente umiliato e in mia difesa accorre l’antropologa, dolce fanciulla canadese dagli occhi a mandorla: certo lo squalo lo hai fotografato! Gulp! quale squalo? che figura! il principe del foro schizza superiorità da tutti i pori, pure lo shark ha fotografato.

Mi dedico al the con i biscotti mentre il grand’uomo continua a magnificare le dimensioni e la bellezza della manta. Dopo il the ci avviamo verso Restorf Island una splendida miniisola che offre riparo anche al mare più burrascoso e su cui scendiamo per fare snorkeling e poi per pranzare.

Un paio d’ore dopo si riparte per Ema Reef dove vi è una parete a picco che scende in profondità e l’incontro con i pesce martello è assicurato. E no, caro avvocato, stavolta non mi lascio fregare: scendo per ultimo e mi mantengo un pò più in alto in modo da avere una visione panoramica della situazione.

Tengo d’occhio il legale e Joseph che per attirare gli hammerhead batte ritmicamente con un ferro sulla bombola. Poi mi viene in mente il consiglio di Eugene super-guida di Layang-Layang: vai subito sotto il termoclino se vuoi vedere per primo gli squali che arrivano. Scendo un bel pò ma di termoclino neanche l’ombra. Alla fine risalgo anche perchè la compagnia si è stufata e stanno tutti andandosene. Evidentemente è destino: debbo tornare a Layang Layang se voglio fotografare i martelli.

L’immersione è comunque splendida sopratutto per gli anfratti e le grotte e i canaloni e tutto quel brulicare di vita variopinta. Non credo però di aver goduto tutto come avrei dovuto preoccupato come ero a non perdere di vista l’avvocato. ;-))))

E veniamo ora al piatto forte della spedizione quando ho rischiato di fare una bella frittata. Abbiamo appena concluso la prima immersione della giornata lasciando una ottantina di bar per poterci immergere sul relitto di uno Zero giapponese posto a -15 mt a poca distanza dalla spiaggia.

Giunti sul posto dopo una mezzoretta di navigazione ci rivestiamo e ci riimergiamo. Io noto che in realtà i miei 80 bar nel frattempo si sono ridotti a 50 (questi dannati o-ring 🙂 ma siccome lo Zero l’avevo fatto una settimana prima e sapevo essere una immersione molto facile decido di andar giù lo stesso. Joseph infatti mi ha promesso di scovare due esemplari di Ghost-Pipefish che dimorano sotto l’ala destra cosicchè io li possa fotografare e poi risalire immediatamente. Scendo giù nell’acqua molto torbida e vedo Joseph che ha già scovato il primo esemplare; lo fotografo per bene e poi aspetto di vedere il secondo. Joseph mantiene le promesse ma il dannato animaletto non vuol sapere di stare in posa e fatico maledettamente a inquadrarlo.

Improvvisamente noto una strana vibrazione provenire dall’erogatore. Beh ma vuoi vedere che… Guardo il manometro: segna zero spaccato! Gulp, ora che si fa? Vedo Joseph attorniato dagli altri che vogliono vedere il Ghost. Non ho il coraggio di disturbarlo e poi che figura ci faccio? Vediamo, a quando risale l’ultima risalita senz’aria? :-)) Vent’anni fa? Bei tempi quelli. Forse val la pena di rinverdire quei vecchi allori. Nel frattempo l’erogatore si è piantato e così pinneggio verso l’alto. Salgo con calma: la legge di Boyle funziona.

Man mano che risalgo l’espansione mi fa sentire di avere ancora aria nei polmoni. Esalo lentamente e metto la testa fuori dell’acqua senza sforzo. Mi aggrappo alla cima dell’ancora nel mare mosso. Vediamo un pò: 15 metri in una trentina di secondi anche meno, con una immersione oltre i 30 m. solo una mezzora prima. Dannata testa di cavolo, i guai te li vai proprio a cercare. Rifletto un pò sballottato dalle onde: mi pare tutto sommato di star ancora bene. Si, noi uomini duri siamo coriacei… o forse moolto fortunati. Mi riprometto di non superare i 15 metri nella successiva immersione del pomeriggio. Infatti… arriverò solo a -35. :-)))

E per finire dulcis in fundo quella volta che per poco non mi morde un serpente a sonagli ma poi muoio di fatica. L’ultimo giorno non posso immergermi per la solita regola delle 24 ore prima di volare. Così per non dover star lì ad annoiarmi chiedo a Linda se mi procura una guida per l’ascesa al cratere del vulcano che sovrasta la piantagione di Walindi. Ho letto cose turche di quella escursione, marce interminabili nella foresta pluviale ecc. e così brucio dalla voglia di farla. Linda al solito sistema tutto per bene e alle sette del mattino mi porta col furgone e due guide alle pendici del vulcano.

