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Diario di Lampedusa, l’isola dei sogni

Cronaca di sette giorni all’insegna del divertimento e della pesca nelle isole Pelagie

Esiste in Italia un luogo simile a quelle isolette africane sperdute nell’oceano, che sembrano fatte apposta per la pesca? chiesi a mio padre un pomeriggio di novembre dell’anno 2002. Lui per tutta risposta mi sventolò sotto il naso un foglio di carta appena uscito dalla stampante, preso da Internet.

Isola di Lampedusa? E dove si trova? Andiamo lì quest’estate?-

Lui rispose con un cenno del capo che lasciava supporre di sì. Nei giorni seguenti decise di parlarmi di questo posto; mi disse che faceva parte della placca continentale africana e che era situata nel bel mezzo del mar Mediterraneo, a poca distanza dalla Tunisia e, cosa più importante per me, mi disse che era rinomata come il paradiso della pesca.

Inizialmente non mi agitai più di tanto per un motivo: saremmo andati a Lampedusa i primi di agosto, ed ora stavamo a novembre; sette mesi di scuola interminabili prima di andare in villeggiatura nella nostra casa al mare in Calabria, a trenta metri di distanza dal mar Tirreno, per poi, a suo tempo, attraversare da nord a sud la bella Sicilia e prendere l’imponente traghetto che avrebbe impiegato nove ore per raggiungere l’isola.

A guardarlo da dietro il tempo sembra interminabile, ma se lo si guarda quando è trascorso non sembra neanche passato; la macchina stracarica di bagagli e di canne da pesca era parcheggiata sul vialetto di casa, in Calabria, pronta ad intraprendere il viaggio e la mia mente non faceva altro che elaborare immagini a non finire su quel posto tanto sognato per più di sei mesi. Il viaggio fino a Porto Empedocle è durato più o meno cinque ore, trascorso ammirando le aride ma belle colline siciliane, che rendono bene l’idea delle precarie condizioni idriche di questa regione. Nel nostro viaggio siamo passati per la città di Messina, Catania, Enna, Caltanissetta e Agrigento, patria del grande Pirandello, dove abbiamo avuto la possibilità di fare una breve ma interessantissima visita alla famosa Valle dei Templi, dove sono presenti numerosi resti ben conservati di templi ed altre strutture edificate dagli antichi Greci in molte zone della Sicilia durante la colonizzazione della magna Grecia, avvenuta circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, motivo per cui la Sicilia non è a mio parere assolutamente da scartare fra i vari itinerari culturali proposti dalle scuole per le gite di fine anno. La nave sarebbe dovuta partire verso mezzanotte, quindi abbiamo avuto tutto il tempo per visitare il piccolo paese di Porto Empedocle, che di certo non è un bello spettacolo a vedersi strutturalmente, a causa della sua trascuratezza tipica dei piccoli paesi del meridione, ma è comunque un luogo che ha una grande storia alle spalle; e poi quando si è così elettrizzati ed eccitati tutto sembra magnifico quasi come l’ottima cena a base di pesce gustata presso uno dei ristoranti presso il porto.

La mattina dopo, verso le nove, il potente fischio della nave ci ha avvisati che a momenti saremmo entrati nel porto di Lampedusa; ma non ho creduto ai miei occhi quando dall’oblò della nostra cabina ho visto l’isola, lembo di terra italiana persa nella grandezza del Mediterraneo, ad un tiro di schioppo dall’africa, che mi dava il suo benvenuto con un tempo splendido ed un sole cocente che in ogni caso sarebbe stato infinitamente più piacevole del caldo torrido ed umido di Roma. L’isola si è presentata completamente pianeggiante e rocciosa e, dalla parte del paese, le coste basse incorniciavano la meraviglia di quel raggruppamento di case in stile tunisino, ovvero basse e di forma cubica.

Scesi a terra nel porto molti, se così li vogliamo chiamare, taxi-mehari attendevano la propria clientela che usciva in gran quantità dal traghetto. A noi ci era venuto a prendere un addetto dell’hotel dove avevamo prenotato per l’intera settimana , da domenica 10 a domenica 17 agosto. Abbiamo caricato i bagagli sul rimorchio del pulmino e ci siamo accomodati all’interno di esso. Durante il trasferimento ho fatto giusto in tempo a gustarmi la visione della piccola spiaggetta del porto, ornata da alcune palme che davano l’idea di qualche paradiso caraibico, perché l’autista, avvezzo com’era alla guida del suo mezzo fra le stradine del paese, correva come un matto, incurante delle buche che ogni tanto ci facevano sobbalzare, ed io non ho potuto fare a meno di temere per l’incolumità delle attrezzature da pesca posizionate nel portacarichi:

Scusi, non potrebbe rallentare un poco?!!

Non t’aggia preoccupà giovine!!! Ci divertiamo ‘na pocu.

Le stanze dell’hotel erano piccole ma confortevoli e fresche, perché situate leggermente sotto il livello terreno. Secondo voi qual è stata la prima cosa che ho fatto una volta arrivati? Naturalmente ho preparato subito la bolognese da sei metri per l’indomani mattina, curioso di scoprire quali bestie marine si nascondessero nelle limpide acque lampedusane. Il mare era poco distante da dove dormivamo e quindi sarei potuto andare a pesca la mattina prestissimo senza svegliare i miei che sicuramente non avrebbero apprezzato il gesto.

Abbiamo trascorso quella prima mattinata, dopo aver noleggiato una mehari, girando per il porto in cerca di quelle gite di pesca organizzate a bolentino, visto che di traina non era periodo. Naturalmente c’era solo l’imbarazzo della scelta: un’infinita fila di imbarcazioni sui dieci metri offriva ogni genere di itinerari turistici o piscatori, e così ne abbiamo prenotato un paio per i giorni successivi. Mamma non ha protestato sui nostri progetti di pesca, visto che ce la siamo portata sempre dietro: d’altronde non potevamo fare altrimenti!

Il posto dove abbiamo deciso di andare nel pomeriggio mi ha regalato immagini impagabili, che penso in nessun altro posto d’Italia avremmo potuto ammirare: abbiamo pensato di recarci a fare il bagno alla famosa spiaggia dei Conigli, riserva naturale protetta, unica per la sue sabbie finissime e bianchissime. La curiosità di questa spiaggia che più mi ha colpito è che è conosciuta come luogo di riproduzione delle tartarughe marine “caretta-caretta”, le quali vengono durante precisi periodi dell’anno a deporre le proprie uova. Io speravo di vederne almeno una, ma, a parte il fatto che non era periodo, dubito che si sarebbero avventurate nel nugolo di persone che affolla questo posto durante l’estate. Naturalmente, visto che non si poteva pescare perché riserva protetta, ho ripiegato sulla maschera e le pinne per andare a caccia con lo sguardo dei pesci che senza dubbio dovevano essere una moltitudine.

