L’aguglia imperiale

Una barca in vetroresina e cinque canne armate con esche finte a forma di ottopodi dai colori sgargianti: è l’esperienza di pesca all’aguglia imperiale

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Testo di
Donato Mannocchi

Una barca in vetroresina, un vecchio amico e cinque canne armate con esche finte a forma di ottopodi dai colori sgargianti. Dopouna tranquilla attesa il cicalino inizia a cantare, il mulinello impazzisce e inizia a cedere filo. Dall’altra parte, in unadisperata lotta per la vita, un’aguglia imperiale di due metri.

L’AGUGLIA IMPERIALE

Avevo deciso di trascorrere una vacanza autunnale a Punta Secca, amena località sulla costa ragusana, ove ogni anno, da oltre trent’anni, mi trasferisco con la famiglia per le ferie estive.Se ne era parlato molto in estate e tutto era stato organizzato con Raffaele, mio antico amico che coltiva da sempre, come me, la passione della pesca.Dire che sia stato io a trasmettere a lui questa passione è certamente eccessivo: ma da me Raffaele aveva avuto incentivi ed emozioni quando, agli inizi, mi accompagnava nelle battute di pesca in mare aperto, che già da tempo praticavo, quasi sempre solo, su “Olivia”, un gozzo di legno di 6 m.Nell’estate del ’96 mi ero trovato senza barca ed avevo accettato la sua ospitalità a bordo di una barca in vetroresina, un po’ bassa di fiancata, cui bastava una leggera maretta per proporti, in navigazione, una abbondante doccia, piacevole in estate ma sgraditissima in inverno!Raffaele, però, l’aveva attrezzata di tutto: perfino di un GPS satellitare, veramente utile per ritrovare senza fatica i posti rivelatisi più pescosi.In estate, perciò, si era parlato molto della pesca a traina da me poco praticata, preferendo dedicarmi ai palamiti da fondo o derivanti, al bolentino d’altura o alle reti da posta quando erano consentite.Raffaele dedicava invece molto tempo a questa attività, soprattutto in autunno e primavera, quando le catture erano più interessanti per la qualità, il numero ed il peso del pesce. Fu così che mi ritrovai con Raffaele, quel 30 ottobre del 1996, alle ore 11,45 in navigazione verso le lampugare.

Già da qualche giorno sia la traina con i suoi tonnetti, sia il palamito derivante con i pesci spada, ci avevano assicurato emozioni e catture, ma conservavamo intatto dentro di noi quel desiderio di avventura che, in certi casi impone il silenzio, consiglia la pazienza, conforta l’attesa, pur di sentire il cicalino del mulinello cantare mentre il filo si libera dal tamburo ed il pesce rende viva e pulsante la canna che lo trattiene.

Ogni rituale quotidiano era stato già compiuto: eravamo usciti tardi rincuorandoci con la presunta maggior pescosità legata alle ore di sole, come sostenuto da autorevoli esperti sulle riviste di pesca; ma lo “zaino tattico” era al suo posto con gli indumenti asciutti, le cerate e la frutta che, con un paninazzo di Schiacchitano (storica rivendita alimentare locale) rappresentava il nostro pranzo. Raffaele aveva già provveduto a sistemare la cinque canne che erano da qualche giorno le nostre inseparabili compagne, armandole con esche finte a forma di ottopodi dai colori sgargianti, secondo una disposizione ed una lontananza dalla barca che la sua esperienza gli suggeriva: tre canne pescavano in scia; due, le più esterne, fuori scia.

A circa 3 miglia dalla costa si attendevano le prime abboccate: il mare era calmo, con un residuo di onda lunga che faceva oscillare, in lontananza, le barche di altri appassionati dilettanti a pesca del grosso tonno rosso.Altra attrezzatura, altra barca, sedia da combattimento, prede sopra i 100 kg; le avevamo viste ed invidiate anche in quei giorni.Ed allora facevamo progetti per tener conto anche di questi desideri… Mentre discorrevamo, Raffaele virò dalla rotta abituale che ci portava quotidianamente a visitare tutte le lampugare entro le 12 miglia, per attraversare la zona dove i tonnaroli pasturavano con notevoli quantità di sarda per richiamare il tonno rosso dalle profondità del mare.Raffaele si era acceso mezzo toscanello, riservato ai momenti di più intensa attesa e timonava con attenzione per seguire la rotta ideale per non interferire con l’azione di pesca delle altre barche.

All’improvviso la canna montata sulla fiancata destra cominciò a vibrare ed il mulinello come impazzito cedeva filo, mentre il cicalino aveva già riproposto il suo canto indimenticabile.Istintivamente mi alzai, sfilai la canna dal supporto e praticai una accorta ferrata, serrando leggermente la frizione.In quel momento mi resi conto che all’altro capo del filo lottava per la vita un pesce di taglia notevole: la canna da 30 lb e soprattutto il terminale dello 0,50 non consentivano di aver ragione di quella preda solo con la forza; bisognava usare tecnica, pazienza, astuzia e…. preghiere.

Iniziò così una lotta serrata fatta di fughe, recuperi, inabissamenti, larghe spirali intorno alla barca e dopo venti minuti avevo le braccia così stanche da chiedere a Raffaele il cambio per riposare qualche minuto. Ero veramente stanco: in quel momento non valutavo quanto era importante far partecipare l’amico che mi ospitava alla cattura di quella preda fuori dal comune: ero solo stanco.Ma non c’era tempo per le riflessioni: il pesce era ripartito portandosi via quasi tutto il filo che avevo così faticosamente mantenuto o recuperato e Raffaele non poteva più contrastarlo!Per aiutarlo misi in moto e mi predisposi a seguire il pesce nei suoi spostamenti, consentendo a Raffaele il recupero di parecchio filo.

Erano ormai le 12,50 e, mentre lottava, il pesce si produsse in uno spettacolare salto fuori dall’acqua e potemmo finalmente vederlo: una meravigliosa aguglia imperiale! Mai visto un’aguglia di quelle dimensioni!Alle 13,30 l’aguglia era a bordo, veramente splendida: l’avevo agganciata con un colpo di raffio, fortunato nella sua perfetta esecuzione, esattamente sotto la branchia destra, mentre, ormai sfinita, continuava a lottare strenuamente per liberarsi di quell’amo assassino.Siamo rimasti a lungo seduti, in silenzio, per recuperare il fiato stroncato dall’emozione e dalla fatica.Ma ogni tanto ci si congratulava a vicenda per l’inaspettata e strepitosa preda e, ripreso fiato, manifestammo all’aguglia tutto il nostro entusiasmo con ripetute carezze e alte grida di gioia.Neanche a dirlo, l’aguglia imperiale polarizzò l’attenzione, benevolamente invidiosa, degli altri appassionati pescatori locali e, comunque, suscitò la meraviglia di chiunque la vedesse.

Noi, a dire il vero, non abbiamo fatto nulla per nasconderla: anzi con un folto pubblico l’abbiamo misurata e pesata (2 m per 48 kg) e poi fotografata, rammaricandoci che non fossimo all’uscita di una cattedrale dopo la Messa di Natale.So già per esperienza che la vita, con il tempo, copre ogni emozione ed è per questo che non ho mai amato le fotografie, preferendo coltivare la memoria viva, aiutando cioè il cervello a conservare intatte le emozioni dei momenti più belli.Non so dire perché per l’aguglia imperiale ho fatto un’eccezione, chissà! Forse fu Raffaele ad insistere?

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