Partiamo di buon passo loro davanti e dietro e io in mezzo e ci addentriamo nella foresta pluviale. Qui l’umidità è totale e il caldo soffocante. Le foglie della vegetazione circostante stillano acqua e David mi precede liberando il sentiero a colpi di machete. Dopo circa un quarto d’ora sono stremato. Mi fermo, butto lo zaino con il pranzo per terra e dichiaro alle guide costernate che voglio tornare indietro. I poveracci vedono sfumare il loro salario e così tentano di salvare la situazione. David si offre di portare anche il mio zaino e così mi convincono a ripartire. Mi sembra di essere un sonnambulo, procedo senza nulla vedere inciampando sulle liane, scivolando sui tronchi fradici messi di traverso. Giuro che se ne esco vivo non farò mai più una esperienza del genere. Un rivolo di sudore mi impedisce la vista e così non m’accorgo di un grosso serpente a sonagli (?) che dorme beatamente appena a lato del sentiero. Il David che mi segue lo vede appena in tempo e con un balzo mi raggiunge mettendomi sull’avviso. Mi si gela il sangue nelle vene ma poi tiro fuori la macchina fotografica che però è fradicia di umidità: l’obiettivo è ricoperto da un velo d’acqua e non funziona.

Proseguiamo ma stavolta guardo bene dove metto i piedi. Ora usciamo dal sentiero e risaliamo un torrente. Strascico i piedi nell’acqua bassa e scivolando in continuazione sui ciottoli umidi mi trascino letteralmente fino ad una cascata molto pittoresca. Qui i due tutti orgogliosi mi invitano a fotografarla. Sorry boys, the camera is wet! No pictures. ;-))))

Verrò poi a sapere che quella risalita del torrente che mi sarà costata almeno dieci anni di vita era stata introdotta per rendere più affascinante l’escursione. :-))))

Come Dio vuole dopo 4 (quattro) ore di marcia giungiamo al cratere. Mi getto lungo disteso all’ombra di un albero, sulle foglie umide, incurante di formiche e serpenti e dopo un’ora buona e tre litri d’acqua bevuta comincio a sentirmi un pò meglio. Accetto la proposta di visitare il cratere che è davvero splendido per le sorgenti di acqua bollente e le formazioni di zolfo. Anche la macchina fotografica si è asciugata e così scatto un pò di foto. Eccone una con David: da notare il mio aspetto disfatto. :-))) Poi facciamo colazione mentre David mi racconta di se del suo lavoro (è guardia forestale) e della sua famiglia.

Dopo colazione il mio umore nonchè il tono muscolare riprendono livelli quasi normali e così ripartiamo verso casa. Mi sento in forze e mi godo tutto il maestoso spettacolo della foresta pluviale. Ci fermiamo a raccogliere grossi datteri che i miei compagni dicono essere saporiti. Ripassiamo per il posto in cui era parcheggiato il serpente ma costui se n’era andato. Dopo tre ore siamo di nuovo ai margini della piantagione in attesa di essere prelevati.

Arrivato a casa faccio una doccia e poi mi addormento. Mi risveglia un fracasso: è ormai buio e il bungalow trema come se ci fosse un terremoto. Apro la porta: è la preoccupatissima Linda in compagnia di due robusti papuasi che martellano la porta. Mi dice che è ora di cena. La supplico di lasciarmi dormire ma non c’è scelta. Mi trascinano fino al ristorante dove risatine e commenti ironici sul mio stato di spossatezza si sprecano. Mangio un pezzo di granchio (davvero squisito) tanto per salvare l’apparenze e poi torno a letto.

Domani si parte, l’avventura è finita.

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