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Pesca con l’aguglia morta

Un messaggio di speranza per quanti incontrano grosse difficoltà nella pesca con l’aguglia viva

Questa segnalazione vuole essere un “messaggio di speranza” per quanti incontrano grosse difficoltà nella pesca con l’aguglia viva.

Aguglia imperialePremetto che, per parecchi anni ho pescato anch’io con l’aguglia viva, mettendo a punto vari accorgimenti per innescarla e per portarmi dietro in buona salute le aguglie di scorta, non disponendo, nella mia piccola barca, della vasca per il vivo.Negli ultimi tempi, invece, sono passato decisamente all’aguglia morta e non per la difficoltà di catturare e mantenere le aguglie, ma perché sono arrivato alla convinzione che l’aguglia morta, se innescata a regola d’arte, può essere più catturante di quella viva.

Aguglia imperialeL’estate scorsa, in Sardegna, oltre a vari dentici belli, ricciole medie e barracuda, ho preso anche una ricciola di oltre 35 kg: una cattura che, secondo i più, è molto difficile fare senza l’esca viva. Vediamo come è andata.Come la maggior parte delle volte, ero uscito da solo e con dei mezzi che avrebbero fatto sorridere gli amanti della tecnica e inorridire i puristi dell’IGFA: barca planante di 3,70 per 1,45 m. fuori tutto con fuoribordo 2 tempi da 15 hp; canna da 20 libbre in vetroresina con mulinello 6/0, entrambi risalenti alla metà degli anni ’90 e usati intensamente ogni anno.Cominciai pescando le aguglie e ne presi due grosse; le lasciai morire e, giunto nella zona di traina, ne innescai una di circa 60 cm di lunghezza per 4 di diametro.

Quando parlavo di “aguglie morte innescate a regola d’arte” intendevo quanto segue.

Aguglia imperialeDopo aver piegato a destra e sinistra e stirato con forza l’aguglia prendendola per il becco e la coda e aver spezzato l’articolazione alla base della coda per eliminare il “rigor mortis”, ho scelto un finale in cavetto di acciaio autosaldante da 40 lb da un vasto assortimento di diametri e lunghezze che preparo in precedenza, lungo in modo che, facendo uscire la punta dell’amo dal foro anale dell’aguglia, l’asola all’altra estremità si trovasse a circa metà del becco.

L’ho infilato con l’aiuto di un ago di acciaio inox e ho infilato poi un altro terminale più corto 15 cm più a monte nella pancia dell’aguglia in modo che le asole si venissero a trovare allineate. Ho poi infilato le punte degli ami sotto la pelle dell’aguglia, in modo che stessero aderenti al fianco e non raccogliessero alghe o altra sporcizia durante l’azione di traina. L’esperienza mi dice che le probabilità di ferrata non diminuiscono affatto con ricciole e dentici, che mordono sempre con violenza e spappolano il corpo dell’aguglia, mentre, volendo pescare specificamente barracuda e serra, che mordono e lasciano, è meglio che le punte degli ami siano libere e rivolte verso l’esterno.

Ho agganciato con un unico moschettone senza girella attaccato a un terminale di 1,50 m. in fluorocarbonio del 60 le asole termosaldate dei due cavetti e ho serrato con vari giri di filo elastico il becco dell’aguglia in modo che stringesse con forza il moschettone; dal becco usciva solo il filo “invisibile”.

Per evitare le torsioni, lo spezzone terminale era agganciato mediante un altro piccolo moschettone brunito, questo con girella, ad altri 2 metri di fluorocarbonio del 60; oltre questo c’erano 35 metri di nylon del 60, più il resto della lenza in aramidico per garantire un buon ferraggio anche con lenza lunga; il piombo guardiano di 700 gr era sull’aramidico, a 50 metri dall’esca.

