Barracuda a Ponza, le sorprese della traina

All’inizio della stagione migliore per la pesca, c’è la sorpresa di portare in barca due barracuda, il cui habitat è molto più a Sud, e in acque tropicali. Forse vi è uno sconfinamento casuale dal Mar Rosso attraverso Suez, o la specie si sta adattando ad ambiente mediterraneo con acque diverse e più fredde.

Barracuda a Ponza

Antefatto
Dall’inizio degli anni ’90, diversi amici e io, tutti malati di “traino-mania”, avevamo preso l’abitudine di fare ai primi di giugno una puntata nelle acque della Corsica sud-orientale. L’obiettivo era costituito dai dentici che, come avevamo casualmente scoperto, in quel periodo e in quella zona dimostravano una spiccata bramosia per le esche Rapala rimorchiate con il monel. Di solito, con la mia e con altre due o tre barche, partivamo da Civitavecchia la mattina presto e dopo poco più di cinque ore di navigazione eravamo in piena azione di traina nelle adiacenze degli isolotti del Toro e della Vacca. Poi, prima dell’imbrunire, accostavamo ed entravamo di volata nel profondo “fiordo” all’estremità del quale sorge la cittadina di Portovecchio con il suo attrezzatissimo approdo turistico; qui, dopo aver ormeggiato le barche, raggiungevamo a piedi e in cinque minuti un confortevole residence che a stagione balneare non ancora principiata aveva trovato conveniente anticipare l’apertura proprio per accogliere il nostro gruppo. Il pescato ce lo facevamo cucinare per noi; ciò che restava, quando restava, lo regalavamo ai locali e ai pochi turisti antesignani che ce lo chiedevano. Ricordo in proposito che nel 1995 c’era in porto una modesta barchetta a vela di 7 metri abitata da due coniugi inglesi anziani ma ben arzilli che stavano facendo con tutta calma il giro del Mediterraneo. Ebbene, la signora, che aveva capito subito l’antifona, ci aspettava tutte le sere per ritirare la sua quota di pesce destinata al desco di bordo. Anche a costo di qualche nostro piccolo sacrificio non la deludemmo mai!Tutto andava per il meglio quando una sera fummo aggrediti verbalmente dal “comandante” di una barca professionale, un energumeno mezzo ubriaco ma ben determinato, il quale, spalleggiato da una masnada di brutti ceffi anch’essi palesemente alticci, ci minacciò di mandare a fondo le nostre barche perché, diceva, stavamo prendendo troppi pesci! Ci sarebbero stati mille motivi per reagire di brutto ma, a scanso di equivoci (ossia per non trasformare un innocente divertimento in una probabile battaglia), la mattina dopo levammo gli ormeggi e ce ne tornammo in continente.

I fatti
Fine maggio 1996. Conciliaboli vari con i colleghi di battuta degli anni precedenti. Nessuno vuole correre il rischio di tornare in Corsica perché si è saputo che pure a Bonifacio si sono verificati nei confronti di pescatori sportivi episodi di intolleranza analoghi a quello appena descritto; d’altra parte, sulla base delle poche e contraddittorie notizie disponibili sull’istituendo parco marino de La Maddalena, siamo tutti perplessi sulla opportunità di fare una prova nei bacini settentrionali della Sardegna ove presumibilmente, data la breve distanza dalle acque della Corsica meridionale e la coincidenza del periodo stagionale, il comportamento dei dentici dovrebbe essere lo stesso dei loro colleghi francesi. Perciò quest’anno non se ne fa nulla. Sennonché, all’ultimo momento, si fa avanti Gianluca che da pochi giorni ha varato una nuovissima ed attrezzatissima barca nuova, il Mister Fish (Albemarle USA) e che non vuole rinunciare alla velleità di collaudarla subito in crociera e in pesca. “Io provo a Ponza, chi mi ama mi segua”. Claudio, Titta ed il sottoscritto ci arruoliamo subito di buon grado.

