Per una sardina in più

La lunga ed estenuante lotta con un grosso tonno tra Giannutri e Porto Ercole.

Questo mi è venuto di pensare guardando a prua sulla mia piccola barca (un Boston Whaler 15 piedi) il corpo senza vita di un tonno di una sessantina di chili. Infatti, un pesce del genere, tutto muscoli e velocità, nella foga di nutrirsi è stato beffato da una piccola sarda che, in mezzo a tante altre divorate avidamente, nascondeva l’insidia di un robustissimo amo solidale alla mia lenza.

Questo tipo di pesca detto “drifting” è molto sportiva: si effettua da fermo, il pesce mangia a corto, nel pieno delle sue forze, e le attrezzature sono tarate per sforzi di gran lunga inferiori a quelli che dovranno poi affrontare (la mia lenza è da lbs. 50, circa kg 22); essa è montata su di un mulinello Penn Senator 9/0 che ne contiene 500 metri; anche la canna di fibra di vetro vuota è da lbs 50. Il finale di lenza si raddoppia per circa 10 metri, quindi una girella robusta ed un terminale di nylon lungo circa 3 metri di mm 1,60 di diametro. Ma per ottenere un successo e non correre il rischio di farsi male, il corredo della barca deve essere completato da un seggiolino girevole con bicchiere portacanna con snodo cardanico, spallaccio per tenere solidale canna e mulinello alla propria schiena, un paio di robusti guanti, un poderoso raffio possibilmente del tipo “volante” (il gancio si sfila dal bastone rimanendo assicurato ad una robusta cima). Non deve mancare un buon coltello da usare prontamente in caso di emergenza: è meglio tagliare la lenza che rischiare il peggio.

Nei primi giorni d’agosto nell’ambiente dei pescatori di traina si diffonde la notizia di un ottimo passo di tonni lungo le coste tirreniche, con qualche buona cattura e diverse prede mancate.

Decido di provare con il mio Boston Whaler, lungo le coste dell’Argentario dove è stato segnalato il passaggio di tonni.Dopo gli ultimi ritocchi alle attrezzature, procurata la necessaria scorta di sardine, alle ore 7 circa siamo in mare, mio figlio Paolo, un nostro amico ed io. Non sto a ripetermi nel descrivere la parte preparatoria della pescata, ma quando l’orologio ci dice che sono trascorse in attesa più di tre ore,siamo sul punto di rinunciare ed andare a fare un bel bagno sulla spiaggia, anche perché il mare è leggermente mosso. Ma il sottoscritto prima di cedere vuole effettuare un ultimo tentativo cambiando posto, anche perché un grosso peschereccio sta portando avanti il suo sacco non lontano da noi: chissà che dietro non ci siano dei tonni attirati dal pesce che normalmente sfugge alla cattura.

Proviamo, ci fermiamo in questo nuovo tratto di mare ed improvvisamente, sono le 14 circa, lo scandaglio ci mette in allarme: siamo su un fondale di 84 metri e a 30 metri dalla superficie una sfilata di bei pesci procede sotto di noi. Abbasso l’esca a quella profondità ed ecco la ferrata, scoppia il palloncino, parte velocemente la lenza, dandomi appena il tempo di sedermi sulla sedia girevole piazzata sulla prua della barca: sono le 14.10. Il rocchetto del Penn 9/0 scorre ad un ritmo sostenuto tanto che stimo aver in mare oltre 200 metri di lenza; è il momento di opporre resistenza onde capire di che entità sia l’esemplare allamato, stringo un po’ la frizione, trattengo con la mano sinistra la lenza sull’impugnatura della canna e comincio a pompare per quanto possibile. La resistenza è forte ed infatti mio figlio, al timone della barca, mi avverte che stiamo filando via, trainati alla velocità di più di un miglio. Nella mia mente cominciano i timori: l’attrezzatura che certamente non è all’altezza di questa cattura, resisterà o al primo strappo più vigoroso cederà? Meglio andargli incontro derivando lateralmente per fiaccarlo o fermarsi e cercaredi combatterlo da fermo?