Certo, quando si vive in una grande città, lontano dal mare e dalla natura, circondati da barriere di cemento è molto difficile immaginare cose come quello che ho avuto la fortuna di ammirare e che spero succederà di nuovo. Quelle ore trascorse sott’acqua mi sono sembrate un sogno; ora che ci ripenso credo che si è trattato proprio di un sogno, perché non è possibile che salpe di almeno ottocento grammi ti vengano a mangiare il pane dalle mani dandoti per sbaglio dei piccoli morsi con il proprio duro apparato boccale, e che al succulento banchetto da me offerto si aggiungano cefali, castagnole, occhiate, leccie stella, mormore dando vita ad una specie di danza multicolore; sono riuscito a toccare tutti questi pesci con le mie mani. Quando mi sono spostato di qualche metro più a largo, lo show non aveva intenzione di terminare: due belle orate, incuriosite dalla mia presenza, mi hanno seguito per tutto il tragitto che ho percorso. Spesso una razza si sollevava dal fondo biancastro per allontanarsi dalla mia fastidiosa presenza, mentre presso la scogliera sommersa qualche spigola in caccia cercava la sua preda fra le alghe di posidonia. L’acqua era la più limpida che abbia mai visto, e mi permetteva di ripararmi dalla calura estiva. Mi è capitato anche di “conoscere” ( e di pescare nei giorni successivi) una razza di pesce che neanche sulla rivista “Pescare” avevo mai visto, e che ha occupato la mia mente fino a quando non ho saputo di che bestia si trattava: il suo corpo carnoso e ricoperto da grosse squame lo faceva sembrare piuttosto buffo, ma si muoveva con un’ eleganza che mi ha lasciato di stucco, movendo le sue piccole pinne laterali molto velocemente. Più tardi ho saputo dal proprietario del nostro albergo che si trattava del pesce pappagallo, molto diffuso a Lampedusa, originario del mar Rosso, dove gli esemplari possono raggiungere anche parecchi chilogrammi. È molto simile al più conosciuto pesce balestra, ma i suoi colori cambiano, come ho poi potuto vedere, a seconda della dimensione, del sesso e dell’età spaziando da tonalità sul rosso cupo a quelle del blu o verde. Mi ha detto anche che è facilmente catturabile con ogni tipo di esca e tecnica, grazie alla sua voracità. Incuriosito da questo nuovo inquilino del mar Mediterraneo, l’indomani mattina come già avevo in mente la sveglia sarebbe suonata alle sei, per recarmi a Cala Creta, splendida spiaggetta rocciosa a poca distanza dall’hotel, per far sì che qualcuno di questi pesci potesse gradire la mia pastura, preparata accuratamente appena rientrati dalla gita alla spiaggia dei Conigli. La ricetta, che tengo gelosamente nascosta anche se molto semplice, mi ha permesso di catturare con la tecnica della mazzetta d’ami diversi bei cefali, saraghi, cerniole per non parlare dell’infinità di occhiate, boghe e salpe che girano perennemente in cerca di cibo nelle acque della scogliera artificiale di Longobardi, la località sulla costa tirrenica calabrese dove trascorro da sempre le mie vacanze estive.

Lunedì 11 agosto, prima giornata di pesca in questo gioiello di isola: la notte trascorsa con il ventilatore acceso mi ha permesso di riposare nel migliore dei modi, non facendomi avvertire il caldo africano che anche di notte imperversava, e così quella serena alba mi ha accolto sveglio e pimpante come di certo non sono quando a Roma mi sveglio la mattina per andare a scuola. Mi sono incamminato per un polveroso sentiero sterrato in direzione di Cala Creta con la mitchell da sei metri, abbinata all’ottimo shimano stradic nella mano sinistra, e reggendo con la destra il secchio pesante di pastura. Nella testa avevo incancellabili i pensieri dei pesci visti alla spiaggia dei Conigli il giorno prima, e mi chiedevo se anche dove mi stavo recando vi fossero animali di quella pezzatura.

La scogliera si è presentata abbastanza alta sul mare, impossibile quindi l’uso del guadino; l’acqua era tanto limpida e pulita da lasciar vedere il fondo, sui due metri, e le piccole sagome delle castagnole che forse avevano intuito la solenne mangiata che si sarebbero fatte tra qualche minuto. Prima di iniziare a lanciare ho gettato in acqua qualche noce di pastura in modo da cercare di radunare i miei avversari. I pesci pappagallo; appena la lenza è entrata in mare, una miriade di pescetti, forse cefali, sembravano azzuffarsi tra loro per garantirsi un posto a tavola, ma hanno subito lasciato perdere l’esca quando questa è affondata fino a sfiorare il fondo. All’improvviso il galleggiante è affondato vistosamente, e il cimino in carbonio si è piegato come non mai sotto il peso di qualcosa; ho ferrato non troppo forte, ed il pesce ha risposto con una prolungata botta verso il fondale: tipico comportamento della cernia di scoglio, che proprio non voleva saperne di risalire a galla, ma che dopo poco tempo ha ceduto alla mia testardaggine. Era un discreto esemplare, relativamente piccolo considerata la sua dimensione massima, che ho rilasciato prontamente senza arrecargli danno. La mattinata era iniziata bene! Ma la seconda cattura, avvenuta poco dopo, era quella da me sperata: il pappagallo, come la cernia, ha iniziato a tirare verso il fondo, ma molto più violentemente; doveva essere davvero bello. Ho intravisto la sua sagoma rosso scuro spiccare fra gli altri colori marini solo dopo almeno dieci minuti di combattimento; non mi restava che tirarlo fuori, ma non sapevo se il nylon del dodici avrebbe retto al peso di almeno mezzo chilo; dovevo provare per forza. Come d’altronde era logico, ho visto il mio pesce ricadere inesorabilmente in acqua facendo anche un bel tonfo e lasciandomi a bocca asciutta; l’avrei comunque liberato perché altrimenti non avrei saputo cosa farne, e poi, per quanto ne sapevo poteva essere anche un animale feroce, che non avrebbe pensato due volte ad azzannarmi un dito con i suoi denti duri come la roccia.

Mi sono ritirato dalla fruttuosa pescata verso mezzogiorno, con un bel bottino ributtato interamente in mare (naturalmente vivo): due cerniole, due salpe di media taglia, un saraghetto e, ironia della sorte, due pesci pappagallo che seppur più piccoli di quello fuggito, mi hanno fatto molto apprezzare questa specie per la sua combattività e la sua curiosa forma, e mi hanno fatto raggiungere lo scopo pianificato.

Il pomeriggio di quella memorabile giornata lo abbiamo passato a bordo di un’imbarcazione che ci ha fatto fare interamente il giro dell’isola. Il cordiale equipaggio ci ha portato alla scoperta di alcune fra le più belle calette e spiagge dell’isola, fermando i motori di tanto in tanto per farci fare un bel bagno in quelle acque splendide.

La sosta principale è avvenuta nella baia Tabaccara, chiusa da una parte dall’isola dei Conigli, dove nessuna delle persone a bordo, comandante compreso, ha saputo resistere alla tentazione di un rinfrescante bagno. Anche questo luogo era un’oasi naturale e quindi io non ho perso occasione per tuffarmi con maschera e pinne, ma questa volta avevo un optional in più: una macchina fotografica subacquea usa e getta che mi ha consentito di immortalare alcuni pesci nel loro ambiente naturale. L’acqua lì era splendida, e le specie di pesci presenti si contavano a decine. Sono riuscito a fotografare a stento anche due aguglie, che mi hanno fatto faticare molto per la loro velocità in acqua, dei bei saraghi, un branco di cefaloni che si muovevano sulla sabbia del fondo in compagnia di alcune mormore, una cernia ed alcune perchione da paura, che si sono mostrate in tutta la loro bellezza facendomi assaporare quella bella gita in barca.

Dopo il bagno abbiamo visitato come prestabilito il versante nord dell’isola, magnificamente alto e roccioso, senza la presenza di spiagge o cale; alcuni grandi scogli affioranti hanno creato suggestivi paesaggi da album di ricordi, che ci hanno fatto apprezzare anche le qualità fisiche di Lampedusa date proprio da queste splendide coste e dal mare, naturalmente.

Siamo tornati all’hotel verso le otto, dove ci attendeva calda e fumante una prelibata cenetta a base di pesce lampedusano, per poi andare a fare quattro passi per la via principale del paese, molto suggestiva e mondana grazie alle lunghe file di bar e di negozi che approfittano della gran presenza di turisti provenienti da tutta Italia e non solo. Il turismo è proprio il punto di forza di Lampedusa, come d’altronde di tutte le isole italiane, quindi il paese è stato adattato a quest’uso trasformandosi completamente da com’era qualche decennio fa; la conseguenza di questo successo nel campo turistico è purtroppo scontata: i prezzi di qualunque cosa sono alle stelle! (si pensi che quella sera per comprare un’aranciata ho fatto sborsare a mio padre cinque euro). Ho approfittato di quella serata anche per curare i miei interessi, chiedendo a papà di portarmi, a fine passeggiata, a dare un’occhiata al porto perché nelle serate seguenti probabilmente sarei andato per una battuta a pesca con il bigattino “by night”, in barba a negozi e vetrine. È stato proprio al porto che ho scambiato la prima parola con un pescatore, seduto sul suo seggiolino, piazzatosi con la sua canna da pesca presso la banchina dove attraccano le navi più grosse, e dove avevo intenzione di andare a tentare la sorte anch’io nei giorni successivi; aveva l’aria di fare sul serio, ed ho fatto quindi la domanda di rito:

Buonasera, ha preso qualcosa?