La ricciola ha abboccato verso le 12.30, su una cigliata che scendeva da alcuni scogli affioranti al largo di un promontorio fino a 35 e la frizione ha cominciato a scorrere velocemente e costantemente come se avessi preso il fondo; per fortuna, il pesce ha accelerato subito fuggendo verso il largo, segnalando che non era il fondo, così non ho commesso l’errore di fermarmi e fare l’inversione a U.

Il recupero ha richiesto circa 30 minuti: per i primi 10 ho dovuto seguire il pesce con la barca facendo in modo che si prendesse meno filo possibile; poi sono riuscito a recuperare lenza fino al piombo guardiano. A questo punto ho avuto la brutta sorpresa di trovarmi davanti la grossa aguglia ancora molto consistente che era risalita lungo il filo durante la fuga fermandosi contro l’attacco del piombo guardiano.

Ho rimpianto di non avere un compagno che mi aiutasse e l’ho tolta pazientemente strappando un pezzo alla volta con le mani, perché non avevo il coraggio di usare il coltello o le forbici a pochi mm. dalla lenza in tensione; poi ho tolto finalmente il piombo guardiano. Ora mi aspettava la fase più piacevole: un recupero senza rischi su un fondale fangoso di oltre 50 m. a un km dalla scogliera; non c’erano reti in vista e nessuna barca stava puntando verso di me.

Le fughe si sono susseguite ancora per un pò e poi, come succede quasi sempre, la ricciola ha ceduto di colpo e, per gli ultimi dieci minuti, ho pompato ininterrottamente, mezzo metro alla volta, ma senza più fughe prolungate.

Contrariamente alla norma, la ricciola è venuta su sfinita e non si è messa a girare in superficie; è stata una fortuna perché anch’io ero stanco e, da solo, non sarebbe stato facile, guidare e raffiare un pesce che pesava la metà di me, tanto che ho dovuto afferrare il raffio con tutte e due le mani e appoggiare un piede contro il bordo della barca per riuscire a tirarlo dentro.

Mettendo da parte la storia, vediamo perché un’aguglia morta potrebbe essere preferita ad un’aguglia viva e guizzante. Provo ad azzardare qualche argomentazione, ma, come al solito, si tratta di ipotesi e solo una ripresa subacquea ci potrebbe dire cosa succede veramente.

A pensarci bene, il maggior vantaggio dell’aguglia viva consiste nel fatto che tenta di fuggire quando il predatore si avvicina, dandogli la conferma decisiva che si tratta di un’occasione da non perdere e scatenando quindi l’attacco.

A parte questo, mi sembra che abbia solo svantaggi rispetto ad un’aguglia morta appena pescata.

Infatti, l’aguglia morta può essere innescata con terminali e ami quasi completamente nascosti dentro il corpo, mentre l’innesco di quella viva prevede necessariamente tutto esterno.

Anche sul movimento, si può discutere: l’aguglia viva nuota in modo naturale, ma è molto mimetica: vista dal basso, la sua pancia a specchio si confonde sullo sfondo della superficie e quindi risulta ben visibile solo di fianco. D’altra parte, la naturalezza del movimento indica al predatore che si tratta di un pesce sano e forte, non particolarmente facile da catturare, specialmente se lo scorge ad una certa distanza.

L’aguglia morta, invece, si muove in modo piuttosto rigido e, se innescata bene, tende a ruotare un pò, mostrando alternativamente il dorso e la pancia, nel tipico baluginare di un pesce malato o ferito. È vero che non fugge all’avvicinarsi del predatore, e questo può insospettirlo, ma è anche vero che le aguglie vive fuggono solo se sono vigili e in perfette condizioni, il che non è sempre vero dopo lo stress di un’ora o più di traina in profondità.

Un ultima considerazione: anche la Sardegna è ormai invasa dai barracuda e sono arrivati perfino i serra, almeno fino a Olbia, per cui non è più tanto igienico pescare col finale di nylon; in questo senso, l’aguglia morta è decisamente più “accogliente” per occultare bene uno o due robusti finali in acciaio.

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