Giovedì 6 giugno 1996. Alle sei del mattino usciamo dal marina di Riva di Traiano e alle 9,30 cominciamo a trainare nel tratto di mare che divide Ponza da Zanone. Come in Corsica in passato, peschiamo con il monel e con i Rapala; i terminali, lunghi una ventina di metri, sono di nylon dello 0,60. Seguendo le indicazioni del mappatore che ci segnala i rilievi più promettenti, cominciamo il solito andirivieni tipico della traina fra una secca e l’altra. Il mare è una tavola, azzurro e cristallino, il sole scalda ma non brucia, la vista del Circeo e delle isole Pontine con gli scogli e gli scoglietti che le attorniano è come sempre meravigliosa, la barca va che è una bellezza, la conversazione con gli amici è piena zeppa di battute e controbattute divertenti. Ma in fatto di pesca io mi sento scettico. A Ponza ci sono venuto tante tante volte, mai però in questo periodo dell’anno sul quale, per di più, nessuno dei colleghi che frequentano abitualmente il piccolo arcipelago mi ha mai detto qualcosa di interessante. Sarà…?! E, invece, ai bordi di una secca ubicata fra lo Scoglio Grosso e Zanone (fondale 22 metri), parte improvvisamente una canna. E’ un dentice di due chili che ha dato incautamente credito a una aguglia Rapala 13 testa rossa. Come per incanto, le mie perplessità lasciano il posto ad un cauto ottimismo; e dopo appena mezz’ora, per la precisione alle 13,30, ecco ancora un altro dentice, questa volta di oltre quattro chili; brindando alla buona sorte rivolgiamo il nostro non amichevole pensiero all’energumeno conterraneo di Napoleone Bonaparte. A sera troviamo senza difficoltà un comodo attracco su uno dei pontili galleggianti di cui si è dotata l’isola. Prima di andare in albergo (il vecchio Mari completamente ristrutturato e modernizzato) incontriamo a banchina un antico e ben noto pescatore locale (di quelli leggendari che ancora oggi prendono pesci enormi con rudimentali traine a mano), il quale ci mostra due belle ricciole di oltre 15 chili l’una; le ha prese con l’aguglia viva ma, ci avverte, è però difficilissimo catturare di questi tempi. Andiamo a cena e nella vecchia, direi mitica, trattoria di Amedeo dove siamo quasi gli unici clienti, siamo serviti come papi.

Venerdì 7 giugno 1996. Ci alziamo presto ma, ragionando sulle due belle riccioline che abbiamo visto ieri sera, aspettiamo che apra qualche negozio di pesca per procurarci i vermi per le aguglie. Sappiamo infatti, per esperienza acquisita, che nei periodi di magra, quando cioè le “matassine” da sole non catturano, bisogna arricchirle con un bel vermaccione agganciato ad un minuscolo amo piazzato subito dietro ed a contatto con le matassine stesse. Verso le otto e mezzo tira su la saracinesca il primo negozio ove acquistiamo ben sei scatolette di coreani meticolosamente sigillate. Qualche minuto per applicare gli ametti a valle delle matassine e via di corsa verso uno dei più conosciuti “hot spot” da aguglia: le secche affioranti a meno di un miglio per SE da Punta Madonna. Apriamo le scatolette e constatiamo che i vermi sono tutti defunti come quasi certamente sapeva il negoziante che, approfittando della nostra fretta, ce li ha rifilati vantandone la freschezza. Comunque proviamo. Quattro leggerissime canne con matassine e vermi morti alternate via via ad artificiali diversi teoricamente in grado di accalappiare qualche altra esca idonea alla traina come occhiate, sugarelli, ecc.. Niente. Per farla breve buttiamo via tutta la giornata nel vano tentativo di procurarci l’agognato belonide o un suo valido surrogato. Naturalmente prima di arrenderci le proviamo tutte: piumette di ogni colore, cucchiaini piumati e non piumati, minuscoli e un po’ più grandi, zavorrati e non zavorrati, terminali visibili solo con la lente di ingrandimento, periplo completo dell’isola con deviazioni varie. Al rientro in porto notiamo che, rispetto a ieri sera, il numero delle barche ormeggiate è aumentato considerevolmente: è la fase iniziale dell’imminente invasione turistica ormai consueta, con l’eccezione dell’inverno, nei giorni di sabato e domenica; ce lo conferma subito l’affollamento delle strade, dei negozi e di tutti i locali di ristorazione in genere.