Mà, nu par’ i pisci l’aiu pigliati.

E mi ha mostrato l’interno del suo panchetto, dove io non potevo certo immaginare che c’erano almeno cinque saragoni sui tre o quattro etti, che mi hanno lasciato a bocca aperta;avevo in mente centinaia di domande da porgli: che tecnica usa? Da quanto tempo è che sta pescando? Come diavolo ha fatto ha catturare quei pesci? Mi sono limitato a salutarlo con un “arrivederci”, per poi ritornare alla mehari con aria incredula.

Naturalmente credevo che quel mare di fronte alla banchina fosse miracolato da Dio, che lì i pesci di quella dimensione si contassero come bruscolini, e così fremevo già dall’impazienza di andare a pesca usando la solita tecnica che utilizzavo a Longobardi, galleggiante da otto grammi e lenza del dodici con torpilla da un grammo, che mi aveva permesso di catturare a Longobardi pochi giorni prima di partire un bel “maggiore” di tre etti.

Martedì 12 agosto, secondo giorno. Le ore di questa giornata le abbiamo passate sempre a bordo di una barca, fin dalla mattina, ma questa volta l’abbiamo prenotata solo per noi: il padrone dell’imbarcazione, un certo Franco, ci avrebbe portato ovunque avessimo voluto andare a fare il bagno, ed a pescare.. Le alternative non mancavano; avremmo potuto anche noleggiare una barchetta per conto nostro ma mio padre, con l’approvazione di mamma, aveva timorosamente deciso che era meglio di no, dato che non conosceva i fondali e quindi non sapeva dove e se c’erano scogli o altri ostacoli sommersi. L’attrezzatura da pesca per il pomeriggio consisteva in due canne corte abbastanza robuste abbinate a due mulinelli Shimano da surf. Come esca, il pescatore che ci avrebbe accompagnati ce ne ha consigliato una locale molto usata: il cappuccetto, ovvero delle piccole seppioline da innescare intere sull’amo che avremmo calato nel pomeriggio sui fondali di capo Ponente pescando a bolentino. La prima tappa della nostra escursione è stata nuovamente baia Tabaccara, dove all’unanimità avevamo deciso di recarci nuovamente per visitarla più accuratamente; non capita tutti i giorni di poter visitare luoghi così belli, e così volevamo avere un ricordo ancora più nitido di questo luogo da poter conservare in futuro. Dunque mi sono nuovamente immerso in queste acque da sogno, con un vecchio alleato che mi avrebbe fatto trascorrere minuti ancora più piacevoli, paragonabili a quelli trascorsi all’isola dei Conigli: qualche pezzetto di pane trafugato dalle scorte del pranzo. Questa volta sono venute a mangiare dalle mie mani solo le socievoli castagnole, dato che l’innata diffidenza dei cefali non consigliava loro di avvicinarsi, ma di mantenersi ad una distanza di sicurezza. Qualche saragotto fasciato attendeva il proprio turno mimetizzandosi con la sabbia del fondo, lasciandosi scorgere solo grazie alle visibili fasce nere sul dorso. La volta precedente che avevo fatto il bagno in questo posto, non avevo notato la massiccia presenza di meduse, assai differenti da quelle che abitano il mare di Longobardi: queste erano molto più piccole e con lunghi tentacoli trasparenti, i quali, nonostante le ristrette dimensioni dell’animale, suppongo che non avrebbero donato una piacevole sensazione al contatto con la pelle e quindi ho cercato di starne il più alla larga possibile. Le altre immagini che ho visto sono state più o meno uguali a quelle del giorno prima, ma anche nel rivedere quei pesci e quei fondali viene voglia di trasferirsi immediatamente a vivere sull’isola.

Verso mezzogiorno il nostro Franco si è messo all’opera, rivelandosi oltre che buona guida, anche un ottimo cuoco, preparandoci un’ abbondante porzione di spaghetti aglio,olio e peperoncino gustati all’interno di cala Pulcino, altra splendida baia. Purtroppo dopo quella solenne mangiata non era possibile farsi il bagno, per evitare una congestione che avrebbe fatto trascorrere all’incauto il resto della vacanza all’ospedale; poco male! Le canne da pesca erano belle e pronte accanto a noi nell’attesa di regalarci chissà quale emozione, ed emanavano un irresistibile richiamo al quale non ho potuto resistere oltre.

Appena il capitano ha messo in moto il vecchio diesel della barca, ho iniziato a verificare la fattura delle lenze preparate, in modo da evitare spiacevoli sorprese: però a dire il vero una sorpresa c’è stata, forse la più inaspettata in cui mi sia mai imbattuto; una sorpresa in carne e pinne, che sono riuscito a tirare su da cinquanta metri di profondità dieci minuti dopo aver calato la lenza in acqua; più che di pinne si trattava di vere e proprie ali, proprio le stesse che mi hanno fatto faticare molto prima di fare emergere alla luce del sole il pesce più strano e bizzarro d’Italia, il quale aveva abboccato all’amo sapientemente innescato con una di quelle mirabolanti seppioline di cui eravamo forniti. Ci sarebbero da scrivere pagine sulla bellezza e l’eleganza di questo animale, ma mi limiterò alle cose che più mi hanno colpito e che sono balenate per prime nella mia testa non appena l’ho visto guizzare sulla superficie marina, accompagnato dalle mie esclamazioni di stupore e dalle risate di Franco. Si trattava del pesce Angelo, buono tutt’ al più per farci la zuppa, ma che veniva catturato di frequente nelle acque lampedusane. Al primo sguardo l’ho scambiato, a causa del suo colore rosso vivo, per una gallinella e visto che non l’avevo mai pescata prima, ho incautamente esclamato:

Oh, guardate una gallinella!

Incautamente perché, appena pronunciate quelle parole, la “gallinella” ha spalancato le sue grandi ali viola mettendomi una paura del diavolo, quasi come se avesse voluto punirmi per averle dato della “gallinella”. L’effetto di quel suo gesto provocò una sorta di panico che ha colpito soprattutto mia madre, abituata a vedere gli innocui cefali di Longobardi che spesso le portavo per essere cucinati; mio padre ha avuto la mia stessa reazione mentre capitano Franco se la sghignazzava, forse perché ormai abituato alla vista di quella specie, che si imbatteva spesso nelle sue reti da pesca. Abbiamo fatto qualche foto al pesce, ora conservate gelosamente nell’album di ricordi; dopo averlo lasciato ancora qualche attimo attaccato alla lenza per osservarlo un altro pò, Franco lo ha afferrato saldamente e lo ha slamato con cura, per poi ridargli la libertà.