Proviamo alternativamente i due sistemi ma sono trascorse più di due ore senza un cenno di resa. Come può essere che il tonno catturato dieci giorni prima, malgrado la sua mole, abbia lottato per un’ora venendo in superficie quasi immobile? Questo quanto mi passava per la mente in quel momento e che mi faceva concludere cheavevamo agganciato un grosso pesce oppure un combattente eccezionale.Per abbreviare i tempi stringo ancora la frizione, dò un’energica pompata portandomi completamente all’indietro ma ottengo ben poco: il pesce riparte, mi fa girare sulla sedia da sinistra a destra e nel mezzo di questa azione si rompe un moschettone dello spallaccio! Me lo tolgo, lo getto all’indietro ordinando di aggiustarlo alla meglio; ma velocemente e contemporaneamente mi accorgo che anche il bicchierino della sedia da combattimento (probabilmente non ben serrato) aveva perduto uno dei quattro bulloni di fermo, anche questo per la forte pressione della canna verso il basso. Riparati i danni è ora di farla finita, stringo del tutto la frizione per obbligare il pesce a cambiare direzione, altrimenti finiremmo a Giannutri.

Metto in atto questo proposito ma la grande resistenza al di là del filo mette a durissima prova l’attrezzatura e la mia forza fisica: io sono stanchissimo ma non chiedo il cambio; la canna è curvata al massimo, il mulinello è caldo dalla parte dei dischi-frizione. Cosa fare? Tra un’ora sarà scuro, a bordo due su tre decidono di tagliare la lenza e tornare in porto. Naturalmente il terzo, di parere contrario, sono io; faccio mettere la retromarcia visto che il mare è calmo e possiamo procedere lentamente verso Porto Ercole, ma la velocità è tale che il commento è unanime: “Sono curioso di vedere come finirà quest’avventura” borbotta tra sé e sé il mio amico ospite.Siamo ormai nel buio totale ma quando superiamo la Punta Avvoltore tiro un sospiro di sollievo: siamo ormai vicini al porto e lì tutto sarà più facile.

Ore 20: procediamo con il pesce che in effetti non oppone più la resistenza di prima; è a 20 metri dalla barca tirando sempre verso il fondo ma, quando effettua un ultimo tentativo di fuga, resisto a stento alla tentazione di tagliare la lenza!

Finalmente siamo all’imboccatura del porto. In questo basso fondale il mio “antagonista” tenta il tutto per tutto, incomincia a girare in circolo trascinando la barca, tanto da constringerci a mettere in moto per assecondarlo ed evitare che la lenza finisca nell’elica. Ma ecco il mio amico pescatore, con il suo gozzo ed una potente lampada; il tonno lo vediamo scorrazzare sul fondo melmoso del porto, è grosso e non domo del tutto. “Attenti a che non vada ad impigliarsi nei corpi morti, ancoraggio dei pescherecci” si ode nel buio “forse sarebbe stato meglio portarlo su di un vicina spiaggetta”.

Ormai la lotta deve finire, recupero tutto il filo sino all’ultimo pezzo “porta-amo” collegato alla lenza madre con una girella a spillo, ma nell’ansia avvolgo troppo sino ad incastrare questa spilla nell’apicale della canna stringendola nei due rullini così da farla aprire; come me ne accorgo un brivido mi sale lungo la schiena e un grande senso di sgomento mi assale; che fine ingloriosa! Con la forza della disperazione afferro il finale ormai libero completamente, lo tiro con tutte le mie forze e riesco ad annodarlo alla battagliola della barca. Ho vinto, tiriamo in tre persone, accostiamo il pesce alla barca, lo arpioniamo sopportando una doccia indesiderata procurata dal battere violento della sua coda, lo issiamo a bordo dove manda in aria ciambella di salvataggio e quant’altro nei paraggi; solo un colpo di stiletto nella testa lo finisce. E’ un esemplare di circa 60 chili,ed a detta di chi ne sa più di me, trattasi di un maschio, molto più combattivo delle femmine e anche di pesci più grossi.

Questo combattimento veramente sportivo, durato esattamente otto ore, mi ripaga ampiamente della fatica sostenuta poiché certamente il pesce ha avuto molte possibilità di sfuggire alla cattura.Dovrebbe essere sempre così, specialmente quando si catturano pesci così belli e forti che non meritano di cedere ad un amo appeso ad una corda collegata ad un grosso galleggiante: questo non è sport! Chi ha provato a catturare tonni con questo sistema non lo faccia più, e chi volesse tentare non lo faccia: rispettiamo la natura e queste sue stupende creature mettendoci sempre nelle condizioni di combattere lealmente.

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