Sabato 8 giugno 1996. Siamo usciti dopo le otto perché all’ultimo momento, sempre con la mente ottenebrata dal recentissimo ricordo delle grosse ricciole, abbiamo pensato di provare con le esche morte e siamo perciò stati costretti ad aspettare che la pescheriapiù mattutina si decidesse ad aprire. Scegliamo alcuni cefalopodi freschissimi di mezza misura che di solito, specialmente in queste acque, offrono un rendimento inferiore a quello del “vivo” ma comunque più che apprezzabile soprattutto nei confronti delle ricciole. Regoliamo l’andatura della barca al livello congeniale alla traina con esca morta: 3 nodi scarsi. Passano le ore ma non succede niente, tanto che, verso mezzogiorno, siamo tutti d’accordo sull’idea di togliere le seppie e di “riattaccare” con gli artificiali; abbiamo così la sorpresa di trovare una delle due seppie tranciata a metà. Strano, anzi stranissimo perché le cicale dei mulinelli sono sempre rimaste assolutamente mute: sembrerebbe l’opera di un grande ed astutissimo pesce serra; ma il fatto è che qui, a memoria d’uomo, i pesci serra non si sono mai visti. Perplessi e un po’ frastornati montiamo due magnum Rapala CD di 14 cm e ripartiamo un’altra volta a quattro nodi. Il monel immerso è di 150 metri per la lenza di destra e di 110 metri per quella di sinistra. Verso le 13, nella solita zona in prossimità di Zanone, incocciamo un dentice di un paio di chili seguito dopo da un collega ben più cresciuto. Passa mezz’ora e canta nuovamente una cicala; mentre Titta leva rapidamente di mezzo la lenza non impegnata, Gianluca comincia a recuperare; sembra però poco convinto e ce ne spiega il motivo: non avverte le testate che, di regola, caratterizzano le prime fasi del combattimento con i nobili sparidi (alias dentici); ma il pesce c’è di sicuro perché ogni tanto la curvatura della canna aumenta vistosamente e il filo fuoriesce dalla bobina. Alla fine lo scorgiamo a una ventina di metri da poppa: è argenteo, oblungo, serpentiforme e scatenato. Non riusciamo ad individuarne la specie. Come lo vediamo in barca da vicino, restiamo tutti e quattro letteralmente allibiti: qui, in Mediterraneo centrale, abbiamo catturato un pesce che ha il suo habitat esclusivo in acque tropicali e subtropicali: un barracuda! Non è enorme ma pesa quasi cinque chili. La dentatura spaventosa ci permette di sciogliere ogni dubbio sull’autore della mutilazione, netta e precisa al livello della più alta chirurgia, subita dalla seppia. Come tutte le catture insolite ed impensate, anche questa ci manda letteralmente in visibilio in quanto – nel suo piccolo, anzi nel suo piccolissimo – avvicina il nostro modo avventuroso ma ragionato di andare a traina alle vicende ben più eclatanti di coloro che, nei secoli scorsi, cercavano di scoprire, navigando, terre fino ad allora sconosciute. E quel nostro entusiasmo, forse un po’ sproporzionato ma pur sempre genuino, esplode nuovamente quando, alle quattro del pomeriggio, un altro “mostro” appartenente alla stessa specie resta a sua volta agganciato.

Abbiamo fatto la nostra quota e, pienamente appagati, rientriamo in porto. E qui troviamo una baraonda allucinante: barche che arrivano a frotte (da S. Felice Circeo, Terracina, Gaeta, Anzio, Nettuno e persino da Napoli) che non trovano posto e che fino a buio inoltrato continuano a girovagare in porto e in rada alla disperata ricerca di un ormeggio; nonostante il mare immoto e la completa assenza di vento imperversano le liti e c’è pure qualche urto con relativi danni. A terra la situazione non cambia: in tutti i ristoranti e trattorie c’è la fila per trovare un tavolo. Dopo cena (per fortuna avevamo prenotato per mangiare e per dormire) paghiamo i conti e andiamo a letto.

Domenica 9 giugno 1996. Alle sette siamo già in navigazione sulla via del ritorno verso Civitavecchia. Il mare continua ad essere una tavola ma c’è tanta foschia che non riusciamo neanche ad intravedere la pur alta isola di Palmarola che sorge poche miglia a sinistra della nostra rotta. Alle 11 sbarchiamo a Riva di Traiano.

Conclusioni
Ponza, come tutte le altre isole ed isolette degli arcipelaghi pontino e campano, è bellissima e, ben a ragione, tutto il mondo ce la invidia. La pesca sportiva dalla barca offre, anche nei periodi considerati morti, delle possibilità di tutto rispetto. Il segreto per pescare in pieno relax, senza cioè essere afflitti dal super affollamento marittimo e terrestre, è quello di evitare il pernottamento fra il sabato e la domenica; salvo il caso, si intende, di permanenze prolungate e bene organizzate. Un’ accortezza valida per tutte le stagioni, ai fini di un più sicuro approvvigionamento di aguglie vive, consiste nel portarsi appresso un po’ di vermaccioni di terra (lombrichi) che sopravvivono tranquillamente per molti giorni.
Stiamo pensando seriamente di tornare a Ponza; non solo per i dentici e per le ricciole ma anche per vedere se ci riesce di scoprire qualcosa di più sulla “extraterritorialità” dei barracuda.

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