La pescata è proseguita piacevolmente con la cattura di qualche saraghetto e di una piccola tanuta, insieme a qualche perchia; ma in quel clima di serenità e rilassatezza il mio pensiero non ha potuto fare a meno di ricadere sulle immagini che fino a pochi giorni prima ho avuto il dispiacere di guardare in televisione, e che hanno occupato parecchie pagine sui quotidiani; Lampedusa, regina del turismo, frequentata da migliaia di visitatori ogni estate, è anche, con Pantelleria, la principale meta di sbarco delle cosiddette “carrette del mare”, i barconi pieni di clandestini che quotidianamente d’estate, trasportano il loro carico di merce umana oltre il confine italiano, in modo da far abbandonare loro, dopo il pagamento di cospicue somme, il paese di provenienza dove non ci sarebbe stata possibilità di vita per questa gente, a causa dei vari problemi di natura politica ed economica che interessano gran parte dei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo. Agli occhi di queste persone di certo questo mare e questa terra non sono visti come un luogo di villeggiatura, ma come la loro unica possibilità di sopravvivenza, per la quale chissà quali pene hanno dovuto patire prima di poterla raggiungere; questo penso sia il pensiero che interessa tutti i turisti di Lampedusa, e spero che siano tutti consapevoli che a qualche centinaio di metri dalla spiaggia superaffollata di bagnanti, nei pressi dell’aeroporto, ci sia un importante centro di prima accoglienza che offre i primi soccorsi agli immigrati, e che opera distaccatamente dal resto dell’isola, quasi come se non ne facesse parte, quasi come se non si volesse far vedere dai turisti che si sollazzano lì di fronte.

Finita la gita in barca, dopo esserci fatti rilasciare da capitano Franco il suo numero di telefono per contattarlo nei giorni seguenti, siamo andati al negozio di pesca del porto per comprare i bigattini, che speravo sarebbero stati miei validi alleati in quella splendida serata per tentare di eguagliare il pescatore della sera precedente. La mia pescata notturna avrebbe avuto inizio verso le nove e mezza e si sarebbe protratta fino a mezzanotte circa. L’emozione ha incominciato a bussare alla porta della mia mente, ma io, essendo abbastanza pessimista, avevo la certezza che qualcosa sarebbe andato storto e che quei pesci da copertina avrebbero dovuto attendere ancora per molto; d’altronde il gioco della pesca è questo e finche non lo si accetta non la si potrà mai amare: vale la regola “o la và, o la spacca” in quest’attività.

Quella sera ho cenato molto più velocemente del solito, non gustando al meglio l’ottimo pasto, probabilmente per la grande emozione che già mi attanagliava in una strettissima morsa e che lasciava spazio solo al pensiero di quello che speravo sarebbe accaduto più tardi in banchina. Ero stato poche volte a pescare di notte prima d’ora, forse una decina al massimo, ed i miei risultati erano stati sempre molto scarsi, a parte il bellissimo sarago di Longobardi di cui ho parlato in precedenza, che mi ha fatto appassionare definitivamente alla pesca notturna; era la prima volta che andavo a pesca di notte in un altro posto al di fuori della mia scogliera prediletta, ed a maggior ragione avevo tutti i motivi del mondo per essere ancora più eccitato.

Il motore della mehari faceva come al solito un gran fracasso, rovinando la magica atmosfera creata da quella splendida serata di metà agosto, e facendosi sentire probabilmente fino al porto; durante il tragitto ho montato gli starlight sui galleggianti da sei grammi che solevo usare, mentre i bigattini si stavano risvegliando dal torpore causato dalla temperatura del frigorifero. Il porto di sera era stupendo: le luci e gli odori di quel luogo evocavano in me immagini di luoghi esotici, e mi regalavano sensazioni piacevolissime. Le barche e i pescherecci erano militarmente in fila, uno accanto all’altro, intramezzati da qualche zona vuota destinata alle imbarcazioni che sarebbero rientrate durante la notte. Io avevo intenzione di posizionarmi nello stesso luogo dove la sera prima avevo incontrato il pescatore, ma purtroppo era già occupato da una fila di questi. L’unico spazio libero su quel molo era poco più in là, a ridosso di una piccola penisola rocciosa a difesa dell’imboccatura portuale, sotto ad un lampione che di certo mi avrebbe aiutato per preparare l’attrezzatura ma che non avrebbe giovato all’azione di pesca perché la luce si rifletteva nell’acqua. Prima di iniziare a pescare ho deciso di gettare uno sguardo, giusto per curiosità, nel secchio degli altri occupanti del molo, che dalle facce non sembravano molto soddisfatti; infatti i loro catini erano completamente vuoti a parte gli stracci e la bustine vuote degli starlight. Nonostante ciò non mi sono affatto demoralizzato ed ho immediatamente montato le canne, due, con le rispettive lenze. La distanza che al massimo raggiungevo lanciando non superava i venti metri, più o meno all’altezza delle canne degli altri pescatori. Mentre le canne erano in acqua mi chiedevo per quale diavolo di motivo nessuno aveva preso niente; quel molo non era miracolato da Dio? Nella mia testa si sono iniziati a formare molti interrogativi che non avrebbero mai trovato risposta, e che ancora in questo momento mi pongo. I minuti, le ore passavano; il galleggiante non era mai affondato se non una volta per avvertirmi che una fastidiosa castagnola rossa aveva abboccato al bigattino, quasi come se volesse beffarsi di me e di quella malvagia serata che non mi aveva elargito nulla fin ora. I pescatori, verso le dieci e mezza, hanno iniziato a chiudere baracca lasciandomi solo con il mio dolore. Il molo era tutto per me e così avevo deciso di spostarmi qualche metro più in là, in modo da allontanarmi da quel lampione maledetto; ora mi trovavo nell’esatto punto dove pescava la sera precedente quel “mago”. Infatti, effettuato l’ennesimo lancio, ho sentito una voce dietro di me:

Guagliò, ca ci fa seduto a ru postu mio!

Era lui. I suoi occhi brillavano del riflesso del lampione, che illuminava appena il suo volto facendomelo conoscere, ed era un viso che preannunciava una grande pescata. Ha sistemato il suo panchetto poco distante da me ed ha iniziato a lanciare parecchio lontano, decisamente più di dove lanciavo io. Come se nulla fosse, dopo circa venti minuti, a seguire di numerose toccate molto visibili che non hanno tardato ad arrivare, ha tirato fuori il primo sarago sui tre etti, il primo di una lunga serie che mi ha accompagnato fino all’arrivo di papà, che con la fedele mehari mi era venuto a prendere. Io avevo già smontato le canne almeno tre quarti d’ora prima del suo arrivo, rimasto come incantato dalla facilità con cui prendeva quei bei saraghi. In quel tempo ho realizzato che per prenderli doveva usare per forza una tecnica molto diversa dalla mia altrimenti anche il mio secchio sarebbe stato pieno. Per raggiungere quelle distanze doveva avere un peso sulla lenza; osservando meglio ho visto che si trattava di un semplicissimo pasturatore a vite, i quali erano presenti in gran quantità nella mia borsetta. La rabbia e il dispiacere accumulato in quella pescata era tanto, ma ho deciso comunque di tornare la sera successiva, con il pasturatore sulla lenza, per tentare di nuovo la sorte rimediando probabilmente un altro solenne cappotto. Se quel tizio riusciva a prendere tanto, non vedevo per qual motivo io non prendevo niente. La mia caratteristica principale di pescatore è proprio questa: non mi arrendo mai e le provo tutte per raggiungere l’obiettivo prefissato. Certo, molto spesso c’è parecchio su cui incavolarsi e soffrire ma ne vale la pena se poi i risultati sono quelli che spesso mi ripagano di tutto, ed è giusto che sia così!

Mercoledì 13 agosto. Questo giorno l’avremmo dovuto trascorrere di nuovo a pesca, questa volta con l’equipaggio, composto da tre persone, che ci aveva già ospitato due giorni prima per il giro dell’isola. E infatti sul cartellone di presentazione c’era scritto: Oltre a gite in barca si organizzano battute di pesca a traina e bolentino a Lampedusa e Lampione. Ma quando, salito a bordo, ho notato alcune coppiette che tutto sembravano tranne intenzionate a pescare, avrei dovuto capire subito che ci doveva essere qualche magagna sotto e che quanto era stato detto dal capitano non corrispondeva esattamente a verità. Lui, il capitano, aveva detto che ci saremmo appunto recati nei pressi dell’isolotto di Lampione, distante qualche miglio da Lampedusa, per pescare qualche pagello con la solita esca locale, molto più economica e in quel luogo fruttifera dei vermi, per poi avvicinarci a riva e continuare fino a pomeriggio inoltrato a caccia di saraghi e pappagalli. Un’ oretta e mezza di navigazione ci separava dalla nostra meta. Una parte di quel tempo l’ho trascorso osservando un membro dell’equipaggio pulire e preparare i pesci per il pranzo, ma con la mente vagavo nell’immensità di quel mare e cercavo termini di confronto per paragonare Lampedusa alle Eolie, altrettanto stupende e ricche di pesce. Stanco di rimanere seduto e poppa della barca in compagnia del forte rumore del motore, ho deciso di andarmi a sistemare sopra la cambusa, dove si poteva accedere grazie ad una scaletta di legno, per cercare di individuare i lineamenti di Lampione all’orizzonte. Il vento di scirocco mi sferzava il viso impedendo al caldo di attanagliarmi nella sua stretta fatale; ma dopo un pò di tempo, vedendo in acqua una bestia verdastra enorme che nuotava leggermente a sinistra della prua, ho creduto di aver preso un pò troppo sole in testa. Il sole l’avevo preso, è vero, ma quella che avevo visto non si trattava di un’allucinazione, ma bensì di una tartaruga “caretta-caretta” di cui già avevo sentito parlare alla spiaggia dei Conigli. Prima d’ora non avevo mai visto una tartaruga vera, se non nei documentari in televisione o nel laghetto di villa Borghese a Roma. Anche altre persone avevano visto la tartaruga e ne erano rimaste meravigliate quanto me; il capitano ci ha poi detto che l’avvistamento delle tartarughe, così come quello dei delfini notevolmente presenti anche a Longobardi, non era affatto un evento casuale e capitava quasi sempre di imbattersi in una di queste creature; penso che mi ricorderò di quella scena magnifica per il resto della mia vita: non capita tutti i giorni di vedere una tartaruga in libertà!

Come ho accennato, c’era qualcosa che non mi quadrava in quella battuta di pesca frequentata addirittura da una coppia di persone anziane, ed è stata proprio quella la mia disgrazia, e non tanto le altre persone, che comunque già iniziavano a manifestare il proprio disinteresse alla battuta di pesca, sostenendo che sarebbe stato meglio andare a fare il bagno da qualche parte: appena arrivati sul posto, un signore sulla settantina ha incominciato a sentirsi poco bene; ho fatto appena in tempo a rendermi conto di quello che stava succedendo che lo vedo correre verso prua inseguito dalla moglie. Aveva un attacco di nausea e mentre dava sfogo al suo impulso, io già avevo capito che di quella splendida pescata al pagello che dovevamo fare non se ne sarebbe fatto niente. Lo abbiamo accompagnato a riva dell’isolotto in modo da permettergli di rimettersi in sesto e fare una passeggiata a terra; non so perché, ma avevo un’ irresistibile tentazione di lasciarlo lì con la moglie, e magari con tutto il resto dei clienti che protestavano contro la pescata che avremmo dovuto svolgere in grande stile, e che invece si è tramutata in “piccolo stile”. Una domanda mi è sorta spontanea: i cartelli li sapete leggere o no? Questa è una battuta di pesca! Dopo pranzo ho comunque pescato dalla barca a pochissimi metri da riva ed ho avuto ugualmente piacevoli sorprese: il sottocosta era affollato di pesci pappagallo di ottima taglia, che strappavano ripetutamente il finale ai pochi pescatori. Siamo riusciti lo stesso a salparne parecchi tra i cinquecento grammi e gli ottocento, per non parlare poi degli innumerevoli saraghi codanera che attaccavano le esche in contemporanea. Questa volta, oltre ai cappuccetti, abbiamo usato come esca dei piccoli gamberi che hanno dato ugualmente ottimi risultati, forse grazie al loro sapore più dolce.

Verso le sette, sulla via del ritorno, abbiamo osservato a lungo un magico tramonto rosato incorniciato dal cielo limpido e dal mare leggermente increspato dallo scirocco, e continuavo a guardarmi intorno sperando di avvistare dei delfini o un’altra tartaruga, ma il sole calava e i riflessi si infittivano sempre di più sulla superficie, trasformandola in una distesa scintillante. Uno squinternato manipolo di imbarcazioni varie si imbottigliava nel porto, creando un traffico degno del raccordo Anulare; nonostante ciò abbiamo raggiunto il molo senza difficoltà. Quella è stata l’ultima gita trascorsa con quell’imbarcazione e quel capitano, e questo non poteva che lasciarmi un pò di tristezza perché io ho il difetto di affezionarmi a qualsiasi cosa. Anche se il programma della gita non era stato rispettato fedelmente, ci siamo divertiti tutti parecchio e quindi quella giornata non poteva che lasciarci un bellissimo ricordo da conservare.

Il buio stava arrivando, e con il buio tornava anche l’irresistibile richiamo della notte, micidiale per tutti i pescatori incalliti come me. Il richiamo della notte è come una voce profonda che richiama a se i pescatori, riesce a drogare con le sue luci e la sua atmosfera chiunque; il mare con il buio incute anche un certo timore, perché non si riesce a capire dove, all’orizzonte, finisce il cielo e inizia il mare, confondendosi entrambi in un blu scurissimo. Le stelle si possono paragonare alla moltitudine di scintille riflesse in acqua dalla luna e dalle luci della città, creando giochi di luce straordinari. Un pesce che è saltato fuori dall’acqua mi ha fatto tornare alla realtà, e mi ha incitato a preparare in fretta e furia l’unica canna con la quale avrei pescato quella notte. Finalmente il pasturatore a vite penzolava a venti centimetri dal galleggiante di sughero, e, dopo averlo caricato di bigattini vispi e pimpanti, ho lanciato notando che nonostante il peso del pasturatore non riuscivo comunque a raggiungere distanze soddisfacenti, anche perché dato il sottile filo in bobina, del diciotto, ero costretto a lanciare con molta delicatezza. Il finale era di circa due metri intramezzato da tre pallini di piombo posizionati a metà della lenza. Non sapevo minimamente la profondità dell’acqua davanti a me e quindi ho optato per una lunghezza del filo standard; quella sera c’ero solo io a pescare fino a quando non è tornato lui, di nuovo, puntuale come ogni sera con il suo panchetto e la sua lampada al neon; mi ha salutato ed ha montato la sua solita canna, con un bel galleggiante di almeno diciotto grammi ed un pasturatore uguale al mio. Ha osservato un mio lancio e, vedendo come avevo montato il pasturatore, fece un sorriso di scherno come per dirmi che quella montatura era tutta sbagliata; io ho continuato a pescare, senza prendere niente, e a lanciargli un’occhiata di tanto in tanto per vedere quanto tempo avrebbe impiegato a prendere il primo sarago. Dopo circa un quarto d’ora ho visto il suo galleggiante, lanciato almeno trenta metri più lontano del mio, che andava sotto ad intervalli lunghi e regolari. Mi sono goduto quel combattimento abbastanza prolungato fino a quando il pesce gli ha strappato la lenza proprio sotto riva, accompagnato da un piccolo lamento da parte sua:

ncul’ a chi. ci ho ‘u finale troppo sottile.

Io, che ancora stavo guardando in acqua sotto i suoi piedi sperando di vedere qualcuno che gli attaccava i pesci alla lenza, mi sono alzato dal pilastro di ferro dove ormeggiano le navi e mi sono avvicinato a lui. E così abbiamo iniziato un dialogo che ha cambiato il mio futuro a pesca di notte:

Era un sarago che le ha strappato la lenza?

Si, ma unn’ era tanto gruoss, neanche tre etti.

Io oramai avevo smesso di guardare il mio galleggiante, ed avevo iniziato a guardare il suo.

Ma come fa a lanciare così lontano? E soprattutto come fa a prendere ogni sera tutti questi saraghi?

Dal suo dialetto avevo capito che era siciliano, ma mentre parlava con me aveva messo da parte questa parlata lasciando posto solo ad un percettibile accento meridionale;

Tu non prendi niente perché sbagli montatura e tecnica. Cà ci su almeno dodici metri d’acqua. Devi mettere ‘u nodino e nu galleggiante più pesante se vuoi pigliare qualche cosa.

E così ha tirato su la lenza e me l’ha mostrata facendomi vedere ogni particolare. Era molto gentile e simpatico. Mentre parlava avevo capito che le mie pescate di notte sarebbero completamente cambiate d’ora in poi. La montatura era molto semplice, chiunque sarebbe potuto arrivarci da solo pensandoci un pò su: il galleggiante non era altro che uno a pera rovesciata da diciotto grammi fermato al di sotto da una girella con moschettone legata alla lenza madre, e al di sopra da un nodino legato a circa dieci metri dal galleggiante, in modo da dare al finale molto fondo. Alla girella era attaccato un bracciolo di nylon lungo circa un metro al quale era legato il pasturatore e, sullo stesso bracciolo, vi era posizionata un’altra girella bloccata da due piombini alla quale era collegato il finale con l’esca, di circa due metri. Prima di continuare la chiacchierata ho tirato su la lenza dopo circa un’ora che stava in acqua, notando che il bigattino non era stato nemmeno toccato e che il finale era irrimediabilmente intrecciato sia con il pasturatore che con la lenza madre, avendo creato un parruccone incredibile, ma non mi importava niente: il giorno dopo avrei fatto l’ennesimo tentativo nella speranza che fosse quello buono.

Abbiamo parlato del più e del meno, naturalmente prendendo come tema principale la pesca, e mi ha raccontato di essere anche lui in vacanza e che si recava a Lampedusa ogni anno da Catania, dove anche lì andava a pescare di notte con la stessa tecnica prendendo di tutto. Prima dell’arrivo di mio padre, il “catanese” (così lo conosco non avendogli chiesto il nome) aveva preso solo un bel sarago sui tre etti sotto gli sguardi attoniti di due pescatori romani, che erano arrivati poco prima che me ne andassi io, accompagnando la sua cattura con frasi di stupore ad alta voce in perfetto romanaccio di periferia.

Ho salutato il catanese dicendogli che ci saremmo sicuramente rivisti l’indomani sera, e dopo averlo ringraziato per i suoi preziosi consigli, io e papà ci siamo allontanati dal molo in direzione dell’hotel. La luna crescente stava salendo all’orizzonte e, visto che solitamente con i movimenti della luna cambiano anche l’attività e i periodi di caccia dei pesci, io l’ho guardata a lungo, come per dirgli:

Non mi giocare brutti scherzi.

Giovedì 14 agosto è stata per me una giornata relativamente noiosa, non perché non abbiamo fatto nessuna gita in barca o perché non sono andato a pesca, ma perché siamo stati tutto il giorno di nuovo alla spiaggia dei conigli. Per carità, non ho nulla in contrario a questo luogo stupefacente, ma avrei preferito che ci fossimo recati a visitare qualche altra spiaggia, in modo da ampliare la mia conoscenza dell’isola. Dunque mi sono immerso nuovamente in quel nugolo frenetico di pesci di ogni dimensione ammirandoli per la seconda volta, ma sempre con immenso piacere. Mi ero portato in acqua un pezzetto di pizza bianca ed ho notato che la gradivano molto, accalcandosi forsennatamente attorno alla mia mano. Ad un tratto, mentre mi divertivo con gli amici pesci, è arrivato un addetto alla sorveglianza ambientale e mi ha detto che era vietato dare da mangiare ai pesci, spiegandomi che così facendo si sarebbero abituati ad ottenere il cibo senza muovere pinna, e non sarebbero più andati a cercarlo; in seguito, quando non ci sarebbe stato nessuno a dargli da mangiare, avrebbero sofferto la fame. A questa storia, a mio parere, di totale fantascienza io a mia volta ho detto abbastanza bruscamente che i pesci non sono tanto cretini da morire di fame solo perché non c’è nessuno che gli offre il pane.

Nel pomeriggio siamo rientrati abbastanza presto, verso le sei, ed avevo pensato di recarmi qualche minuto a cala Creta giusto per testare la montatura consigliatami dal catanese, dopo aver acquistato quattro di quei galleggianti da quindici grammi. Inizialmente ero scettico, pensando che il peso del pasturatore avrebbe trascinato sott’acqua il galleggiante, leggermente diverso e più leggero di quello del catanese, ma i miei dubbi svanirono immediatamente dopo il lancio, osservando con soddisfazione che l’astina del galleggiante era ben eretta sulla superficie e che la distanza di lancio era più che soddisfacente. Sono rientrato dopo circa un’oretta, caricato ancora di più dalla cattura di un piccolo pesce pappagallo che aveva attaccato il bigattino durante il recupero dell’ultimo test di lancio. Quella sera avevo deciso di non cenare in hotel per non perdere tempo, ma di recarmi subito al porto dopo aver comprato un pò di pizza al panificio di via Roma; ero il primo quella sera, a parte i pescatori reduci dal pomeriggio che ancora persistevano a lanciare confidando nel momento propizio del tramonto; ho caricato il mio pasturatore ed ho lanciato più lontano che potevo, facendo ben attenzione a non strappare il trave del diciotto in bobina, che avevo avuto la negligenza di non cambiare sebbene sapevo che fosse troppo fino.

Con il calar delle tenebre, ostacolato sempre dal maledetto lampione sulla sinistra, sono iniziati ad arrivare anche i primi nottambuli: chi pescava a fondo, chi sottoriva, chi con lo sbirulino, vi era pefino chi, avendo visto nelle sere precedenti la tecnica vincente, aveva cercato di imitarla al meglio attaccando alla lenza un pasturatore, come d’altronde avevo fatto io la sera precedente con risultati disastrosi. Il catanese è arrivato verso le dieci; mentre preparava la sua attrezzatura lanciava, di tanto in tanto, un occhiata a quei pescatori scotendo la testa e sussurrando qualcosa in dialetto. Appena mi ha visto mi ha salutato e, notata la mia montatura perfetta ha detto:

Mò si ca ti diverti.hai pigliato angun’ cosa?

No, ancora niente.

Non avevo ancora preso niente, ma i benefici influssi di quella montatura avevano già iniziato a farsi sentire fin dal tramonto; ogni tanto lo starlight spariva per un attimo sotto l’acqua e spesso il bigattino veniva succhiato o mangiato, ma probabilmente si trattava di piccoli pesci. Non avevo avuto catture, ma a causa di un lancio troppo violento avevo perso già un pasturatore ed un galleggiante, che con la sua astina fluorescente sempre più lontana mi faceva ricordare ad ogni lancio di stare molto attento. All’improvviso il galleggiante è andato sotto per l’ennesima volta, per poi risalire come al solito. Questa volta ho recuperato subito, per vedere se era un pesce o se era una burla della corrente; il mio stupore è stato grande nel vedere che all’estremità del finale 0.14 non vi era più l’amo, come a volte capita a surf-casting per colpa dei granchi:

Non c’è più l’amo.

Lassa stà. questi sono i serra. pure a me l’altra sera m’ hanno fatto lo stesso scherzo.

Il tempo passava e ne io ne il catanese avevamo preso niente. Verso le undici il mio galleggiante è andato di nuovo sotto, ma questa volta il pesce c’era: si trattava di un piccolo sparaglione che fece scaturire dalla bocca del mio vicino di pesca un irriverente imprecazione in dialetto siciliano. Poco dopo, per coronare quella bella serata di insuccessi, ho strappato nuovamente la lenza con un lancio, affidando al mare un altro di quei costosi galleggianti; l’unica consolazione che potevo avere, dopo non aver preso niente per tre ore e mezza, è il fatto che anche il catanese aveva avuto la mia stessa sorte fino a quel momento, a testimonianza che a volte i pesci sono imprevedibili e che non è sempre domenica, neanche per un pescatore esperto come lui. Per me invece era entrata in gioco la sfortuna.

Venerdì 15 agosto. Lampedusa è un’isola appartenente al gruppo delle Pelagie, ed insieme a lei ve ne sono altre due, situate a poca distanza da essa: Lampione, di cui abbiamo parlato in precedenza, e Linosa, anch’essa contenente al suo interno un piccolo paese. Linosa non ha le caratteristiche morfologiche di Lampedusa e Lampione, come già detto appartenenti alla placca continentale africana, ma appartiene alla placca europea, e dunque è fisicamente simile alle isole del Tirreno (vedi le Eolie) con sabbie nere come la pece ed alte cime al proprio interno. Il quindici di agosto è il compleanno di mia madre, ed avevamo deciso di festeggiarlo facendo una bella scampagnata in questo posto. Partenza alle ore nove, a bordo di un veloce aliscafo che ci avrebbe portato a destinazione in poco meno di un’ora, facendoci anche provare l’emozione della velocità in mezzo al mare, come se con le sue ali pattinassero sull’acqua che vedevamo correre sotto di noi.

Il paesino di Linosa conta poco più di cinquecento residenti; viene naturale pensare, vedendo l’isola, alla fortuna ed allo stesso tempo al coraggio di queste persone, che vivono così isolate dal resto del mondo, senza nessuna delle comodità di cui potrebbero usufruire se abitassero in una città. Il lato positivo di questa scelta, come si può bene immaginare, è l’isola stessa; un paradiso di tranquillità e benessere che a mio avviso non potrebbe mai essere barattato con una città caotica e dispersiva, almeno io non lo farei di certo se abitassi in un posto così, e non mi verrebbe in mente neanche l’idea di farlo, mai. Appena arrivati, ad attenderci a bordo di una piccola barca da pesca, vi era un bravo ragazzo, Francesco, che avrebbe portato noi e qualche altra persona a fare un giro dell’isola. Linosa, al contrario di Lampedusa se non nella parte settentrionale, ha un’unica spiaggia; le sue coste sono spesso intervallate da profonde grotte e scogli imponenti, insenature e tunnel sottomarini, che la rendono fantastica. La prima tappa per fare il bagno è avvenuta in uno dei luoghi più belli che ho visto in questa vacanza: siamo entrati in uno stretto passaggio dominato alla sua destra ed alla sua sinistra da alcuni enormi piloni di roccia vulcanica, che al di sotto del livello dell’acqua cambiavano il proprio colore nero animandosi delle tonalità più vivaci date dalle alghe e dagli altri organismi marini attaccati a questa roccia. Eravamo circondati da alte pareti di roccia nera, che avevano dato vita ad una profonda e limpida piscina salata assai profonda, al centro della quale vi era uno scoglio liscio e levigato dalla forza del mare. Francesco ci ha fatto scendere proprio su questo masso, da dove poi ci saremmo calati in quel blu misterioso e paradisiaco. I ricci marini occupavano a frotte la roccia sottomarina, insinuandosi anche nei ricettacoli e nelle cavità più impensabili. Sono rimasto stupito del fatto che sott’acqua non vi erano molti pesci, a parte le castagnole che erano ovunque; forse la causa di questo fenomeno assai improbabile per zone così incontaminate è la scarsezza di luce, che per gran parte del giorno non riesce ad oltrepassare le sculture rocciose modellate dalla natura nel corso dei secoli, e che si protraevano verso l’alto proprio come se volessero proteggere quel luogo dai fattori estranei, compresa la stupidità degli uomini irresponsabili. Tutt’altro ambiente caratterizzava il secondo sito visitato quella giornata; ci eravamo lasciati alle spalle le colonne di pietra per lasciar posto ad un ampio ma poco accentuato golfetto, con acque basse ricche di rocce e altri materiali pietrosi, che creavano mille anfratti nei quali trovavano rifugio una moltitudine di donzelle e pesci re, accompagnati dai soliti ricci. L’area circostante era piena di scogli affioranti e secche, che rendevano difficoltoso l’avvicinamento da parte delle imbarcazioni. Anche lì l’acqua era stupenda, ed in alcuni punti il basso fondo roccioso era rivestito da un ampio tappeto di alghe bianche, sulle quali si muovevano lentamente i paguri. Da quel punto della costa di Linosa era possibile vedere la parte maggiormente abitata dell’isola specie nel periodo estivo. L’ordine e la precisione con cui erano disposte quelle villette a ridosso della montagna le donavano un aspetto di paesino svizzero; la nostra guida ci ha spiegato che gli abitanti di Linosa tengono molto alla presentazione dell’isola, e rinnovano la pittura delle proprie case una volta all’anno per mantenere l’isola un vero gioiello.

Il mare si stava leggermente increspando per il leggero maestrale, che rendeva impossibile il nostro avvicinamento alla costa per visitare le grotte e gli anfratti, in molti dei quali avremmo potuto entrarvi, creati nella parete rocciosa dall’erosione del mare. Il versante nord era completamente invaso presso la riva da scogli più o meno grossi, che creavano dislivelli assai frequenti e notevoli sul fondo. Finalmente ci siamo ancorati a qualche decina di metri dalla spiaggia principale sormontata alle sue spalle da uno dei due vulcani spenti di Linosa. La sabbia ciottolosa era nerissima, conferendo a quella zona un aspetto spaziale ed inquietante. Anche qui vi era una scarsissima presenza di pesci, ma in compenso gli spazi fra un masso e l’altro erano infestati da molluschi molto simili alle anemoni, aventi le estremità dei tentacoli di un colore violaceo, motivo per cui ho pensato di avere nei loro confronti un comportamento simile a quello che ho avuto con le meduse di baia Tabaccara. Girarne al largo.

Ritornati al porto, Francesco ci ha lasciato nelle mani di un’altra guida, che a sua volta ci ha portati per il pranzo in un ottimo ristorante con vista mare; l’aria di Linosa era carica dei profumi dei fiori e delle piante che crescevano selvaggi sull’isola, che abbiamo potuto conoscere meglio nel pomeriggio, quando abbiamo girato per l’isola a bordo di un pulmino. Un paesaggio stupendo si è parato davanti ai nostri occhi una volta imboccata una strada asfaltata serpeggiante sul fianco di una delle tre montagne dell’isola; eravamo immersi in un trionfo di verde che copriva tutto il territorio circostante con gli sterminati campi di fichi d’india e piante di capperi, tipiche del posto.

Il pulmino viaggiava rapido attraverso la vallata di Linosa, mentre l’autista ci spiegava che la montagna davanti a noi veniva, durante la seconda guerra mondiale, usata come postazione antiaerea fascista. Lo scottante sole donava al territorio un sapore meridionale riscontrabile solo nelle più remote aree della Sicilia, ma il caldo non veniva avvertito da nessuno, perché tutti occupati a contemplare fuori dal finestrino la piscina di acqua salata creatasi grazie ad un tunnel sotterraneo che la collega con il vicino mare. È stato anche possibile visitare un centro di recupero per le tartarughe marine, presenti in abbondanza anche a Linosa, ferite dalle eliche delle imbarcazione o dai grossi ami da pesca dei palamiti, seminati ovunque dai pescatori di professione in quel mare ricco di pesce. Vi erano almeno una decina di esemplari, tutti più o meno delle dimensioni di quella vista nelle acque di Lampione, alcuni dei quali superavano i venti anni di vita. Quei grandi occhi cerulei sembravano guardare intensamente ogni essere umano che passava davanti alle loro piccole vaschette, come per dire:

Perché prima ci fate del male e poi cercate di salvarci?

Un bar sul mare ha concluso la nostra giornata lì a Linosa, che sicuramente è, e spero rimarrà, uno fra i più bei luoghi d’Italia ancora incontaminati dal progresso e dalla frenesia imposta dalla società, inevitabile per tutti tranne che per questi posti così isolati e selvaggi.

È un classico che, avendo io finalmente capito la tecnica vincente di pesca notturna lì a Lampedusa, i pesci inizino a disinteressarsi sia alle mie esche, sia a quelle del catanese facendomi rinviare tutto al mio ritorno a Longobardi. Le ultime due sere di quella settimana sono state già accartocciate dalla mia mente e buttate via, anche se la ferita deve ancora del tutto rimarginarsi; quella sera comunque c’era ugualmente un’interessante novità; l’enorme panfilo di Giorgio Armani (questa era la voce che circolava) era ormeggiato lì nel porto, splendente come non mai sotto la luce della luna e grazie ai chissà quanti marinai che lo stilista ha a suo servizio. Ora che ci penso, è stato molto strano vedere da una parte un lusso così sfrenato e dall’ altra quelle casette del paese che di certo così lussuose non sono; creavano una contrasto pazzesco che ha provocato una reazione di sdegno nel catanese:

Chi tanto, e chi niente.

E chissà a cosa si riferiva.

Sabato 16 agosto; Eccolo il motivo di quelle serate sul molo a vuoto, ecco perché fino a quel momento non avevo avuto molto successo con la canna e la lenza a Lampedusa; c’era la solita sorpresa imprevista dietro l’angolo, che come un fulmine a ciel sereno ha rotto la monotonia dei giorni precedenti grazie ad una secca davanti a capo Levante. Il nostro oramai conosciuto Franco seguiva la rotta sul suo GPS, controllando di tanto in tanto la profondità sull’ecoscandaglio, fino a che, a motori spenti abbiamo iniziato a calare le seppioline sul fondo. Divertimento assicurato da capitano Franco, che aveva deciso di pescare anche lui un pò con una lenza a mano di nove ami che ci ha detto usava spesso quando si recava in quel posto. Immediatamente iniziamo ad avvertire le prime toccate sul cimino, parecchio percettibili perché la profondità dell’acqua era di neanche cinquanta metri; uno strattone più forte ed ecco la prima ferrata su di un paio di bei saraghi codanera che avevano abboccato su entrambi i miei ami; papà intanto tirava su uno sciarrano mentre Franco. beh Franco aveva almeno sei saraghi appesi alla lenza, che ci ha mostrato allegramente sorridendo; dopo mezz’ora di pesca gli sciarrani, i saraghi, le grosse boghe non si contavano più; dopo un emozionante combattimento ho tirato su anche un pagello che si è meritato una foto per quanto era bello; altri tre, quattro, cinque codanera venivano imbarcati da papà e Franco; siamo completamente impazziti quando, sorpresa delle sorprese, hanno iniziato a mangiare durante il recupero anche le lampughe, delle quali vi era un numerosissimo branco proprio sotto di noi formato da esemplari di ottima taglia. Ad un tratto due di esse hanno abboccato in contemporanea alle esche di papà, mentre quella che avevo allamato io era riuscita a liberarsi dopo qualche secondo di tira e molla; intanto capitano Franco continuava a prendere saraghi, interessato più a prendere tutti i pesci possibile che a divertirsi con quelli che abboccavano. Qualche minuto dopo abbiamo davvero superato i limiti dell’immaginazione, ammirando qualcosa di incredibile a cui forse non tutti crederanno;è successo durante il recupero di un grosso pesce re; un (forse) tonno di almeno venti chili seguiva placidamente la nostra cattura, rimanendo sotto di noi qualche attimo. Giusto il tempo che ci serviva per ammirarlo prima di vederlo scomparire nuovamente nel blu. In seguito a questo episodio sono state fatte varie supposizione riguardo alla specie di appartenenza di quel bestione: io sostenevo che si trattasse di un tonno, avendolo visto abbastanza bene, papà diceva che invece era una ricciola e Franco sparava a casaccio qualche nome avendolo visto a malapena. Questa di certo è stata una fra le più significative giornate a Lampedusa, perché ha davvero soddisfatto le nostre aspettative in fatto di paradiso per la pesca, forse anche troppo.

L’ultimo pranzo della nostra vacanza è stato consumato davanti ad una profondissima grotta visitabile solo con maschera, pinne ed una potente torcia subacquea; io e Franco ci siamo limitati ai primi dieci metri poiché oltre la visibilità ce lo impediva. L’aspetto di quel tunnel era comunque inquietante ed io avevo un pò di timore ad entrarvi, aspettandomi che dall’oscurità ne uscisse qualche bestia sconosciuta.

Nel pomeriggio abbiamo visitato, sempre rimanendo sul versante orientale dell’isola, un’altra insenatura scolpita nella roccia Lampedusana. Sott’acqua la flora era molto varia, e ancora mi viene da ridere pensando alla miriade di oloturie aggrappate agli scogli che localmente venivano chiamate “minchie di mare” per la loro forma buffa e allungata e l’aspetto rigido proprio come. lasciamo perdere.

Alcuni vermi marini erano distribuiti qua e la fra la posidonia, e nelle chiazze di sabbia libere da questa erano spesso presenti delle piccole sogliole che mimetizzandosi sgattaiolavano via appena mi avvicinavo per distinguerle meglio dal fondale.

Epilogo. L’ultimo bagno non poteva che lasciarmi un velo di tristezza, perché non sapevo quando e se saremmo mai tornati a Lampedusa. Di certo noi italiani siamo molto fortunati, perché viviamo in una striscia di terra circondato da mare, e le bellissime isole sono decine; ma Lampedusa ha un suo fascino tutto particolare che attira chiunque sia un amante di questi posti così lontani dal resto del mondo. Siamo stati in vacanza nel posto più lontano dall’Italia, ma facente parte dell’Italia stessa; nell’isola più simile fisicamente all’Africa ma facente parte dell’Europa, nella terra più meridionale d’Europa anche se si può considerare come la terra più settentrionale dell’Africa, facendo parte della sua placca continentale. Insomma siamo stati in un posto in cui una fusione di caratteristiche e culture hanno dato vita proprio a questo paradiso a dieci ore di navigazione dalla Sicilia. Ed è stato proprio durante questo viaggio di ritorno sulla vecchia “Sansovino” che ho avuto tutto il tempo per pensare e ripensare, riflettere ed elaborare di nuovo quell’esperienza lunga una settimana; il porto, le barche, le splendide casette tunisine, le mille luci e i mille colori della notte lì sul molo, quel pesce angelo che mi ha fatto scoprire che i miracoli della natura esistono davvero, la simpatia dei linosani e le sculture del mare presso la costa, quel personaggio catanese che non dimenticherò mai e a cui sarò sempre grato per aver cambiato le mie notti sulla scogliera; per non parlare dei tramonti sul mare di quel sole rosso come un pomodoro, i miliardi di luccichii sulla superficie e quella stupenda alba che ho ammirato il primo giorno, quando sono andato a pesca a cala Creta alle sei di mattina, le tartarughe marine e le salpe della spiaggia dei Conigli, il tonno di punta Levante e la maestosa parete del versante nord di Lampedusa. Come si potrebbe rinunciare a tutto questo dopo che è stato vissuto? È proprio per questo motivo che ho deciso di scrivere a distanza di sei mesi questo diario; per la mia paura di dimenticare in futuro questa splendida vacanza che ha lasciato un segno, spero indelebile, nel cuore e nei ricordi di tutta la mia famiglia; chiunque potrà dire quello che vuole riguardo al passato di tutti noi: che non serve a niente, che va dimenticato o che viene troppo considerato, ma quello che a molti, me compreso, permette di sopportare le difficoltà della vita e non stimare un soldo le imposizioni a cui ogni giorno siamo obbligati è proprio la memoria dei bei ricordi e delle emozioni, che ognuna di queste persone spera un giorno di poter rivivere per poter ricordare sempre di più.

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